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Cuma - Acropoli e Antro della Sibilla
Collegamento con
Arco Felice, Ambienti voltati,
Muri in reticolato, Sostruzioni,
Mure dell'acropoli
Fonti storiche a cura dell'Ufficio Beni Culturali
Strabone - Geografia
"Dopo questa città (Volturnum) viene Cuma, antichissima
fondazione dei Calcidesi e dei Cumani; è infatti la più antica delle città
siciliane e italiote. I capi della spedizione erano Ippocle di Cuma e
Megastene di Calcide: essi si accordarono tra di loro che la colonia fosse
degli uni e il nome le derivasse dagli altri; perciò ora è chiamata Cuma
ma è considerata colonia dei Calcidesi. In principio, dunque, era una
città prosperosa e la pianura Flegrea, nella quale la mitologia ha
localizzato le gesta dei Giganti, non per questa ragione, come sembra, è
così chiamata, ma per il fatto che quelle terre, a causa della loro
fertilità furono oggetto di contesa. In seguito i Campani, divenuti
padroni della città, fecero numerosi oltraggi agli abitanti con le cui
mogli andarono ad abitare. Tuttavia, ancora molte sono le tracce del buon
ordine e delle istituzioni elleniche. Alcuni dicono che si sia chiamata
Cuma dai kymata, infatti la costa vicina è irta di scogli ed è esposta al
vento. La pesca a Cuma è ottima. Su questo golfo vi è anche una foresta,
ricca di arbusti che si stende per molti stadi, sabbiosi e senza acqua:
chiamata "selva gallinaria". Qui i navarchi di Sesto Pompeo riunirono
bande di pirati, al tempo in cui questi spinse la Sicilia alla rivolta".
Secondo Tito Livio i Cumani erano originari di
Calcide nell'Eubea, e la flotta su cui erano giunti dalla metropoli li
rese potenti sulle coste su cui fissarono la loro dimora: si stabilirono
dapprima nelle isole di Enaria e di Pitecusa, e solo più tardi osarono
insediarsi sul continente.
Per Velleio Patercolo, i Calcidesi che
colonizzarono Cuma in Italia erano comandati da Ippocle e da Megastene, e
furono guidati in quella località secondo certuni da una colomba, secondo
altri da un fragore di cembali.
Nella Periegesi, il Pseudo Scimno dice
che Cuma fu colonizzata dapprima da Calcidesi, poi da Eoli.
Dionisio di Alicarnasso, si limita a dire che
Cuma fu una colonia degli Eretriesi e dei Calcidesi.
L'alfabeto di Cuma
L'antica città di Cuma, nella civiltà e nella cultura
occidentale, ha un ruolo fondamentale, dal momento che da questa città si
diffuse l'alfabeto in tutto il continente europeo. I coloni dell'Eubea
sbarcando, prima ad Ischia e poi a Cuma, portarono insieme con le
tradizioni e i culti, anche l'alfabeto, che avevano appreso dai popoli
semiti. Ci è ormai noto che i Greci conobbero l'alfabeto già nella prima
metà del IX secolo a.C. e che lo adattarono successivamente alla propria
lingua. La scrittura dei Semiti era sillabica, cioè ad ogni segno
corrispondeva più di un suono ed inoltre in essa non esistevano le vocali,
in quanto il suono di queste era insito nelle consonanti. Per i Greci era,
invece, indispensabile rappresentare graficamente le vocali, perché nella
loro lingua molte parole sono formate da sole vocali oppure queste sono in
numero prevalente rispetto alle consonanti. I Greci, pertanto, dovettero
apportare delle modifiche per adattare l'alfabeto semitico alla loro
lingua. Per questo motivo eliminarono dei segni il cui suono non esisteva
nella loro lingua, aggiunsero tre nuovi segni per esprimere altri suoni e
soprattutto ne crearono cinque per indicare le vocali. In questo modo
trasformarono la scrittura sillabica in alfabetica con conseguenze di
enorme portata, in quanto la scrittura sillabica ha bisogno di essere
interpretata, mentre quella alfabetica deve essere semplicemente letta.
Grazie agli Eubei giunti a Cuma l'alfabeto fu conosciuto dalle popolazioni
italiche ed in particolare dai Latini e dagli Etruschi, che lo diffusero
presso gli altri popoli della penisola e grazie alle conquiste romane
venne divulgato in tutto il continente europeo. E' precisare che
l'alfabeto usato dai Cumani era quello euboico e precisamente della città
di Calcide, ciò perché i Greci non usavano tutti lo stesso alfabeto ma
ogni regione presentava delle proprie varianti. Alfabeto Euboico, con
tutte le modifiche che sono state apportate nei secoli, è ancora quello
usato oggi da tutto il mondo occidentale. Pertanto il passaggio
dell'alfabeto dai Cumani agli altri popoli assume un valore straordinario,
in quanto ha costituito la base di tutta la cultura occidentale. Il più
antico esempio di questa scrittura lo si trova sulla cosiddetta coppa
di Nestore, rinvenuta nella necropoli di San Montano ad Ischia e
risalente alla seconda metà dell'VIII secolo a.C. . La coppa è così
chiamata in quanto sulla superficie esterna è incisa in alfabeto Euboico
il verso dell'Iliade di Omero "Di Nestore …la coppa gradevole a bersi.
