Cuma - Acropoli e Antro della Sibilla

Collegamento con Arco Felice, Ambienti voltati, Muri in reticolato, Sostruzioni, Mure dell'acropoli 

Fonti storiche a cura dell'Ufficio Beni Culturali

Strabone - Geografia

"Dopo questa città (Volturnum) viene Cuma, antichissima fondazione dei Calcidesi e dei Cumani; è infatti la più antica delle città siciliane e italiote. I capi della spedizione erano Ippocle di Cuma e Megastene di Calcide: essi si accordarono tra di loro che la colonia fosse degli uni e il nome le derivasse dagli altri; perciò ora è chiamata Cuma ma è considerata colonia dei Calcidesi. In principio, dunque, era una città prosperosa e la pianura Flegrea, nella quale la mitologia ha localizzato le gesta dei Giganti, non per questa ragione, come sembra, è così chiamata, ma per il fatto che quelle terre, a causa della loro fertilità furono oggetto di contesa. In seguito i Campani, divenuti padroni della città, fecero numerosi oltraggi agli abitanti con le cui mogli andarono ad abitare. Tuttavia, ancora molte sono le tracce del buon ordine e delle istituzioni elleniche. Alcuni dicono che si sia chiamata Cuma dai kymata, infatti la costa vicina è irta di scogli ed è esposta al vento. La pesca a Cuma è ottima. Su questo golfo vi è anche una foresta, ricca di arbusti che si stende per molti stadi, sabbiosi e senza acqua: chiamata "selva gallinaria". Qui i navarchi di Sesto Pompeo riunirono bande di pirati, al tempo in cui questi spinse la Sicilia alla rivolta".

Secondo Tito Livio i Cumani erano originari di Calcide nell'Eubea, e la flotta su cui erano giunti dalla metropoli li rese potenti sulle coste su cui fissarono la loro dimora: si stabilirono dapprima nelle isole di Enaria e di Pitecusa, e solo più tardi osarono insediarsi sul continente.

Per Velleio Patercolo, i Calcidesi che colonizzarono Cuma in Italia erano comandati da Ippocle e da Megastene, e furono guidati in quella località secondo certuni da una colomba, secondo altri da un fragore di cembali. 

Nella Periegesi, il Pseudo Scimno dice che Cuma fu colonizzata dapprima da Calcidesi, poi da Eoli. 

Dionisio di Alicarnasso, si limita a dire che Cuma fu una colonia degli Eretriesi e dei Calcidesi.

 L'alfabeto di Cuma 

L'antica città di Cuma, nella civiltà e nella cultura occidentale, ha un ruolo fondamentale, dal momento che da questa città si diffuse l'alfabeto in tutto il continente europeo. I coloni dell'Eubea sbarcando, prima ad Ischia e poi a Cuma, portarono insieme con le tradizioni e i culti, anche l'alfabeto, che avevano appreso dai popoli semiti. Ci è ormai noto che i Greci conobbero l'alfabeto già nella prima metà del IX secolo a.C. e che lo adattarono successivamente alla propria lingua. La scrittura dei Semiti era sillabica, cioè ad ogni segno corrispondeva più di un suono ed inoltre in essa non esistevano le vocali, in quanto il suono di queste era insito nelle consonanti. Per i Greci era, invece, indispensabile rappresentare graficamente le vocali, perché nella loro lingua molte parole sono formate da sole vocali oppure queste sono in numero prevalente rispetto alle consonanti. I Greci, pertanto, dovettero apportare delle modifiche per adattare l'alfabeto semitico alla loro lingua. Per questo motivo eliminarono dei segni il cui suono non esisteva nella loro lingua, aggiunsero tre nuovi segni per esprimere altri suoni e soprattutto ne crearono cinque per indicare le vocali. In questo modo trasformarono la scrittura sillabica in alfabetica con conseguenze di enorme portata, in quanto la scrittura sillabica ha bisogno di essere interpretata, mentre quella alfabetica deve essere semplicemente letta. Grazie agli Eubei giunti a Cuma l'alfabeto fu conosciuto dalle popolazioni italiche ed in particolare dai Latini e dagli Etruschi, che lo diffusero presso gli altri popoli della penisola e grazie alle conquiste romane venne divulgato in tutto il continente europeo. E' precisare che l'alfabeto usato dai Cumani era quello euboico e precisamente della città di Calcide, ciò perché i Greci non usavano tutti lo stesso alfabeto ma ogni regione presentava delle proprie varianti. Alfabeto Euboico, con tutte le modifiche che sono state apportate nei secoli, è ancora quello usato oggi da tutto il mondo occidentale. Pertanto il passaggio dell'alfabeto dai Cumani agli altri popoli assume un valore straordinario, in quanto ha costituito la base di tutta la cultura occidentale. Il più antico esempio di questa scrittura lo si trova sulla cosiddetta coppa di Nestore, rinvenuta nella necropoli di San Montano ad Ischia e risalente alla seconda metà dell'VIII secolo a.C. . La coppa è così chiamata in quanto sulla superficie esterna è incisa in alfabeto Euboico il verso dell'Iliade di Omero "Di Nestore …la coppa gradevole a bersi. Ma chi con questa coppa beve, lui subito prenderà desiderio di Afrodite dalla bella corona

