Città bassa di Cuma

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AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico. A cura del Progetto Eubea. Marsilio
                 Editore, Napoli 1990.

La Crypta Romana

Destinata a collegare la città bassa con la zona del porto, la galleria, costruita in età augustea, attraversava l'acropoli da ovest a est per una lunghezza di m. 180. Essa si collocava tra le opere di potenziamento militare dell'area flegrea, assicurando, insieme alla cosiddetta grotta di Cocceio del Monte Grillo, la comunicazione diretta tra il Portus Iulius e il porto di Cuma.

Cuma, Crypta Romana. Interno.

Il primo tratto, costituito da un corridoio d'ingresso originariamente lungo circa m. 30 (come si può desumere da un piedritto ancora in sito appartenente all'arco occidentale), è coperto da una volta a botte, su cui sono ancora visibili le tracce dell'armatura lignea usata per la messa in opera. Le pareti, di roccia tufacea, presentano un paramento in opera reticolata con ammorsature in tufelli. La ghiera del fornice orientale, a blocchetti di tufo, è sormontata da due file di cubilia.
Superato questo corridoio si accede a un grande vestibolo a pianta rettangolare (lung. m. 26 ca.), il cui pavimento originario doveva essere ad un livello più alto dell'attuale. La parete a sinistra, in opera vittata, presenta quattro grandi nicchie in opera reticolata, destinate a ospitare statue, ma anche funzionali a scaricare il peso della muratura; la parete di destra reca tracce di numerosi restauri. La volta, crollata durante l'assedio di Narsete (VI sec.), si impostava a una quota superiore rispetto a quella dell'ingresso. Il tratto che collega il vestibolo con la galleria vera e propria è stato consolidato con murature moderne che delimitano due cavità naturali. In prossimità dell'ingresso, sulla volta tufacea, furono scolpiti gli strumenti utilizzati dagli scavatori: piccone, maglio, bipenne e cunei. Da qui il percorso si snoda sotto il Monte di Cuma, piegando poi a gomito verso la città bassa.

Cuma, Crypta Romana. Gli strumenti di lavoro incisi sulla parete dagli scavatori romani.

 

L'illuminazione della galleria era assicurata da una serie di pozzi aperti nella volta. Nell'ultimo tratto sulla destra, furono ricavate due grosse cisterne con gradinate per la decantazione dell'acqua: i paramenti, in opera reticolata, sono rivestiti da uno spesso strato di cocciopesto per tre metri di altezza; successivamente due tagli praticati nelle gradinate le misero in comunicazione con la galleria.
In età paleocristiana, lungo le pareti di questo tratto furono ricavate alcune tombe di forma rettangolare e di varie dimensioni. Allo stesso periodo risalgono anche i graffiti di croci semplici e gammate visibili in alcuni punti della roccia, il che fa pensare che la Crypta, al pari dell'<<antro della Sibilla>>, sia stata utilizzata come catacomba.
L'assetto dell'attuale sbocco orientale della Crypta forse non corrisponde a quello antico: il cattivo stato di conservazione e la fitta vegetazione non ne permettono infatti un'esatta ricostruzione. Tuttavia esso presentava, probabilmente, una ricca decorazione marmorea, frammenti della quale sono stati rinvenuti presso l'uscita.
Nel V sec. d.C., quando la città bassa fu abbandonata sulla spinta delle pressioni barbariche, la crypta perse la sua funzione di collegamento. Successivamente, durante la guerra greco-gotica (VI sec. d.C.),

il generale Narsete, per espugnare la città, fece scavare una serie di cunicoli nella volta, provocandone il crollo. Da allora la Crypta andò progressivamente a interrarsi.
Usciti dalla Crypta si percorre l'antica strada romana che collegava la galleria al Foro. Costruita probabilmente in età augustea, essa venne restaurata intorno al 95 d.C., quando andò a raccordarsi con la via Domitiana. Nel primo tratto si notano, su entrambi i lati della strada, due nicchie quadrangolari in opera laterizia, destinate ad accogliere statue onorarie. Dopo m. 200 ca., sulla sinistra si raggiungono le Terme del Foro.

 

 

 

Statua di Diomede che ruba il palladio di Troia; sulla base, la dedica in greco di C. Claudio Pollione Frugiano. Copia romana da originale greco di Cresida (430 a.C. ca.). Dalla Crypta Romana. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

 

Cuma, Crypta Romana. Particolare di graffito cristiano.

Le terme del Foro

Le Terme del foro furono edificate in pieno centro cittadino, a nord- ovest dell'area forense, in uno spazio precedentemente occupato da strutture risalenti al periodo repubblicano. L'edificio fu costruito in un momento di intensa attività edilizia, pochi decenni dopo l'apertura della via Domitiana (95 d.C.); tipologicamente richiama le Terme di via Terracina a Napoli e quelle <<del Foro>> a Ostia.

Cuma, Terme del Foro. Pianta.