Ma chi con questa coppa beve, lui subito prenderà desiderio di Afrodite
dalla bella corona"
Culti religiosi dell'antica Cuma
Nel campo religioso Cuma era famosa nell'antichità per
due aspetti che sono intimamente legati tra loro: il culto per Apollo
e l'oracolo della Sibilla. Il culto per Apollo ha origini
antichissime, tanto che Virgilio, nel VI canto dell'Eneide, lo fa risalire
alla fuga di Dedalo dal labirinto di Cnosso. Dedalo, giunto sull'acropoli
consacrò al dio del sole le ali di cera e gli dedicò un tempio dal tetto
d'oro, e scolpì sulle porte di bronzo la sua avventura fino alla
fondazione del tempio. La leggenda virgiliana, oltre a motivare la
presenza di Apollo a Cuma, testimonia dell'importanza e dell'antica
origine del culto. Questo sarebbe addirittura da mettere in relazione con
la stessa fondazione della città, in quanto la divinità avrebbe indicato
la rotta ai coloni euboici sotto forma di una colomba bianca o di un suono
di cembali. Il ritrovamento di alcuni oggetti dedicati alla dea Hera
(Giunone) lascia ritenere che fosseĠquesto il culto predominante a Cuma,
che venne poi soppiantato da quello per Apollo. Nei secoli successivi il
culto per Apollo si diffuse in tutto il mondo romano, ma a Cuma ebbe
sempre un maggiore significato anche per la presenza dell'oracolo della
Sibilla. La Sibilla cumana è tra le più famose figure della mitologia e,
il suo ricordo si è tramandato fino ai giorni nostri. Nella religione
greca, oltre ai sacerdoti, vi erano delle figure di profeti che ispirati
dalle divinità pronunciavano oracoli, tra queste, ebbero un ruolo tutto
particolare le Sibille. Nel mondo antico si ha notizia di molte Sibille,
quella cumana è attestata per la prima volta nel VI secolo a.C., quando il
re di Roma Tarquinio il Superbo acquistò dalla Sibilla Demarate una
raccolta di oracoli scritti in greco su foglie di palma. Questa raccolta,
detta libri Sibillini, veniva consultata in caso di gravi necessità da
particolari sacerdoti, legati al culto di Apollo. I libri Sibillini,
custoditi nel tempio di Giove Capitolino a Roma, bruciarono nell'incendio
del Campidoglio nell'83 a.C.. Furono riscritti grazie anche ad altre
raccolte di oracoli della Grecia e dell'Asia Minore e poi custoditi nel
tempio di Apollo sul Palatino, fatto costruire da Augusto. Oltre agli
oracoli, la Sibilla cumana era capace di interpretare i segni con cui
Apollo esprimeva la propria volontà. Già nel mondo antico l'oracolo della
Sibilla cadde in disuso e venne dimenticato, ma venne recuperato dalla
tradizione ebraica, che attraverso gli oracoli sibillini predicava la fine
dell'impero romano. Tramite la religione ebraica, nel medio evo passò a
quella cristiana, circostanza che ne ha consentito di tramandare il
ricordo fino ai giorni nostri. L'imperatore Ottaviano Augusto, nel suo
disegno di rinnovamento della società romana, diede grande impulso al
culto per il dio Apollo, quasi a voler porre la famiglia Giulia e l'Impero
sotto la protezione della divinità che doveva assicurare una nuova epoca
di pace. Augusto fece restaurare molti templi di Apollo e ne fece
costruire di nuovi. È in quest'epoca che, forse, va visto il restauro del
tempio di Apollo a Cuma, che diventa un vero santuario
I santuari di Delfi e Delo
Oltre a quello di Cuma, nel mondo greco, esistevano due
famosi santuari legati al culto di Apollo: Delfi e Delo. Delfi, fin da
epoche remote è stato luogo di oracoli, e molte divinità sono state
tutelari del santuario fino a quando il culto per Apollo divenne
preminente. Il culto è legato alla natura del luogo ed in particolare a
tre sorgenti o fontane, Kastalia (ancora oggi esistente), Delphousa e
Kassotis, e ad una fessura della roccia che emanava vapori capaci di
rendere profetici uomini e animali. È interessante notare come anche a
Cuma e nei Campi Flegrei la religiosità delle popolazioni locali sia stata
sicuramente influenzata dai fenomeni naturali e vulcanici. Similmente a
Cuma il santuario di Delfi è situato su una altura, il monte Parnaso, e ci
si arriva tramite una via Sacra, dove si svolgevano le processioni
destinate al tempio di Apollo. Il santuario di Delfi era di grandissima
importanza nel mondo greco ed il culto di Apollo influenzò molto anche la
vita religiosa delle colonie della Magna Grecia. Delo è una piccola isola
dell'arcipelago delle Cicladi, nel mare Egeo, ed è caratterizzata dalla
presenza di una altura detta monte Cinto. Secondo la mitologia in quest'isola
nacquero sia Apollo che Artemide (Diana). Anche il culto per Apollo
celebrato in quest'isola divenne tra i più famosi del mondo antico ed è
databile già dall'VIII - VII secolo a.C., citato anche da Omero. Il
santuario di Delo era frequentato, oltre che dai Greci, soprattutto dalle
popolazioni delle isole e delle coste dell'Asia Minore; Delo, infatti, era
uno dei maggiori porti commerciali dell'antichità, aperto ai traffici con
l'Oriente e la cui fama verrà oscurata solo qualche secolo più tardi dalla
grande ascesa dello scalo di Puteoli. L'area sacra si trovava sull'altura
in una zona panoramica e di grande effetto scenografico, in quanto ad essa
si accedeva dal porto sacro, sulla parte settentrionale dell'isola.
L'arte divinatoria
Nel mondo antico l'arte divinatoria o mantica, era
sostanzialmente di due tipi: la mantica per sorteggio, usata in epoca
molto antica, a cui si sostituì successivamente la mantica estatica, in
base alla quale la divinità entrava in una persona e parlava per bocca di
questa. Entrambi i tipi di divinazione sono documentati a Cuma. Al VII
secolo a.C. risale un dischetto di bronzo su cui è incisa, a spirale,
un'iscrizione in greco, che è tra le più antiche iscrizioni cumane che ci
siano pervenute. Si tratta di una sors, cioè di un dischetto da
sorteggiare e che contiene un responso oracolare. Il testo dice "Hera non
permette che si torni a consultare l'oracolo". Il divieto espresso dal
testo dell'oracolo si spiega col fatto che in tal modo si potevano evitare
domande troppo assillanti o imbarazzanti da parte dei fedeli. Questo
prezioso documento richiama anche al culto di Hera, a conferma che questo
ha preceduto quello di Apollo. Sicuramente il culto più antico adottava il
responso per sorteggio, mentre quello di Apollo avveniva tramite le estasi
della Sibilla.