Culti religiosi dell'antica Cuma 

Nel campo religioso Cuma era famosa nell'antichità per due aspetti che sono intimamente legati tra loro: il culto per Apollo e l'oracolo della Sibilla. Il culto per Apollo ha origini antichissime, tanto che Virgilio, nel VI canto dell'Eneide, lo fa risalire alla fuga di Dedalo dal labirinto di Cnosso. Dedalo, giunto sull'acropoli consacrò al dio del sole le ali di cera e gli dedicò un tempio dal tetto d'oro, e scolpì sulle porte di bronzo la sua avventura fino alla fondazione del tempio. La leggenda virgiliana, oltre a motivare la presenza di Apollo a Cuma, testimonia dell'importanza e dell'antica origine del culto. Questo sarebbe addirittura da mettere in relazione con la stessa fondazione della città, in quanto la divinità avrebbe indicato la rotta ai coloni euboici sotto forma di una colomba bianca o di un suono di cembali. Il ritrovamento di alcuni oggetti dedicati alla dea Hera (Giunone) lascia ritenere che fosseĠquesto il culto predominante a Cuma, che venne poi soppiantato da quello per Apollo. Nei secoli successivi il culto per Apollo si diffuse in tutto il mondo romano, ma a Cuma ebbe sempre un maggiore significato anche per la presenza dell'oracolo della Sibilla. La Sibilla cumana è tra le più famose figure della mitologia e, il suo ricordo si è tramandato fino ai giorni nostri. Nella religione greca, oltre ai sacerdoti, vi erano delle figure di profeti che ispirati dalle divinità pronunciavano oracoli, tra queste, ebbero un ruolo tutto particolare le Sibille. Nel mondo antico si ha notizia di molte Sibille, quella cumana è attestata per la prima volta nel VI secolo a.C., quando il re di Roma Tarquinio il Superbo acquistò dalla Sibilla Demarate una raccolta di oracoli scritti in greco su foglie di palma. Questa raccolta, detta libri Sibillini, veniva consultata in caso di gravi necessità da particolari sacerdoti, legati al culto di Apollo. I libri Sibillini, custoditi nel tempio di Giove Capitolino a Roma, bruciarono nell'incendio del Campidoglio nell'83 a.C.. Furono riscritti grazie anche ad altre raccolte di oracoli della Grecia e dell'Asia Minore e poi custoditi nel tempio di Apollo sul Palatino, fatto costruire da Augusto. Oltre agli oracoli, la Sibilla cumana era capace di interpretare i segni con cui Apollo esprimeva la propria volontà. Già nel mondo antico l'oracolo della Sibilla cadde in disuso e venne dimenticato, ma venne recuperato dalla tradizione ebraica, che attraverso gli oracoli sibillini predicava la fine dell'impero romano. Tramite la religione ebraica, nel medio evo passò a quella cristiana, circostanza che ne ha consentito di tramandare il ricordo fino ai giorni nostri. L'imperatore Ottaviano Augusto, nel suo disegno di rinnovamento della società romana, diede grande impulso al culto per il dio Apollo, quasi a voler porre la famiglia Giulia e l'Impero sotto la protezione della divinità che doveva assicurare una nuova epoca di pace. Augusto fece restaurare molti templi di Apollo e ne fece costruire di nuovi. È in quest'epoca che, forse, va visto il restauro del tempio di Apollo a Cuma, che diventa un vero santuario

