L'Arco Felice a Cuma

Collegamento con Acropoli di Cuma

Antonio Parrino - Nuova Guida de’ Forestieri. Napoli, 1750

La porta di Cuma fu situata nella frettezza di un colle altissimo adeguata, con fabbrica laterica, detta oggi Arco Felice, con mattoni di considerabil grandezza, il muro e grosso 50 piedi, d’architettura, alto 70. Il vano dell’arco è piedi 20, ed un terzo; vi passava per mezzo la via Appia, di cui in parte se ne ritrovano vestiggi, particolarmente quando si secca qualche porzione dell’acque, di Licola; Vicino a detto Arco vi è una grotta nella Massaria di Nicolò Monaco, che fu già conserva d’acque. Tutto in somma il territorio è pieno di edificj rovinati, e vi si ritroveriano e statue, e colonne, con peregrine, se vi si facessero diligenze.

Paoli Antonio Paoli - Avanzi delle antichità esistenti a Pozzuoli, Cuma e Baja. Napoli 1768.

Tavola quarantesima quinta.

Veduta d’una gran fabbrica sulla via che porta a Cuma. I paesani la chiamano l’Arco Felice. Posta questa sopra una strada abbassata fra’ monti Euboici, la crediamo dalla qualità del luogo una difesa per impedire l’accesso a’ nemici. La parte superiore però per le sue maestose rovine, e per le vaghe nicchie che l’adornano congetturiamo che servisse di tempio, e fosse quello che al dir di Virgilio dedicato ad Apollo stava sopra d’una rocca. Certamente a questo luogo conviene quando il Poeta di quel tempio cantò. Situato sull’alto dei monti Euboici aveva attorno a se una selva, per passare la quale Enea lasciò i compagni, e si allontanò dal lido. Questa fu da Livio chiamata Hami, e da Virgilio pel culto che la distingueva bosco di Trivia. Chi vuol collocato il detto tempio sopra Cuma non accorderà mai col luogo le parole del Poeta. Il monte Cumano non era ingobrato da una selva ma da una popolatissima città. Sorgeva sul lido, né vi era bosco che opponesse a chi approdato alla spiaggia ad esso passava. Ma osserviamo la pianta.

Tavola quarantesima sesta.

Pianta della fabbrica che dicono Arco Felice vedesi essa nel luogo A donde andandosi verso Cuma alla distanza di palmi 220 trovasi una grotta, che salendo per entro lo scavato monte, è rivolgendosi sopra se medesima arriva per BB al piano, dove era il sopraddetto tempio. Questa non la crediamo già la spelonca dove spacciava oracoli la Sibilla, ma la strada che dal bosco di Triavia all’alto tempio. Quivi supponiamo l’antro orrendo, che aveva cento ingressi ed altrettante uscite alla voce che vi rimbombava cioè un antro grandioso per li suoi portici, o colonnati scavati nel monte o sostenuti da fabbriche al fianco del tempio, e dove parlava la Sibilla. Tanto dedurrei dal contesto del Poeta, senza però voler contrastare con chi ne pensasse altrimenti. Imperciocchè ognun sa esservi a Cuma de’ principi di grotte spaventose. Di una di queste dovrà intendersi S. Giustino allorché ci descrive il sepolcro della Sibilla, il quale non ci è contraddizione che fosse a Cuma, dove la medesima abitava, benché poi facesse l’indovina presso del tempio. Alcuni hanno appropriato il passo di S. Giustino alla grotta che va’ a Baja. Se ne osservi la pianta (12) per accertarsi se quivi fosse o no la basilica descritta dal Santo. In EE si ha il corso della grotta interrotto al presente in H. per F si scende al piano inferiore, ove in KK sono caldi fonti e bagni.