Lorenzo Palatino - Storia di Pozzuoli
e Contorni. Napoli, 1826.
Cuma.
Al nord del monte di Procida sopra un
promontorio quasi isolato fu Cuma città Italo-Greca, distante dal lago del
Fusaro un miglio e mezzo. Poche sono le città com’essa, che figurano nella
storia antica. Strabone ci fa sapere, che Cuma è anteriore a tutte le
città Italo-Greche della Sicilia, e della Italia.
Verso settentrione ad occidente il monte presenta molte erbe e precipitose
balze. Verso oriente e mezzo giorno vi è la falda più accessibile.
Deve la sua fondazione ai Greci di Calcide e di Cuma condotti da Megastene,
e da Ippocle Cumano. L’uno diede il nome al popolo che seco condusse, e
l’altro alla città da lui eretta. Le prime cure de’ Cumani Italo-Greci
furono la fondazione del tempio dedicato ad Apollo Senatore, Dio patrio
della colonia: e lo stabilimento dell’oracolo ne’ sotterranei dello
edificio. Il tempio sarà particolarmente descritto con gli altri monumenti
Cumani.
La prima Vaticinatrice, che vi adempì il ministero, fu la Sibilla Cumana
nominata Malacrena, la quale fiorì verso i tempi della rovina di Troja;
mentre la seconda che ivi rendette gli oracoli fu la Cumana nata in Cuma
d’Italia 551 anni dopo della prima. Il suo nome era Amaltea, e fu quella
che offrì a Tarquinio Prisco RE de’ Romani i nove libri degli oracoli, de’
quali avendone bruciati sei, volle de’ rimanenti il prezzo medesimo che
aveva chiesto di tutti. Queste due Sibille resero celebre Cuma per li loro
oracoli.
Dedalo; consacrò sulla rocca le sue ali ad Apollo. Quivi capitò Ulisse per
consultar Tiresia; ed Enea sbarcò nella spiaggia di Cuma per abboccarsi
con la Sibilla. Cuma per molto tempo si governò in repubblica, e fu molto
potente. Si difese contro diversi popoli del Lazio. Fu celebre per lo
governo di Aristodemo. Costui si fece capo del popolo: radunato con
stratagemme il Senato, ne fece uccidere tutti li capi: levò via gli Efebi,
i Ginnasj e tutto ciò che conduceva ad azioni virtuose; e v’introdusse il
mal costume. Volle che i giovani vestissero da donne; e le donne da
uomini; sollazzandosi continuamente sotto l’ombra degli alberi con suoni,
balli, e canto. Dopo infinite altre stravaganze, stanco il popolo di più
soffrirlo per le oppressioni, avendo governato quattordici anni, di notte
all’improvviso l’assaltarono e gli tolsero la vita per opera di una donna
che lui molto amava, e n’era grandemente innamorato.
Tarquinio superbo ivi si ritirò; come ancora il console Gneo Cornelio. In
questo mare fu la rotta navale che v’ebbe Ottavio. Cuma resistette a’
Toscani, agli Umbri, a’ Daunj, ad Amilcare, e ad Annibale, che co’ Capuani
voleva occupar Cuma, e trucidare il Senato. In seguito fu conquistata da’
Romani, ed i Cumani ne ottennero la cittadinanza. Fu poi dichiarata
municipio, indi prefettura. Sotto Augusto fu annoverata fra le colonie.
Soffrì molto da’ Goti, e da’ Longobardi che nella decadenza di Roma la
occuparono. Totila e Teja nel 550 per essere ben fortificata con grosse
mura ed alte torri vi fecero riporre i loro tesori custoditi da Aligerno,
e da Erudiano. Divenne infine uno asilo di ladri che infestavano il regno
di Napoli, e così cadde nella sua totale distruzione nel 1207 dell’era
cristiana.
In Cuma vi costruirono grandi edificj con bellissime ville Cicerone,
Varrone, Trimalcione, e Germanico Augusto; essendovene state costruite
altre ancora molto più antiche delle Romane.
Secondo le osservazioni fattevi dal Signor Canonico Jorio vi son fabbriche
di opera Greca, Romana, ed anche de’ bassi tempi.
Lorenzo Palatino - Storia di Pozzuoli
e Contorni. Napoli, 1826.
Tempio di Apollo.
Nella sommità del colle si osservano fra
cespugli e terra aggruppata le reliquie del tempio di Apollo Senatore con
alcuni pochi gradini, e pezzi di colonne di tufo scanalate. Alcuni resti
di queste colonne si osservano di ornamento nella villa di Lusciano.
Sappiamo da Virgilio che quando Enea approdò in Cuma vi trovò un tempio
fabbricato da Dedalo, ed era situato sopra una rocca de’ monti Euboici
avendo intorno una selva, che per passarla, lasciò Enea i compagni e si
allontanò dal lido. per lo culto che la distingueva, la nominò il bosco di
Trivia. Tito Livio però la nomina selva dell’Ami.
In questo tempio Dedalo consacrò ad Apollo le sue ali, che gli erano
servite per uscire dal labirinto. Da questo allegorico racconto di
Virgilio può intendersi, che Dedalo sia stato un cretese perseguitato da
Minos; venuto in Cuma sopra nave veliera, vi sia giunto per fortuna di
mare a volo, e che per tal breve e felice viaggio facesse voto di ergerle
in detta città un grandioso tempio; il cui adito era scavato nel monte con
molt’ingressi, che servivano di tante altre uscite alla voce di chi
vaticinava per strepitosamente rimbombare, allorché vi si rendevano gli
Oracoli.
Discendendo da Cuma per la parte che guarda oriente vedesi il frontespizio
di una grotta, che da alcuni si crede esser questo un ingresso della
grotta della Sibilla Cumana.
Fin da’ tempi di Aristotile si mostrava in Cuma una cella sotterranea
della Sibilla. Questa potrebbe intendersi essere la grotta, che da Cuma la
fatidica scendeva spesso nell’Averno per l’evocazione delle ombre.