 I santuari di Delfi e Delo 

Oltre a quello di Cuma, nel mondo greco, esistevano due famosi santuari legati al culto di Apollo: Delfi e Delo. Delfi, fin da epoche remote è stato luogo di oracoli, e molte divinità sono state tutelari del santuario fino a quando il culto per Apollo divenne preminente. Il culto è legato alla natura del luogo ed in particolare a tre sorgenti o fontane, Kastalia (ancora oggi esistente), Delphousa e Kassotis, e ad una fessura della roccia che emanava vapori capaci di rendere profetici uomini e animali. È interessante notare come anche a Cuma e nei Campi Flegrei la religiosità delle popolazioni locali sia stata sicuramente influenzata dai fenomeni naturali e vulcanici. Similmente a Cuma il santuario di Delfi è situato su una altura, il monte Parnaso, e ci si arriva tramite una via Sacra, dove si svolgevano le processioni destinate al tempio di Apollo. Il santuario di Delfi era di grandissima importanza nel mondo greco ed il culto di Apollo influenzò molto anche la vita religiosa delle colonie della Magna Grecia. Delo è una piccola isola dell'arcipelago delle Cicladi, nel mare Egeo, ed è caratterizzata dalla presenza di una altura detta monte Cinto. Secondo la mitologia in quest'isola nacquero sia Apollo che Artemide (Diana). Anche il culto per Apollo celebrato in quest'isola divenne tra i più famosi del mondo antico ed è databile già dall'VIII - VII secolo a.C., citato anche da Omero. Il santuario di Delo era frequentato, oltre che dai Greci, soprattutto dalle popolazioni delle isole e delle coste dell'Asia Minore; Delo, infatti, era uno dei maggiori porti commerciali dell'antichità, aperto ai traffici con l'Oriente e la cui fama verrà oscurata solo qualche secolo più tardi dalla grande ascesa dello scalo di Puteoli. L'area sacra si trovava sull'altura in una zona panoramica e di grande effetto scenografico, in quanto ad essa si accedeva dal porto sacro, sulla parte settentrionale dell'isola. 

L'arte divinatoria

Nel mondo antico l'arte divinatoria o mantica, era sostanzialmente di due tipi: la mantica per sorteggio, usata in epoca molto antica, a cui si sostituì successivamente la mantica estatica, in base alla quale la divinità entrava in una persona e parlava per bocca di questa. Entrambi i tipi di divinazione sono documentati a Cuma. Al VII secolo a.C. risale un dischetto di bronzo su cui è incisa, a spirale, un'iscrizione in greco, che è tra le più antiche iscrizioni cumane che ci siano pervenute. Si tratta di una sors, cioè di un dischetto da sorteggiare e che contiene un responso oracolare. Il testo dice "Hera non permette che si torni a consultare l'oracolo". Il divieto espresso dal testo dell'oracolo si spiega col fatto che in tal modo si potevano evitare domande troppo assillanti o imbarazzanti da parte dei fedeli. Questo prezioso documento richiama anche al culto di Hera, a conferma che questo ha preceduto quello di Apollo. Sicuramente il culto più antico adottava il responso per sorteggio, mentre quello di Apollo avveniva tramite le estasi della Sibilla.

Lorenzo Palatino - Storia di Pozzuoli e Contorni. Napoli, 1826.

Cuma.