Lorenzo Palatino - Storia di Pozzuoli e Contorni. Napoli, 1826

Arco Felice

Fra li monti Euboici in mezzo di una stretta valle evvi innalzato un maestoso monumento detto l’Arco felice, sotto di cui passava la via Domiziana, ramo della via Appia, di cui pur ora vi si osservano gli avanzi in lunghissimi spezzoni da Mondragone donde proncipiava infino a Cuma. Da Cuma poi diramandosi da una parte giungeva in Baja, e dall’altra parte passando per sotto l’Arco Felice giungeva in Pozzuoli, come si è detto di sopra. Buona porzione di questa via Domiziana fu costruita dove era la selva degli Ami sboscata e tagliata da Agrippa.
L’edificio è opera Romana, costruito con grosse mura 55 piedi di larghezza, e 70 di altezza, con l’apertura larga 20 ed un terzo. Vi sono nicchie con altri ornati nella parte superiore; per cui sembrò al Capaccio, indi anche al Padre Paoli, che sopra vi fosse alzato il Tempio di Apollo Cumano: ma però sull’arco non ve spazio da esservi stato un tempio, e neppure vi osserva di tal monumento alcun vestigio. Oltre a ciò l’arco dovrebbe essere di opera Greca come parte del tempio secondo gli stessi scrittori, e non già Romana. Da altri si è giudicato un acquidotto, di cui non ve n’è alcun segno. Finalmente di essere stata la porta della città di Cuma e suo distretto; qual cosa secondo me non può aver cammino, giacchè nelli due fianchi dell’apertura dell’arco vi mancano le incavature destinate a ricevere la porta di legno, che dalla parte superiore doveva scendere, restandovi perfettamente fermata, siccome si osserva esservi tali incavature ne’ fianchi delle porte delle città scoperte di Ercolano, e Pompei; come anche nelle porte estrne delle torri della distrutta Pesto. Costruzione operata puranche ne’ bassi tempi.
Io giudico che questa grandiosa opera Romana, che ha tutta l’apparenza di arco trionfale siasi alzato da’ Cumani in memoria, ed in onore di Domiziano per lo beneficio ricevuto da questo Imperatore in avergli rifatta l’anzidetta via consolare marittima, ad essi molto utile a rendere facile il commercio per la parte di terra, oltre del commercio che già godevano col traffico del mare.
Con questa riordinata via la loro città si rese puranche in un maggior lustro del continuo passaggio de’ dominatori del mondo, e de’ grandi di Roma. Il nome di arco felice è a credersi, che siasigli dato, perché costruito sopra una via, che percorreva e attraversava la Campagna Felice.
Ben si sa da questo Imperatore le dimostrazioni pubbliche con monumenti o altro al sommo si gradivano.
Salendo per una piccola strada dalla parte di un suo fianco, si entra in un piano donde si gode una bellissima prospettiva.

Amedeo Maiuri - I Campi Flegrei (dal sepolcro di Virgilio all’antro di Cuma). Roma, MCMLXIII

L’Arco Felice.

È l’ultima delle grandi opere con cui si chiude il percorso della via Domitiana prima di raggiungere Pozzuoli. come Agrippa, durante la guerra civile fra Antonio e Ottaviano, fece costruire l’ardita via sotterranea fra il Lago d’Averno e Cuma, perforando in galleria il Monte Grillo (pag.145), così, poco meno di un secolo dopo, i Romani, sotto il regno di Domiziano, per creare una più comoda e diretta comunicazione fra Cuma, Pozzuoli e Napoli, tagliarono al di sopra della stessa galleria di Cocceo, il Monte Grillo, per aprire un varco alla strada: con non diverso espediente avevano già tagliato le colline di Baia, creando una più agevole sella di valico fra i due versanti, e così egualmente avevano operato fra le colline che chiudono il piano di quarto, per aprire un passaggio alla via Campana, a traverso il profondo taglio della "Montagna Spaccata".
Il taglio alto e stretto del Monte Grillo venne rivestito da un possente fornice, sormontato da altri archi, di struttura cementicia rivestita di laterizio, che altro non è se non un viadotto per assicurare la comunicazione fra le parti alte della collina, intensamente coltivate nell'antichità come oggi, ed appartenenti forse ad uno stesso proprietario; ma contrariamente a quanto si riteneva, nessuna traccia di acquedotto si scorge al di sopra delle arcate e lungo il taglio del fianco della collina.
La vista dell’alto fornisce che si apre in fondo alla strada, ed incassata fra le alte pareti di tufo ammantate di vigneti, la gigantesca ed aerea costruzione su cui cespi di ginestre e ramiglie di elci e di quercioli mettono, nel rosso i mattoni, una fresca nota di paesaggio; l’improvviso apparire del pavimento della strada romana, e, a traverso l’ombra fredda di quel gran fornice e di quella strettura, la visione aperta e radiosa del litorale di Cuma, fanno di questo viadotto domizianeo uno dei luoghi più profondamente suggestivi del paesaggio flegreo. A valicarlo con l’animo volto all’epica grandezza di Cuma, o a riguardarlo dall’alto dell’Acropoli, come un’area monofora aperta lassù nella parete della collina verdissima, sembra che non sia altro che la porta trionfale della città millenaria. Al di la dell’Arco siamo già nel sobborgo; ruderi di sepolcri e ruderi di ville e di edifici suburbani, quasi tutti in reticolato, fiancheggiano ininterrottamente quello che era il percorso della Domitiana; si affacciano recisi e sgretolati dall’argine della nuova via o in mezzo ai vigneti che, alti e sostenuti da pertiche, si addensano ormai come una selva. Innanzi a noi, in mezzo alla gran curva del litorale, si erge, solitario, il "Monte di Cuma".