San Giustino Martire che circa 170 anni dopo Virgilio venne in Cuma vide
la grotta orribile e spaventevole, della quale allora vedevansi non meno
la posizione locale dell’antro, che le oscure diramazioni scavate nel
monte pe’ luoghi circonvicini; come puranche il tempio architettato di
livegatissimi marmi, il quale vedevasi quasi intero.
Dice il Santo Martire, che per la tradizione che avevano i Cumani da’ loro
maggiori, questa grotta apparteneva alla sibilla Cumana Italica, dove essa
disponeva i suoi oracoli. Egli riferisce inoltre di aver osservato in
mezzo la grotta in camere tre lavatoj intagliati in pietra, ne’ quali gli
dissero che la Sibilla soleva lavarsi.
Indi si vestiva di una camicia e se n’entrava nella parte più occulta
dell’antro, in cui eranvi varj penetrali con esservi eretto nella
principal grotta un piccolo tempio. Giunta in questo la stolata Sibilla
sedeva in alto trono su di un tripode sacro, donde dopo qualche tempo
tutta sopraffatta, convulsa, e sudante pronunciava le umane sorti; o in
voce che poco potevan distinguersi; o in segni che non si capivano; o in
iscritto sulle fronde di palme simbolo de’ raggi del sole, che il vento
per lo più le faceva scomparire.
Questo antro dovrebbe essere lo stesso che ora si nomina la grotta della
Sibilla, perché simile al racconto che ne fa il sopraddetto Santo Martire;
il quale, siccome anche afferma Pausania, vide nello stesso luogo un
piccolo tumolo di Bronzo, ove si conservano le ceneri di detta
Vaticinatrice.
Tutte due le dianzidette fatidiche hanno vaticinato in questa grotta, in
cui imprimevano il terrore, la noja, e lo spavento diretto coll’impostura
a’ superstiziosi visionarj che vi si trasferivano per ottenere dalle
medesime le risposte alle loro domande.
Di un altro tempio di Apollo costruito da’ Romani se ne fa menzione dal
Canonico Jorio, da lui rivenuto nel 1817 nella masseria Della Ragione con
un Ara in cui era incisa la seguente iscrizione.
APOLLINI CUMANO
Q. TINEIUS RUFVS.
AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario
archeologico. A cura del Progetto Eubea.
Marsilio
Editore, Napoli 1990.
L'Antro della Sibilla
| Il crollo dell'ingresso originario
(di cui restano soltanto gli stipiti) e della prima parte della
galleria permette di osservare immediatamente, come in sezione, la
forma trapezoidale dell'antro, scandita dalla luce filtrante da sei
aperture sul lato occidentale. Il taglio trapezoidale risale forse
alla seconda metà del IV sec. a.C.; a una fase successiva è invece
da attribuire l'abbassamento del piano pavimentale con un taglio più
stretto del precedente e di andamento verticale, che portò l'altezza
della galleria agli attuali m. 5. |
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Cuma, Parco Archeologico. <<Antro della Sibilla>>. Pianta (da
un rilievo della Soprintendenza Archeologica).
L'aspetto arcaico di questo dromos e il confronto con le
descrizioni di Virgilio e di altri autori antichi ne favorirono
l'identificazione con il mitico antro sede della Sibilla Cumana;
recentemente, tuttavia, esso è stato interpretato come struttura
difensiva. A sostegno di quest'ultima ipotesi vi sono la
posizione della galleria |
posta sotto la sella che unisce l'acropoli con la
collina meridionale, l'analogia con altre strutture difensive di
ambiente magnogreco; il confronto, infine, con le testimonianze
antiche che riguardano la costruzione di fortificazioni. Si
tratterebbe dunque di una difesa avanzata, parallela alla linea
delle sovrastanti fortificazioni e a quella della costa.
Percorso il primo tratto privo di copertura, si entra in un lungo
corridoio (m. 131,20) scavato nel tufo con andamento perfettamente
rettilineo. Anticamente esso riceveva aria e luce da alcuni pozzi,
in parte ancora visibili. Nella parete occidentale (a destra) si
aprono, a intervalli quasi regolari, nove bracci; di questi, sei
sono comunicanti con l'esterno e tre chiusi. Verso la metà del
percorso, sulla sinistra, è un braccio articolato in tre ambienti
rettangolari disposti a croce, usati in età romana come cisterne;
esse erano rifornite da un canale di alimentazione, le cui tracce
sono ancora visibili lungo la parete sinistra della galleria. Sul
fondo delle cisterne alcune casse in muratura e fosse sepolcrali
indicano che questa parte della galleria svolse in età cristiana
funzione di catacomba. Alla stessa epoca risale anche un arcosolio,
visibile poco più avanti lungo il corridoio. Si giunge, infine, in
una sala rettangolare. Da qui un vestibolo a sinistra, anticamente
chiuso da un cancello (come mostrano i fori degli stipiti sui banchi
esterni), introduce in un piccolo ambiente, che si suddivide
ulteriormente in tre celle minori disposte a croce. Questa stanza è
stata interpretata come l'oikos endotatos in cui la Sibilla,
assisa su un trono, avrebbe pronunciato i suoi vaticini. La
copertura a volta ha fatto però ipotizzare per la sala una datazione
alla tarda età imperiale.
Usciti dall'<<Antro della Sibilla>> e proseguendo sulla sinistra
si può raggiungere, accanto alle scale che conducono all'acropoli,
una terrazza panoramica dalla quale è possibile osservare la zona
occupata dall'antico porto di Cuma.