Al nord del monte di Procida sopra un promontorio quasi isolato fu Cuma città Italo-Greca, distante dal lago del Fusaro un miglio e mezzo. Poche sono le città com’essa, che figurano nella storia antica. Strabone ci fa sapere, che Cuma è anteriore a tutte le città Italo-Greche della Sicilia, e della Italia.
Verso settentrione ad occidente il monte presenta molte erbe e precipitose balze. Verso oriente e mezzo giorno vi è la falda più accessibile.
Deve la sua fondazione ai Greci di Calcide e di Cuma condotti da Megastene, e da Ippocle Cumano. L’uno diede il nome al popolo che seco condusse, e l’altro alla città da lui eretta. Le prime cure de’ Cumani Italo-Greci furono la fondazione del tempio dedicato ad Apollo Senatore, Dio patrio della colonia: e lo stabilimento dell’oracolo ne’ sotterranei dello edificio. Il tempio sarà particolarmente descritto con gli altri monumenti Cumani.
La prima Vaticinatrice, che vi adempì il ministero, fu la Sibilla Cumana nominata Malacrena, la quale fiorì verso i tempi della rovina di Troja; mentre la seconda che ivi rendette gli oracoli fu la Cumana nata in Cuma d’Italia 551 anni dopo della prima. Il suo nome era Amaltea, e fu quella che offrì a Tarquinio Prisco RE de’ Romani i nove libri degli oracoli, de’ quali avendone bruciati sei, volle de’ rimanenti il prezzo medesimo che aveva chiesto di tutti. Queste due Sibille resero celebre Cuma per li loro oracoli.
Dedalo; consacrò sulla rocca le sue ali ad Apollo. Quivi capitò Ulisse per consultar Tiresia; ed Enea sbarcò nella spiaggia di Cuma per abboccarsi con la Sibilla. Cuma per molto tempo si governò in repubblica, e fu molto potente. Si difese contro diversi popoli del Lazio. Fu celebre per lo governo di Aristodemo. Costui si fece capo del popolo: radunato con stratagemme il Senato, ne fece uccidere tutti li capi: levò via gli Efebi, i Ginnasj e tutto ciò che conduceva ad azioni virtuose; e v’introdusse il mal costume. Volle che i giovani vestissero da donne; e le donne da uomini; sollazzandosi continuamente sotto l’ombra degli alberi con suoni, balli, e canto. Dopo infinite altre stravaganze, stanco il popolo di più soffrirlo per le oppressioni, avendo governato quattordici anni, di notte all’improvviso l’assaltarono e gli tolsero la vita per opera di una donna che lui molto amava, e n’era grandemente innamorato.
Tarquinio superbo ivi si ritirò; come ancora il console Gneo Cornelio. In questo mare fu la rotta navale che v’ebbe Ottavio. Cuma resistette a’ Toscani, agli Umbri, a’ Daunj, ad Amilcare, e ad Annibale, che co’ Capuani voleva occupar Cuma, e trucidare il Senato. In seguito fu conquistata da’ Romani, ed i Cumani ne ottennero la cittadinanza. Fu poi dichiarata municipio, indi prefettura. Sotto Augusto fu annoverata fra le colonie. Soffrì molto da’ Goti, e da’ Longobardi che nella decadenza di Roma la occuparono. Totila e Teja nel 550 per essere ben fortificata con grosse mura ed alte torri vi fecero riporre i loro tesori custoditi da Aligerno, e da Erudiano. Divenne infine uno asilo di ladri che infestavano il regno di Napoli, e così cadde nella sua totale distruzione nel 1207 dell’era cristiana.
In Cuma vi costruirono grandi edificj con bellissime ville Cicerone, Varrone, Trimalcione, e Germanico Augusto; essendovene state costruite altre ancora molto più antiche delle Romane.
Secondo le osservazioni fattevi dal Signor Canonico Jorio vi son fabbriche di opera Greca, Romana, ed anche de’ bassi tempi.

Lorenzo Palatino - Storia di Pozzuoli e Contorni. Napoli, 1826.

Tempio di Apollo.