Il complesso era dotato di almeno due ingressi pubblici: quello a sud, sulla via che costeggia il Capitolium, immetteva nel corridoio porticato e nella palestra (A); il secondo, ad est, su una strada perpendicolare alla precedente, introduceva direttamente nel vestibolo (B). Questo vano comunica, mediante un passaggio colonnato, con il frigidarium (C), lungo i cui lati si notano due vasche per i bagni (D). A destra e a sinistra del vestibolo si aprono due ambienti (E) destinati alle attività che precedevano il bagno vero e proprio (spogliatoio, sala per massaggi, unzioni ecc. ) . Gli ambienti caldi, esposti a sud, rispettano la successione abituale: dai tepidaria (F) si passa nella sudatio (G) e, quindi, nel calidarium (H), dotato di tre vasche per i bagni (I). Ben visibile, sulla parete di fondo, è il fornice del praefurnium (L); da qui il calore si diffondeva nei vari ambienti attraverso il consueto sistema di intercapedini e di hypocausta. Il rifornimento idrico era assicurato da una cisterna (N) divisa in quattro serbatoi, posta su un alto podio a nord-ovest del corpo principale. In una seconda fase (III sec. d.C.) furono aggiunti alcuni ambienti con funzioni di servizio (M) e altri destinati al pubblico (O), e tutto il complesso subì una serie di restauri e consolidamenti. L'edificio doveva essere riccamente decorato, come dimostrano numerosi resti di rivestimenti: lastre di marmo, cornici di porfido, mosaici con tessere bianche e nere, zoccoli modanati, intonaci dipinti. Le coperture dovevano essere di diversi tipi (a botte, a crociera, a catino); l'illuminazione era assicurata da finestre e lucernari nelle volte. Persa la sua funzione termale, a partire dal V sec. d.C. un settore dell'edificio (vestibolo, sala fredda e cisterna) fu variamente riutilizzato (abitazione, magazzino agricolo o stalla).

Cuma, Terme del Foro. Veduta del Frigidarium.

Tornati sulla strada romana, svoltando a sinistra si fiancheggia l'imponente mole del Capitolium, il tempio principale della città bassa, che sorge al limite occidentale della piazza del Foro.

Il Foro

Il Foro cumano è oggi solo parzialmente in luce, in quanto ancora interrato nella parte orientale. Il suo aspetto attuale risale alla sistemazione monumentale che ricevette in età tardo- repubblicana.
Si tratta di una piazza rettangolare con orientamento E-O, simile per grandezza ai fori di Pompei e di Paestum (m. 50x120), collegata al tessuto urbano circostante da un sistema viario non perfettamente regolare, di cui oggi sopravvivono basoli e tracciati. Il lato breve occidentale era delimitato dal Capitolium, qui sensibilmente decentrato verso sud rispetto ai canoni dell'urbanistica ellenistica, che collocavano l'edificio principale del foro al centro del lato di fondo. Questa inusuale soluzione va forse spiegata con la necessità di rispettare in epoca romana monumenti e viabilità preesistenti.
I lati lunghi della piazza erano delimitati da porticati di età sillana in tufo grigio rivestito di stucco bianco: elevati su due ordini, essi presentavano semicolonne addossate a pilastri e un fregio dorico con triglifi e metope. Qualche decennio dopo, probabilmente in età triumvirale, fu aggiunto, nei pressi del Capitolium, un altro tratto, costituito da un doppio ordine di colonne (corinzio e ionico), a questo ampliamento è riconducibile il fregio continuo decorato con armi, di cui sono stati rinvenuti alcuni frammenti

Cuma, Foro. Particolare del fregio con armi

Alla fine del I sec. d.C., la strada che correva lungo il lato meridionale del Foro, parallela a quella proveniente dalla Crypta Romana, fu chiusa dalla costruzione di una fontana monumentale nel fianco del Capitolium: l'accesso alla piazza lungo questo lato fu quindi ridotto a una semplice porta che immetteva nel porticato.
In seguito alla costruzione sul lato meridionale del Foro del Tempio italico con portico, il piano di calpestio fu ribassato di cm. 50 ca. (cosicché oggi risultano in vista le fondazioni del portico), lievemente inclinato, in modo da convogliare le acque reflue in una canaletta di scolo, e pavimentato con lastre di travertino bianco.
La visita del Foro di Cuma inizia con il Capitolium, il cui ingresso si apre sul lato breve orientale, parallelo alla via Vecchia Licola.

Gruppo di Eros e Psiche; sul marmo una dedica ad Apollo da parte di Cn. Lucceius. Copia romana da originale rodio del II sec. a.C. Dal Foro di Cuma. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Il Capitolium

Costruito durante il periodo sannitico (IV-III sec. a.C.) e forse originariamente consacrato al culto di Giove Flazo, in età romana il tempio fu consacrato alla triade capitolina (Giove, Giunone, Minerva).
Il tempio si erge su un alto podio (m. 56,98x28,50) secondo l'uso italico: circondato da un peristilio con la fronte di sei colonne, aveva la cella a tre navate, precedute da un ampio pronao. Della prima fase sono ancora visibili il podio in opera quadrata a blocchi di tufo giallo napoletano, con profilo a doppia modanatura, e, sul retro della cella, il pavimento in cocciopesto.