Sul lato est della terrazza sono visibili i resti della
sistemazione di età tardorepubblicana e augustea dell'esterno
dell'<<Antro della Sibilla>>. Si tratta di una parete in opera
reticolata con ammorsature in tufelli scandita da 10 arcate cieche,
la prima metà in quasi reticolato e le rimanenti in reticolato di
ottima fattura. Sulla sinistra si nota un pozzo in quasi reticolato
in corrispondenza della terza arcata cieca. All'altezza del
dromos vi sono un altro pozzo in reticolato e una scala a doppia
rampa, dietro la quale si riconoscono muri in blocchi di tufo e
tegole di età tarda. Probabilmente, la risistemazione va messa in
relazione con le attività del sottostante porto. |
Alla ricerca dell’Antro della Sibilla
Se i più antichi riferimenti a un antro della Sibilla a
Cuma si trovano in un testo pseudoaristotelico (De mirab. ausc., IV-III
sec. a.C.) e in Licofrone (III sec. a.C), I'evocazione più famosa è quella
di Virgilio, nel VI libro dell'Eneile, che tuttavia vuol ricreare
un'immagine suggestiva più che rappresentare una situazione topografica
reale. Sono soltanto il cosiddetto pseudo-Giustino (IV sec. d.C.),
Procopio e Agathias (VI sec. d.C.) a dare, nei secoli successivi, una
descrizione compiuta dell'antro, ma la loro testimonianza, piuttosto tarda
e influenzata da fantasiose tradizioni locali, non può ritenersi
pienamente attendibile. Le loro indicazioni infatti sembrano riferirsi
piuttosto alla cosiddetta Crypta romana, caduta probabilmente in disuso in
quel periodo e la cui grandiosità poteva facilmente far pensare a un
ambiente di destinazione sacrale. Maggiore attenzione meritano, invece,
altre due fonti che sembrano escludere l'esistenza di un'apposita sede
oracolare della Sibilla, almeno in età tarda. Pausania (II sec. d.C.),
infatti sostiene che i Cumani non avevano da mostrare nessun oracolo della
Sibilla, ma soltanto un'urna con le ceneri della profetessa custodita nel
tempio di Apollo. A questa affermazione sembra dare una conferma indiretta
la notizia tramandata nella Vita (IV sec. d.C.) dell'imperatore Clodio
Albino (196-197 d. C), secondo la quale questi si recò ad interrogare
l'oracolo nel tempio di Apollo cumano. L'interesse per la figura della
Sibilla sopravvisse, comunque, alla scomparsa del mondo antico, cosicché
anche nel Medioevo si cercò di individuare, sulla scorta della poesia
virgiliana, spesso letta attraverso il commento di Servio, la sede
dell'oracolo sibillino. Il rilievo dato all'episodio della discesa agli
inferi di Enea, avvenuta sotto la guida della profetessa, portò, però, a
cercare l'antro sulla sponda del lago d'Averno, localizzandolo negli
ambienti ancora oggi noti con il nome di Grotta della Sibilla. Tale
identificazione restò canonica per tutto il Rinascimento, ripetuta, tra
gli altri, dal Petrarca e dal Boccaccio, dagli antiquari locali e dai
viaggiatori stranieri. Soltanto alcuni studiosi, come l'Alberti e il
Capaccio, respinsero la localizzazione dello speco all'Averno sulla base
di una lettura più attenta del testo virgiliano, riconoscendo nella
cosiddetta Grotta della Sibilla un antico camminamento tra il Lucrino e l'Averno.
Nonostante i crescenti dubbi degli eruditi, la visita all'antro dell'Averno
rimase fin quasi al secolo scorso una delle tappe più suggestive del Grand
Tour, mentre le rovine dell’Acropoli di Cuma, ormai da tempo interrate,
giacevano in un secolare abbandono.
Fu soltanto a partire dalla metà dell'Ottocento che l'interesse degli
archeologi si portò su Cuma. Se le prime campagne di scavo ebbero come
oggetto di studio solo la zona delle necropoli, nel 1910 E. Gabrici si
volse al colle di Cuma con lo scopo dichiarato di riportare alla luce
l'antro, che ormai si riteneva dovesse essere localizzato nei pressi della
città. Il suo tentativo non ebbe successo, e l'impresa fu ritentata, nel
1925, da A. Maiuri il quale credette di riconoscere lo speco oracolare in
una galleria, da lui scoperta, che attraversava il monte di Cuma (la
cosiddetta Crypta romana). Rivelatasi erronea tale interpretazione,
tra il 1926 e il 1930, Maiuri riprese la ricerca; ulteriori indagini lo
condussero, nel maggio del 1932, alla scoperta di un ambiente a pianta
quadrangolare, scavato nel tufo e in parte interrato, sulla cui parete era
visibile un'apertura a sezione trapezoidale. Questo ambiente, utilizzato
come cellaio, si snodava in direzione della galleria esplorata nelle
precedenti campagne di scavo. Dopo un mese l'antro, una volta liberato da
tutti i detriti delle vecchie cave di tufo utilizzate in età borbonica,
apparve molto simile a un dromos, rispondente alla descrizione dello
pseudo-Giustino. Il Maiuri poteva fiduciosamente affermare: <<Il lungo
corridoio trapezoidale alto e solenne come la navata di un tempio, e la
grotta a volta e a nicchioni, formavano un unico insieme. Era la Grotta
della Sibilla, l'Antro del vaticinio quale ci appariva dalla poetica
visione di Virgilio e dalla prosaica e non meno commossa descrizione
dell'Anonimo scrittore cristiano del IV secolo>>.
In realtà, tale ipotesi è stata successivamente messa in dubbio e si è
giunti alla conclusione che la galleria, databile al IV-V sec. a.C., abbia
avuto una funzione militare. L'antro andrebbe allora cercato vicino al
tempio di Apollo nei pressi del peribolo, laddove è situato un ambiente
quasi completamente sotterraneo, la <<cisterna greca>>.