Nella sommità del colle si osservano fra cespugli e terra aggruppata le reliquie del tempio di Apollo Senatore con alcuni pochi gradini, e pezzi di colonne di tufo scanalate. Alcuni resti di queste colonne si osservano di ornamento nella villa di Lusciano.
Sappiamo da Virgilio che quando Enea approdò in Cuma vi trovò un tempio fabbricato da Dedalo, ed era situato sopra una rocca de’ monti Euboici avendo intorno una selva, che per passarla, lasciò Enea i compagni e si allontanò dal lido. per lo culto che la distingueva, la nominò il bosco di Trivia. Tito Livio però la nomina selva dell’Ami.
In questo tempio Dedalo consacrò ad Apollo le sue ali, che gli erano servite per uscire dal labirinto. Da questo allegorico racconto di Virgilio può intendersi, che Dedalo sia stato un cretese perseguitato da Minos; venuto in Cuma sopra nave veliera, vi sia giunto per fortuna di mare a volo, e che per tal breve e felice viaggio facesse voto di ergerle in detta città un grandioso tempio; il cui adito era scavato nel monte con molt’ingressi, che servivano di tante altre uscite alla voce di chi vaticinava per strepitosamente rimbombare, allorché vi si rendevano gli Oracoli.
Discendendo da Cuma per la parte che guarda oriente vedesi il frontespizio di una grotta, che da alcuni si crede esser questo un ingresso della grotta della Sibilla Cumana.
Fin da’ tempi di Aristotile si mostrava in Cuma una cella sotterranea della Sibilla. Questa potrebbe intendersi essere la grotta, che da Cuma la fatidica scendeva spesso nell’Averno per l’evocazione delle ombre.
San Giustino Martire che circa 170 anni dopo Virgilio venne in Cuma vide la grotta orribile e spaventevole, della quale allora vedevansi non meno la posizione locale dell’antro, che le oscure diramazioni scavate nel monte pe’ luoghi circonvicini; come puranche il tempio architettato di livegatissimi marmi, il quale vedevasi quasi intero.
Dice il Santo Martire, che per la tradizione che avevano i Cumani da’ loro maggiori, questa grotta apparteneva alla sibilla Cumana Italica, dove essa disponeva i suoi oracoli. Egli riferisce inoltre di aver osservato in mezzo la grotta in camere tre lavatoj intagliati in pietra, ne’ quali gli dissero che la Sibilla soleva lavarsi.
Indi si vestiva di una camicia e se n’entrava nella parte più occulta dell’antro, in cui eranvi varj penetrali con esservi eretto nella principal grotta un piccolo tempio. Giunta in questo la stolata Sibilla sedeva in alto trono su di un tripode sacro, donde dopo qualche tempo tutta sopraffatta, convulsa, e sudante pronunciava le umane sorti; o in voce che poco potevan distinguersi; o in segni che non si capivano; o in iscritto sulle fronde di palme simbolo de’ raggi del sole, che il vento per lo più le faceva scomparire.
Questo antro dovrebbe essere lo stesso che ora si nomina la grotta della Sibilla, perché simile al racconto che ne fa il sopraddetto Santo Martire; il quale, siccome anche afferma Pausania, vide nello stesso luogo un piccolo tumolo di Bronzo, ove si conservano le ceneri di detta Vaticinatrice.
Tutte due le dianzidette fatidiche hanno vaticinato in questa grotta, in cui imprimevano il terrore, la noja, e lo spavento diretto coll’impostura a’ superstiziosi visionarj che vi si trasferivano per ottenere dalle medesime le risposte alle loro domande.
Di un altro tempio di Apollo costruito da’ Romani se ne fa menzione dal Canonico Jorio, da lui rivenuto nel 1817 nella masseria Della Ragione con un Ara in cui era incisa la seguente iscrizione.

APOLLINI CUMANO
Q. TINEIUS RUFVS.

AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico. A cura del Progetto Eubea. Marsilio
                 Editore, Napoli 1990.

L'Antro della Sibilla

Il crollo dell'ingresso originario (di cui restano soltanto gli stipiti) e della prima parte della galleria permette di osservare immediatamente, come in sezione, la forma trapezoidale dell'antro, scandita dalla luce filtrante da sei aperture sul lato occidentale. Il taglio trapezoidale risale forse alla seconda metà del IV sec. a.C.; a una fase successiva è invece da attribuire l'abbassamento del piano pavimentale con un taglio più stretto del precedente e di andamento verticale, che portò l'altezza della galleria agli attuali m. 5.
 

 

 

 

Cuma, Parco Archeologico. <<Antro della Sibilla>>. Pianta (da un rilievo della Soprintendenza Archeologica).

 

 

 

 

 