Stefano De Caro, A. Greco - Campania - Guide Archeologica Laterza. Bari, 1981.

L’Arco Felice sulla via Domitiana.

Nell’irregolare disposizione dei rilievi collinari dei vecchi crateri flegrei, l’apertura di una nuova strada, il più possibile rettilinea, creava non pochi problemi. Di qui la necessità, presentatasi già a Cocceio, di aprire tunnel (cryptae) nei monti di Cuma, nel monte Grillo e di Posillipo, o, al costruttore della via Campana, di tagliare presso Quarto la "Montagna Spaccata " con una profonda sezione verticale. Il problema del superamento di monte Grillo, ripropostosi ai costruttori del braccio della Domiziana tra Pozzuoli e Cuma, fu risolto appunto con il metodo della "montagna spaccata". La cresta, in cui forse già in età greca si apriva il valico delle "porte che vanno all’Averno" , fu tagliata con una profonda sezione, e sul valico fu impiantato un poderoso fornice alto 20 m. e largo 6, sormontato da altri archi, costruito per assicurare le comunicazioni tra i due tronchi della cresta e, al tempo stesso, contrastare le spinte, onde evitare frane dai fianchi del monte. Realizzato in laterizio, il grande fornice presenta sulle facciate due nicchioni per statue.
La datazione dell’arco va dedotta da quella della via Domitiana stessa, costruita appunto dall’imperatore Domittiano nel ‘95 d.C. per abbreviare le comunicazioni tra Roma e i porti di Pozzuoli e Miseno, evitando il lungo giro imposto dall’Appia, che da Sinuessa si addentrava verso l’interno fino a Capua, poi dalla via Campana, da Capua a Pozzuoli. La nuova arteria fu costruita con grande rapidità, superando le notevoli difficoltà di un terreno naturalmente paludoso e malsano, ed è decantata con un tono adulatorio da Stazio nelle sue Silvae (1 v 3 ) come capace di portare un viante in un solo giorno dalle rive del Tevere alle acque del Lucrino. Superata la rocca di Cuma, di cui lambiva le pendici orientali al XXX miglio dalla confluenza sull’Appia, la via si addentrava tra il lago di Licola, oggi prosciugato, e la Silva Gallinaria, e raggiungeva, al XXIV miglio, Literno; infine, oltrepassava Volturum e il fiume omonimo su un grande ponte verso Castelvolturno, al XII miglio, terminava sboccando nell’Appia, presso Sinuessa, al CVI miglio da Roma. Del tracciato stradale, basolato con cura e fiancheggiato ancora da paracarri lapidei, disposti alternativamente lungo le crepidini dei marciapiedi, restano qua e là alcuni tratti in vista, ad esempio a Cuma presso la Masseria Poerio e, più avanti, oltre il casino di Licola.

Anna Maria Bisi - Napoli e dintorni. Itinerari archeologici. Roma, 1981.

L’arco Felice fu aperto per il passaggio della via Domiziana sotto quello stesso Monte Grillo in cui già Agrippa, al tempo della guerra civile fra Antonio e Ottavio, il futuro Augusto, aveva fatto scavare un ardito passaggio sotterraneo fra il lago d’Averno e Cuma. La grotta di Cocceio si pone a un livello inferiore rispetto all’Arco Felice: il suo sbocco presso Cuma (attualmente chiuso) si intravede dopo aver sorpassato l’Arco, sulla sinistra. L’opera Domiziana, completata prima del 95 d. C., appare invece in tutta la sua imponenza in fondo alla strada stretta e incassata fra due alte pareti di tufo, che conserva il basolato antico al di sotto del fornice e nelle immediate adiacenze. Il fornice principale, alto 20 metri e largo 6, è sormontato da altri archi in opera cementizia rivestita di laterizio che formano un viadotto per assicurare le comunicazioni fra le parti alti della collina.
Al di là dell’Arco Felice si estende il suburbio di Cuma: resti di tombe e di ville fiancheggiano la strada romana fino ai piedi della collina di roccia trachitica su cui solitaria, in vista del mare e di un lunghissimo tratto di spiaggia sabbiosa, si erge l’acropoli di Cuma.

AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico. A cura del Progetto Eubea. Marsilio
                 Editore, Napoli 1990.

L'ARCO FELICE

Costruito nel 95 d.C. per consentire il passaggio della via Domitiana attraverso il monte Grillo, l'Arco Felice può essere considerato l'ingresso monumentale alla città di Cuma lungo il lato orientale.
Si ipotizza che per la sua edificazione sia stato necessario ampliare il taglio nel monte che, forse, già sussisteva in età greca: il monumento veniva, così, ad acquisire sia la funzione di contenimento per eventuali frane e smottamenti del terreno sia di viadotto per il collegamento fra le due parti della cresta del monte Grillo

 

<<Veduta di una gran fabbrica nella via di Cuma, i Paesani la chiamano Arco Felice>>. Acquaforte di G. B. Natali-G Volpato, in P. A. Paoli ( 1768), tav 45 Napoli Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III

 

Realizzato in opera laterizia e rivestito da lastre marmoree, l'arco era costituito da un alto fornice (m. 20), sormontato da due ordini di archi; i piedritti presentavano, su entrambe le facce, tre nicchioni destinati ad accogliere statue. La lunga serie di modifiche e ristrutturazioni subite dall'arco nel corso dei secoli ne ha profondamente mutato l'aspetto originario: scomparso il rivestimento marmoreo, gli archi superiori furono murati nella prima metà del Settecento, mentre la facciata orientale, completamente ricortinata durante l'ultimo decennio del XVIII sec., ha perso l'antica articolazione a nicchioni. Dell'originaria struttura romana sono oggi visibili solo l'intradosso e parte della facciata occidentale.
Un tratto dell'antica via Domitiana, ancora fiancheggiato da paracarri lapidei, è conservato proprio all'altezza dell'Arco Felice. Poco più avanti, inglobati nella Masseria Mancino, sono alcuni ambienti con copertura a volta e muri in opera laterlzia e mista; databili alla fine del I sec. d.C., la loro funzlone non e ben chlara.
Ritornati alla Croce di Cuma, si imbocca via Vecchia Licola, che attraversa la zona delle necropoli cumane. Poche tombe sono oggi visibili e quasi nessuna è visitabile. Gran parte dei corredi funebri in esse ritrovati sono però conservati al Museo Archeologico di Napoli, dove costituiscono la Collezione Cumana.

Bibliografia

Antonio Parrino - Nuova Guida de’ Forestieri. Napoli, 1750

Paoli Antonio Paoli - Avanzi delle antichità esistenti a Pozzuoli, Cuma e Baja. Napoli 1768.

Lorenzo Palatino - Storia di Pozzuoli e Contorni. Napoli, 1826

Amedeo Maiuri - I Campi Flegrei (dal sepolcro di Virgilio all’antro di Cuma). Roma, MCMLXIII

Stefano De Caro, A. Greco - Campania - Guide Archeologica Laterza. Bari, 1981.

Anna Maria Bisi - Napoli e dintorni. Itinerari archeologici. Roma, 1981.

AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico. A cura del Progetto Eubea. Marsilio
                 Editore, Napoli 1990.

 

Mario Cartaro, Ager Puteolanum, Roma 1584

Da Paoli Antonio Paoli - Avanzi delle antichità esistenti a Pozzuoli, Cuma e Baja. Napoli 1768.

 

 

Foto del sito risalente alla fine degli anni ’60 inizio ’70

 

Foto 1: Veduta generale della struttura con i ponteggi montati per l’intervento di consolidamento per i noti eventi sismici del bradisismo 1984 - 85.

Adinolfi Aldo, settembre 1985

 

Foto 2: Scavo della parete di tufo al fianco sinistro della struttura.

Adinolfi Aldo, settembre 1985

 

Foto 3: Muro in reticolato alla destra della struttura.

Adinolfi Aldo, settembre 1985

 

Foto 4: Particolare degli arconi in cima della struttura.

Adinolfi Aldo, settembre 1988