Il mito della Sibilla Cumana
E' noto che, nel mondo antico molte divinità
disponevano, ai margini della loro organizzazione sacerdotale, di
indovini, pitonesse o profeti che, a nome del dio, emettevano oracoli o
predizioni; la Pizia delfica è il caso più noto. Diffusa tuttavia era la
credenza (soprattutto in corrispondenza di sedi oracolari particolarmente
antiche e rinomate) che, prima di questi personaggi fossero esistite
alcune speciali interpreti della parola divina, esclusivamente di sesso
femminile, non soggette al passare del tempo, isolate dal mondo e poco
inclini a mostrarsi ai questuanti: erano le cosiddette Sibille. Se ne
indicava l'antica residenza in luoghi remoti, sparsi fra l'Asia Minore,
l'Africa e le coste occidentali del Mediterrano, Varrone ne elencò dieci:
la persiana, l'eritrea (da Eritre, in Lidia), l'ellespontia, la frigia, la
cimmeria, la libica, la delfica, la samia, la cumana e la tiburtina. Fu
anche pensato che si trattasse in realtà di un'unica Sibilla, immortale,
che si spostava in luoghi diversi.
La Sibilla cumana è, comunque, una delle figure semimitiche più complesse
e affascinanti che emergano dalla letteratura latina, anche se la sua
prima menzione è in un autore greco di III sec. a.C., Licofrone. Essa
appare indirettamente già nel VI sec. a.C. quando, secondo una tradizione
affermata, fu dalle sue mani che re Tarquinio Prisco acquistò una cospicua
raccolta di oracoli, redatti in esametri greci su foglie di palma, poi
definiti Libri Sibillini.
Quale che ne fosse l'origine, è certo che questi libri costituirono
una delle componenti più importanti della religione romana arcaica, tanto
da essere consultati solo in caso di estrema necessità e di fronte a
signa e prodigia che potevano lasciar intendere una precisa
volontà degli dei. Significativamente, alla consultazione di questi
oracoli potevano accedere soltanto membri di un particolare collegio
sacerdotale, originariamente di due, quindi di dieci e infine di quindici
membri (i cosiddetti Quindecemviri)) quali, infatti oltre che
librorum sibyllinorum antistes, erano istituzionalmente legati ai
culti di origtne greca (in particolare quello di Apollo) e
successivamente, al controllo di quelli orientali. I libri, dapprima
custoditi nel tempio di Giove Capitolino, bruciarono nell'incendio del
Campidoglio dell'83 a.C Tuttavia furono poi ricomposti grazie alla
raccolta degli oracoli custoditi in tutta la Grecia e l'Asia Minore e,
quindi collocati da Augusto nel tempio di Apollo sul Palatino accanto alla
dimora imperiale. Qui rimasero sino al IV sec. d.C, quando furono
distrutti dal generale Stilicone.
La leggenda che indica la Sibilla Cumana come autrice dei Libri
Sibillini trova riscontro nel fatto che l'area cumana fosse sede di
oracoli sin da età remota. E' forse più sulla scorta di questa tradizione
locale che sulla presunta origine cumana dei Libri che Virgilio nel
libro VI dell'Eneide, descrisse la figura tremenda della Sibilla, maestosa
sacerdotessa di Apollo e di Ecate Trivia, custode degli oracoli divini e
delle porte dell'Ade. A Enea che sbarca presso le sponde cumane e risale
fino al suo antro, essa mostra il futuro, ma anche gli abissi del Tartaro.
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La Sibilla Cumana conduce Enea alle porte dell'Ade.
Miniatura di scuola meridionale per il VI libro dell'Eneide. Ms.
Membr. IV E 6 (XV sec.). Napoli Biblioteca Nazionale Vittorio
Emanuele III. |
Nei poeti posteriori a Virgilio la solitaria, antica
grandezza della Sibilla cede il posto a elementi superstiziosi e,
talvolta, popolareschi. Properzio, Ovidio e Lucano tracciano la figura
della longaeva Sibylla con mille anni di vita, mentre il
Satyricon dell'irridente Petronio descriverà una Sibilla decrepita
che, concorde con la testimonianza di Servio, Apollo ha reso immortale ma
non eternamente giovane: essa, ridotta a minuscolo essere chiuso in una
bottiglia, invoca (in greco) la morte. Al tempo di Stazio la consultazione
dell'oracolo cumano risulta del tutto abbandonata e della sua immagine
altro non resta che un simbolo astratto di Cuma. Se, col tramonto degli
oracoli i pagani dimenticarono la loro Sibilla, già dal II sec. a.C. essa,
tuttavia, era stata assorbita dalla tradizione ebraica, che, oltre a
crearne una propria recuperò l'uso degli oracoli e le diede voce tramite
testi definiti Oracoli Sibillini in cui era annunciata la fine di
Roma e del corrotto potere imperiale. Grazie a questa mediazione i
cristiani recuperarono dall'oblio la Sibilla Cumana diffondendo a suo nome
oscure visioni sul tempo a venire che, confluendo nei vecchi Oracoli
Sibillini, diedero vita a Oracoli Sibillini cristiani. In questo clima
autori cristiani come Lattanzio, Eusebio di Cesarea e Costantino scoprono
che la IV ecloga delle Bucolicae virgiliane, in cui la Sibilla di
Cuma annuncia l'inizio di una nuova era (quella augustea) e la nascita
miracolosa di un fanciullo divino (Ottaviano), poteva in realtà essere
letta come annuncio del cristianesimo. La voce dell'antico oracolo di Cuma
entrò così a far parte dei profeti che preannunciarono l'era cristiana e
la fine dei tempi, come nel XIII sec. ricorderà Tommaso da Celano nei
primi versi del suo noto componimento poetico: Dies Irae, dies illa,
teste cum David et Sibylla.
Il tempio di Apollo
Sul lato meridionale della terrazza sorgeva il Tempio
di Apollo, portato alla luce nel 1912. La terrazza è tutt'intorno
pavimentata da un lastricato di tufo ed è delimitata sulla destra da un
parapetto, anch'esso di tufo.
Un santuario doveva esistere in questo luogo già dal Vl sec.a.C., ma la
sua consacrazione ad Apollo risulta solo da iscrizioni di epoca romana ivi
rinvenute. Tuttavia, in base al materiale votivo e a un graffito greco di
II sec. a.C., ritrovati in prossimità della cisterna greca, e interpretati
alla luce di una discussa iscrizione oracolare cumana su dischetto bronzeo
(seconda metà del VII sec. a.C.), il santuario potrebbe essere stato
originariamente dedicato anche a Hera.