L'aspetto arcaico di questo dromos e il confronto con le descrizioni di Virgilio e di altri autori antichi ne favorirono l'identificazione con il mitico antro sede della Sibilla Cumana; recentemente, tuttavia, esso è stato interpretato come struttura difensiva.  A sostegno di quest'ultima ipotesi vi sono la posizione della galleria

 posta sotto la sella che unisce l'acropoli con la collina meridionale, l'analogia con altre strutture difensive di ambiente magnogreco; il confronto, infine, con le testimonianze antiche che riguardano la costruzione di fortificazioni. Si tratterebbe dunque di una difesa avanzata, parallela alla linea delle sovrastanti fortificazioni e a quella della costa.
Percorso il primo tratto privo di copertura, si entra in un lungo corridoio (m. 131,20) scavato nel tufo con andamento perfettamente rettilineo. Anticamente esso riceveva aria e luce da alcuni pozzi, in parte ancora visibili. Nella parete occidentale (a destra) si aprono, a intervalli quasi regolari, nove bracci; di questi, sei sono comunicanti con l'esterno e tre chiusi. Verso la metà del percorso, sulla sinistra, è un braccio articolato in tre ambienti rettangolari disposti a croce, usati in età romana come cisterne; esse erano rifornite da un canale di alimentazione, le cui tracce sono ancora visibili lungo la parete sinistra della galleria. Sul fondo delle cisterne alcune casse in muratura e fosse sepolcrali indicano che questa parte della galleria svolse in età cristiana funzione di catacomba. Alla stessa epoca risale anche un arcosolio, visibile poco più avanti lungo il corridoio. Si giunge, infine, in una sala rettangolare. Da qui un vestibolo a sinistra, anticamente chiuso da un cancello (come mostrano i fori degli stipiti sui banchi esterni), introduce in un piccolo ambiente, che si suddivide ulteriormente in tre celle minori disposte a croce. Questa stanza è stata interpretata come l'oikos endotatos in cui la Sibilla, assisa su un trono, avrebbe pronunciato i suoi vaticini. La copertura a volta ha fatto però ipotizzare per la sala una datazione alla tarda età imperiale.
Usciti dall'<<Antro della Sibilla>> e proseguendo sulla sinistra si può raggiungere, accanto alle scale che conducono all'acropoli, una terrazza panoramica dalla quale è possibile osservare la zona occupata dall'antico porto di Cuma.
Sul lato est della terrazza sono visibili i resti della sistemazione di età tardorepubblicana e augustea dell'esterno dell'<<Antro della Sibilla>>. Si tratta di una parete in opera reticolata con ammorsature in tufelli scandita da 10 arcate cieche, la prima metà in quasi reticolato e le rimanenti in reticolato di ottima fattura. Sulla sinistra si nota un pozzo in quasi reticolato in corrispondenza della terza arcata cieca. All'altezza del dromos vi sono un altro pozzo in reticolato e una scala a doppia rampa, dietro la quale si riconoscono muri in blocchi di tufo e tegole di età tarda. Probabilmente, la risistemazione va messa in relazione con le attività del sottostante porto.