Cuma, Foro: Capitolium. Veduta dal lato ovest.

In questo era inserita un'iscrizione a mosaico in lingua osca, ora perduta, che attribuiva a Minio Heio, figlio di Pacio, la costruzione del pavimento. Al periodo sannitico del tempio risalgono anche alcuni frammenti delle terrecotte architettoniche della trabeazione databili, per la maggior parte, al III sec. a.C.
Nel corso del I sec. d.C. il Capitolium fu restaurato e trasformato: soppresso il peristilio, con la sola eccezione del colonnato frontale, il tempio da periptero divenne prostilo; si aggiunse, inoltre, un avancorpo in opera reticolata, con conseguente prolungamento della scalinata di accesso. La cella subì alcuni rifacimenti (strutture in opera mista), mentre i pilastri di sostegno per la copertura furono consolidati in opera laterizia.
Della decorazione marmorea relativa a questa fase sono ancora visibili, sulleparaste del basamento della cella, i resti di uno zoccolo a gole dritte e rovesce di marmo bianco e, a destra della cella, sul bordo del podio, due capitelli corinzi che sormontavano colonne a fusto liscio di marmo bianco. Una lastra di rivestimento con grifo rampante è attualmente conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Torso acrolito di Giove. Da Cuma, <<Masseria del Gigante>>. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

All'interno della cella dovevano essere collocate le colossali statue acrolite della triade Capitolina, cui il tempio era dedicato. I busti, conservati nel Museo Nazionale di Napoli, sono databili tra la fine del I sec. e la prima metà del II sec. d.C.. Furono tuttavia rinvenuti in luoghi e momenti diversi: il busto di Giove fu ritrovato nei pressi della cosiddetta Masseria del Gigante, quello di Giunone, nell'angolo nord- ovest della cella al di sotto del muro di basamento, quello di Minerva era nella zona circostante il Tempio.
Dal Capitolium, sulla destra, si riconoscono lungo il basolato della strada romana i resti del porticato che la fiancheggiava: si tratta di quattro basi attiche seguite da una serie di semicolonne addossate a pilastri di epoca sillana e alcuni frammenti del fregio con armi.
Procedendo dal Capitolium, lungo il lato meridionale del Foro, dopo alcuni ambienti (riconosciuti come tabernae) si può accedere a un piccolo tempio italico con portico.

Il tempio con portico

Si tratta di un tempio in antis su alto podio, circondato su tre lati da un portico (m. 40x25) e costruito probabilmente in età giulio claudia (prima metà del I sec. d.C.).

Cuma. Foro. Tempio con portico. Pianta (da M.E. Bertoldi, 1973)

 

<<Parte Anteriore del precedente Tempio di Giove nella via di Cuma, siccome vedevasi nel 1740 prima di renderlo al presente uso di Cellaio>>. Stampa di F. Morghen (1814), tav. 28. Napoli, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III.

Tre ingressi con gradini in peperino consentono l'accesso all'area porticata: nel muro perimetrale si aprono quattro nicchie simmetriche, destinate a contenere statue onorarie. Il portico finiva con due grandi absidi, che presentano ancora tracce di intonaco bianco a specchiature di colore blu, giallo e rosso scuro. Lungo il lato occidentale, adiacente a un grande incavo rettangolare, una porta conduce ad un ambiente esterno. Il portico, di cui oggi si conservano solo le basi quadrangolari in peperino di 24 colonne, correva lungo tre lati, delimitando, insieme a una canaletta di scolo, un cortile pavimentato con lastre di travertino. Del tempio vero e proprio sono visibili il podio, la gradinata di accesso al pronao e i muri della cella absidata in opera mista, nella quale è conservato il basamento della statua di culto.
Non si conosce la divinità a cui il tempio era dedicato. Infatti i tentativi di identificarlo con templi noti da iscrizioni, ad esempio con il tempio di Demetra, di età augustea, o col tempio del Divus Vespasianus, di età flavia sono per diversi motivi inaccettabili. Potrebbe forse trattarsi della sede del Collegio degli Augustali cumani.
L'ultimo edificio visibile del Foro è una grande aula absidata, probabilmente di età sillana, di destinazione incerta, che potrebbe essere stata il Comitium della città.
Apparteneva al Foro di Cuma anche un edificio attualmente non raggiungibile dall'interno dell'area archeologica, ma da un viottolo posto sulla sinistra di via Vecchia Licola, a m. 200 ca. dall'incrocio con via Monte di Cuma.

Bibliografia

AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico. A cura del Progetto Eubea. Marsilio
                 Editore, Napoli 1990.