Davanti al tempio sono i resti di una costruzione semicircolare, forse
un'esedra, di età romana, posta accanto a un pozzo: strutture da riferire,
probabilmente, all'attività oracolare.
Poco si conserva della fase più antica del santuario, di età greca o
sannitica. Ad essa appartengono alcune strutture emerse nell'area
circostante, interpretate come un sacello anteriore al primo impianto
templare e come il themenos del santuario, attualmente non visibili
perché interrate o nascoste dalla vegetazione. L'edificio originario era
orientato in senso N-S e di esso resta solo il basso podio in blocchi di
tufo (m. 36,40 x 18,30). L'elevato risale invece a età augustea, quando il
tempio fu ricostruito con l'aggiunta di un pronao sul lato est. Tale
sistemazione, inquadrabile nel programma augusteo di rivalutazione dei
luoghi legati alla leggenda di Enea e al culto di Apollo, prevedeva una
facciata monumentale protesa sul ciglio della terrazza con funzione
scenografica. La trabeazione era decorata con rivestimenti architettonici
in terracotta; ne sono stati rinvenuti vari frammenti, con soggetti
zoomorfi e antropomorfi, databili alla prima età imperiale.
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Cuma, Parco Archeologico. Pianta della terrazza meridionale del
tempio di Apollo (da un rilievo della Soprintendenza Archeologica). |
Saliti sul podio, portandosi nell'angolo sud-orientale
(in fondo a sinistra), presso il pronao augusteo, sono visibili resti
della pavimentazione in lastre di travertino, del peristilio e del
colonnato frontale; notevoli sono le triplici colonne angolari. I fusti
delle colonne, in pietra o in laterizio, avevano un rivestimento in stucco
(parzialmente conservato) che imitava le scanalature delle colonne in
marmo. Esse poggiavano su basi attiche ed erano sormontate da capitelli
ionici, appena sbozzati e originariamente dotati anch'essi di rlvestimento
esterno.
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Cuma, Parco Archeologico. Tempio di Apollo, cella. |
La parte centrale del tempio era occupata dalla cella,
tripartita da due file di pilastri quadrangolari, terminante a sud con due
ambienti di minori dimensioni; nulla si conserva dei rivestimenti murari.
Il santuario intorno al V sec. d.C. fu trasformato in basilica cristiana.
In questo periodo la facciata era forse rivolta a sud, dove sono visibili
i resti di un basamento ottagonale interpretato come un fonte battesimale;
a età medioevale risale anche una cisterna scavata nel banco tufaceo del
podio, poco prima del fonte. Nel pavimento della basilica furono allora
scavate più di novanta fosse sepolcrali.
Lasciata la terrazza del tempio di Apollo, poco prima di riprendere il
basolato romano della via Sacra, si nota sulla destra una cisterna.
Lungo il tratto di strada che sale verso il <<Tempio di Giove>>, nell'alto
medioevo furono costruite abitazioni che ne ridussero la larghezza. Ancora
visibili, soprattutto sul lato sinistro, alcune soglie di materiale
eterogeneo (marmi, trachite) e di dimensioni variabili. Esse sono inserite
in una struttura muraria costituita da blocchi di tufo irregolari, da
blocchi di trachite e da laterizi, che si snoda, senza interruzione lungo
tutto il tragitto. Giunti in fondo alla via Sacra, una scoscesa
rampa di bassi gradini conduce al maggiore tempio dell'acropoli.
Il tempio di Giove
Il maggiore santuario dell'acropoli, i cui resti furono
portati alla luce tra il 1924 e il 1932, è stato a lungo attribuito senza
validi motivi a Giove (da cui la definizione corrente di <<tempio di
Giove>>); sembra tuttavia più probabile che fosse consacrato a Demetra,
antica divinità patria dei Cumani, in città particolarmente venerata.
Il santuario fu probabilmente eretto verso la fine del VI sec. a.C.; nel
corso del tempo fu oggetto di numerosi interventi e trasformazioni, non
ricostruibili con precisione, ma che ne rispettarono sempre il primitivo
orientamento est-ovest. I resti oggi visibili sono relativi all'età romana
e a quella bizantina, quando il tempio fu trasformato in basilica dedicata
a S. Massimo martire. Al monumento si accede oggi dal lato destro, per
mezzo di gradini moderni. Ci si trova così sulla platea (m. 39.60 x 24.60)
sui cui blocchi di tufo, che poggiano su una fondazione in opera
cementizia, sono visibili strutture romane della prima età imperiale. Per
osservare il monumento nell'insieme è tuttavia consigliabile portarsi a
sinistra, presso l'ingresso originario. E così possibile osservare, lungo
i due lati del santuario, i resti del muro perimetrale romano in opera
reticolata; alcune porzioni della parete, crollate, sono oggi riverse
sotto il lato sinistro. Recandosi al centro della platea si raggiunge la
cella, le cui pareti interne sono scandite da semicolonne in opera
laterizia, fra le quali erano nicchie, poi murate. Oltre la cella, sul
lato sud (in fondo a sinistra), sono visibili quattro file di pilastri in
opera laterizia su cui insistevano basse arcate. Fra alcuni
intercolumnia si possono riconoscere porzioni dell'antico pavimento in
signino, con inserzioni regolari di tessere marmoree.
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Cuma, Parco Archeologico. <<Tempio di Giove>>.
Pianta (da un rilievo della Soprintendenza Archeologica).
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Se ne può dedurre che, sul finire del I sec. a.C., il
tempio fosse pseudo-periptero, circondato da portici a pilastri in
laterizio che lo dividevano in cinque navate; vi si accedeva dal fronte
est, tramite un ingresso principale e due laterali.
Con il culto cristiano, il tempio andò incontro a progressive modifiche.