Alla ricerca dell’Antro della Sibilla

Se i più antichi riferimenti a un antro della Sibilla a Cuma si trovano in un testo pseudoaristotelico (De mirab. ausc., IV-III sec. a.C.) e in Licofrone (III sec. a.C), I'evocazione più famosa è quella di Virgilio, nel VI libro dell'Eneile, che tuttavia vuol ricreare un'immagine suggestiva più che rappresentare una situazione topografica reale. Sono soltanto il cosiddetto pseudo-Giustino (IV sec. d.C.), Procopio e Agathias (VI sec. d.C.) a dare, nei secoli successivi, una descrizione compiuta dell'antro, ma la loro testimonianza, piuttosto tarda e influenzata da fantasiose tradizioni locali, non può ritenersi pienamente attendibile. Le loro indicazioni infatti sembrano riferirsi piuttosto alla cosiddetta Crypta romana, caduta probabilmente in disuso in quel periodo e la cui grandiosità poteva facilmente far pensare a un ambiente di destinazione sacrale. Maggiore attenzione meritano, invece, altre due fonti che sembrano escludere l'esistenza di un'apposita sede oracolare della Sibilla, almeno in età tarda. Pausania (II sec. d.C.), infatti sostiene che i Cumani non avevano da mostrare nessun oracolo della Sibilla, ma soltanto un'urna con le ceneri della profetessa custodita nel tempio di Apollo. A questa affermazione sembra dare una conferma indiretta la notizia tramandata nella Vita (IV sec. d.C.) dell'imperatore Clodio Albino (196-197 d. C), secondo la quale questi si recò ad interrogare l'oracolo nel tempio di Apollo cumano. L'interesse per la figura della Sibilla sopravvisse, comunque, alla scomparsa del mondo antico, cosicché anche nel Medioevo si cercò di individuare, sulla scorta della poesia virgiliana, spesso letta attraverso il commento di Servio, la sede dell'oracolo sibillino. Il rilievo dato all'episodio della discesa agli inferi di Enea, avvenuta sotto la guida della profetessa, portò, però, a cercare l'antro sulla sponda del lago d'Averno, localizzandolo negli ambienti ancora oggi noti con il nome di Grotta della Sibilla. Tale identificazione restò canonica per tutto il Rinascimento, ripetuta, tra gli altri, dal Petrarca e dal Boccaccio, dagli antiquari locali e dai viaggiatori stranieri. Soltanto alcuni studiosi, come l'Alberti e il Capaccio, respinsero la localizzazione dello speco all'Averno sulla base di una lettura più attenta del testo virgiliano, riconoscendo nella cosiddetta Grotta della Sibilla un antico camminamento tra il Lucrino e l'Averno. Nonostante i crescenti dubbi degli eruditi, la visita all'antro dell'Averno rimase fin quasi al secolo scorso una delle tappe più suggestive del Grand Tour, mentre le rovine dell’Acropoli di Cuma, ormai da tempo interrate, giacevano in un secolare abbandono.
Fu soltanto a partire dalla metà dell'Ottocento che l'interesse degli archeologi si portò su Cuma. Se le prime campagne di scavo ebbero come oggetto di studio solo la zona delle necropoli, nel 1910 E. Gabrici si volse al colle di Cuma con lo scopo dichiarato di riportare alla luce l'antro, che ormai si riteneva dovesse essere localizzato nei pressi della città. Il suo tentativo non ebbe successo, e l'impresa fu ritentata, nel 1925, da A. Maiuri il quale credette di riconoscere lo speco oracolare in una galleria, da lui scoperta, che attraversava il monte di Cuma (la cosiddetta Crypta romana). Rivelatasi erronea tale interpretazione, tra il 1926 e il 1930, Maiuri riprese la ricerca; ulteriori indagini lo condussero, nel maggio del 1932, alla scoperta di un ambiente a pianta quadrangolare, scavato nel tufo e in parte interrato, sulla cui parete era visibile un'apertura a sezione trapezoidale. Questo ambiente, utilizzato come cellaio, si snodava in direzione della galleria esplorata nelle precedenti campagne di scavo. Dopo un mese l'antro, una volta liberato da tutti i detriti delle vecchie cave di tufo utilizzate in età borbonica, apparve molto simile a un dromos, rispondente alla descrizione dello pseudo-Giustino. Il Maiuri poteva fiduciosamente affermare: <<Il lungo corridoio trapezoidale alto e solenne come la navata di un tempio, e la grotta a volta e a nicchioni, formavano un unico insieme. Era la Grotta della Sibilla, l'Antro del vaticinio quale ci appariva dalla poetica visione di Virgilio e dalla prosaica e non meno commossa descrizione dell'Anonimo scrittore cristiano del IV secolo>>.
In realtà, tale ipotesi è stata successivamente messa in dubbio e si è giunti alla conclusione che la galleria, databile al IV-V sec. a.C., abbia avuto una funzione militare. L'antro andrebbe allora cercato vicino al tempio di Apollo nei pressi del peribolo, laddove è situato un ambiente quasi completamente sotterraneo, la <<cisterna greca>>.