Trasformata la cella in età paleocristiana, con l'aggiunta di un altare in
muratura rivestito in marmo (oggi quasi del tutto scomparso) poggiato alla
parete di fondo, alle sue spalle fu eretto un fonte battesimale, di forma
circolare e con tre gradini interni, anch'esso rivestito di marmi
policromi. Tuttavia i rifacimenti più cospicui si ebbero soltanto in età
altomedievale. I due ingressi laterali della facciata furono chiusi con
muri a grossi blocchi di tufo e al posto di quello a sinistra sorse una
cappella absidata, forse un martyrion. Muri dello stesso genere
interruppero la fuga delle navate laterali, creando piccoli ambienti,
forse utilizzati come cappelle, mentre gli spazi tra gli intercolumnia
della navata centrale furono occupati da sepolture a fossa, probabilmente
per membri di prestigio della comunità. Altre tombe furono ricavate
intorno alla cella e presso le navate a sud, ove erano una vasca e
un'altra piccola
cappella.
Sulle pendici dell'altura si conservano resti di altre strutture antiche,
parzialmente nascosti dalla vegetazione. Sulla terrazza a nord del tempio
è una cisterna, forse d'età romana, a pianta rettangolare (m. 5,50 x 2,90)
e rivestita in cocciopesto. Immediatamente sotto la cisterna è visibile un
muro greco di terrazzamento, in opera quadrata, ad andamento E-O e lungo
circa 10 metri, probabilmente a gradoni.
Sul versante occidentale è possibile intravedere due muri in blocchi di
tufo, uno rettilineo (lung. m. 3,60), I'altro absidato (m. 3,20), databili
al V-VI sec. d.C. Nelle vicinanze si trova, oltre a muri di terrazzamento
molto deteriorati, parte di una volta anch'essa di età tarda (prof. m.
2,70 ca., larg. m. 2, h. max. m. 1,10) in blocchi di tufo giallo e scaglie
di laterizi. Sul lato meridionale, infine, è possibile scorgere alcuni
muri di terrazzamento in blocchi irregolari di tufo giallo, eretti con
materiali di riutilizzo.
Con queste strutture si conclude la visita
dell'acropoli. Occorre dunque ripercorrere in discesa la via Sacra
e la gradinata moderna, sino a trovare sulla destra l'ingresso
dell'<<Antro della Sibilla>>.
Bibliografia.
Lorenzo Palatino - Storia di Pozzuoli e Contorni.
Napoli, 1826.
AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico.
A cura del Progetto Eubea. Marsilio
Editore, Napoli 1990.
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Mario Cartaro Ager Puteolanus. Roma
1584 |
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Pianta del territorio cumano da Stefano De Caro, A.
Greco in Campania, Bari 1981
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Foto aeree della zona |
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Foto 1: Ingresso del dromos, da notare
la particolare sezione del taglio.
Adinolfi Aldo, aprile 1983 |
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Foto 2: All’interno del dromos, dalla
destra (lato Ovest) le gallerie da cui penetra la luce.
Adinolfi Aldo, aprile 1983. |
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Foto 3: Interno del dromos, lato Est,
una delle tre cisterne contenute in altrettante gallerie, alimentata
dal canale inserito lungo le pareti del dromos.
Adinolfi Aldo, aprile 1983 |
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Foto 4: Altro ambiente sul lato Est.
Adinolfi Aldo, aprile 1983 |
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Foto 5: Ambiente terminale del dromos,
tre nicchioni coperti da una volta, la foto mostra il nicchione
orientale preceduto da un vestibolo con due podi.
Adinolfi Aldo, aprile 1983 |
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Foto 6: Veduta dell’antro della cripta
romana.
Adinolfi Aldo, novembre 1989 |
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Foto 7: Prospetto della cisterna prossima al
tempio di Apollo.
Adinolfi Aldo, novembre 1989 |
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Foto 8: Particolare della foto 7.
Adinolfi Aldo, novembre 1989 |
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Foto 9: Tempio di Apollo, veduta generale da
Est.
Adinolfi Aldo, aprile 1983 |
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Foto 10: Tempio di Apollo, particolare della
pavimentazione.
Adinolfi Aldo, aprile 1983 |
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Foto 11: Tempio di Apollo, particolare della
pavimentazione del podio, di epocagreca. Da notare le strutture della
fase romana e le fosse di epoca cristiana.
Adinolfi Aldo, novembre 1989 |
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Foto 12: Tempio di Apollo, veduta del podio da
Sud.
Adinolfi Aldo, novembre 1989 |
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Foto 13: Tempio di Apollo, veduta del podio da
Nord.
Adinolfi Aldo, novembre 1989 |
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Foto 14: Scorcio della c. d. "Cisterna Greca",
in vicinanza del tempio di Apollo, lato Nord.
Adinolfi Aldo, novembre 1989 |
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Foto 15: Scorcio della c. d. "Cisterna Greca",
in vicinanza del tempio di Apollo, lato Est.
Adinolfi Aldo, novembre 1989 |
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Foto 16: Mura dell’acropoli, sul terrazzo del
tempio di Apollo, lato Nord.
Adinolfi Aldo, novembre 1989 |
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Foto 17: Suspensurie di una
pavimentazione nella zona est della area del tempio di Apollo.
Adinolfi Aldo, novembre 1989 |
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Foto 18: Veduta della strada sacra che
dal tempio di Apollo porta al tempio di Giove.
Adinolfi Aldo, novembre 1989 |
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Foto 19: Cisterna con copertura a sesto
ribassato, ubicata nei pressi della c.d. Cisterna Greca.
Adinolfi Aldo, novembre 1989 |
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Foto 20: Tempio di Giove.
Adinolfi Aldo, aprile 1983 |
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Foto 21: Tempio di Giove, particolare del
battistero.
Adinolfi Aldo, aprile 1983 |
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Foto 22: Tempio di Giove, particolare della
platea di fondazione di epoca greca.
Adinolfi Aldo, novembre 1989 |
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Foto 23: Tempio di Giove, particolare della
platea di fondazione di epoca greca con innesto delle mure romane.
Adinolfi Aldo, novembre 1989 |
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