Il mito della Sibilla Cumana

E' noto che, nel mondo antico molte divinità disponevano, ai margini della loro organizzazione sacerdotale, di indovini, pitonesse o profeti che, a nome del dio, emettevano oracoli o predizioni; la Pizia delfica è il caso più noto. Diffusa tuttavia era la credenza (soprattutto in corrispondenza di sedi oracolari particolarmente antiche e rinomate) che, prima di questi personaggi fossero esistite alcune speciali interpreti della parola divina, esclusivamente di sesso femminile, non soggette al passare del tempo, isolate dal mondo e poco inclini a mostrarsi ai questuanti: erano le cosiddette Sibille. Se ne indicava l'antica residenza in luoghi remoti, sparsi fra l'Asia Minore, l'Africa e le coste occidentali del Mediterrano, Varrone ne elencò dieci: la persiana, l'eritrea (da Eritre, in Lidia), l'ellespontia, la frigia, la cimmeria, la libica, la delfica, la samia, la cumana e la tiburtina. Fu anche pensato che si trattasse in realtà di un'unica Sibilla, immortale, che si spostava in luoghi diversi.
La Sibilla cumana è, comunque, una delle figure semimitiche più complesse e affascinanti che emergano dalla letteratura latina, anche se la sua prima menzione è in un autore greco di III sec. a.C., Licofrone. Essa appare indirettamente già nel VI sec. a.C. quando, secondo una tradizione affermata, fu dalle sue mani che re Tarquinio Prisco acquistò una cospicua raccolta di oracoli, redatti in esametri greci su foglie di palma, poi definiti Libri Sibillini.
Quale che ne fosse l'origine, è certo che questi libri costituirono una delle componenti più importanti della religione romana arcaica, tanto da essere consultati solo in caso di estrema necessità e di fronte a signa e prodigia che potevano lasciar intendere una precisa volontà degli dei. Significativamente, alla consultazione di questi oracoli potevano accedere soltanto membri di un particolare collegio sacerdotale, originariamente di due, quindi di dieci e infine di quindici membri (i cosiddetti Quindecemviri)) quali, infatti oltre che librorum sibyllinorum antistes, erano istituzionalmente legati ai culti di origtne greca (in particolare quello di Apollo) e successivamente, al controllo di quelli orientali. I libri, dapprima custoditi nel tempio di Giove Capitolino, bruciarono nell'incendio del Campidoglio dell'83 a.C Tuttavia furono poi ricomposti grazie alla raccolta degli oracoli custoditi in tutta la Grecia e l'Asia Minore e, quindi collocati da Augusto nel tempio di Apollo sul Palatino accanto alla dimora imperiale. Qui rimasero sino al IV sec. d.C, quando furono distrutti dal generale Stilicone.
La leggenda che indica la Sibilla Cumana come autrice dei Libri Sibillini trova riscontro nel fatto che l'area cumana fosse sede di oracoli sin da età remota. E' forse più sulla scorta di questa tradizione locale che sulla presunta origine cumana dei Libri che Virgilio nel libro VI dell'Eneide, descrisse la figura tremenda della Sibilla, maestosa sacerdotessa di Apollo e di Ecate Trivia, custode degli oracoli divini e delle porte dell'Ade. A Enea che sbarca presso le sponde cumane e risale fino al suo antro, essa mostra il futuro, ma anche gli abissi del Tartaro.

La Sibilla Cumana conduce Enea alle porte dell'Ade. Miniatura di scuola meridionale per il VI libro dell'Eneide. Ms. Membr. IV E 6 (XV sec.). Napoli Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III.

Nei poeti posteriori a Virgilio la solitaria, antica grandezza della Sibilla cede il posto a elementi superstiziosi e, talvolta, popolareschi. Properzio, Ovidio e Lucano tracciano la figura della longaeva Sibylla con mille anni di vita, mentre il Satyricon dell'irridente Petronio descriverà una Sibilla decrepita che, concorde con la testimonianza di Servio, Apollo ha reso immortale ma non eternamente giovane: essa, ridotta a minuscolo essere chiuso in una bottiglia, invoca (in greco) la morte. Al tempo di Stazio la consultazione dell'oracolo cumano risulta del tutto abbandonata e della sua immagine altro non resta che un simbolo astratto di Cuma. Se, col tramonto degli oracoli i pagani dimenticarono la loro Sibilla, già dal II sec. a.C. essa, tuttavia, era stata assorbita dalla tradizione ebraica, che, oltre a crearne una propria recuperò l'uso degli oracoli e le diede voce tramite testi definiti Oracoli Sibillini in cui era annunciata la fine di Roma e del corrotto potere imperiale. Grazie a questa mediazione i cristiani recuperarono dall'oblio la Sibilla Cumana diffondendo a suo nome oscure visioni sul tempo a venire che, confluendo nei vecchi Oracoli Sibillini, diedero vita a Oracoli Sibillini cristiani. In questo clima autori cristiani come Lattanzio, Eusebio di Cesarea e Costantino scoprono che la IV ecloga delle Bucolicae virgiliane, in cui la Sibilla di Cuma annuncia l'inizio di una nuova era (quella augustea) e la nascita miracolosa di un fanciullo divino (Ottaviano), poteva in realtà essere letta come annuncio del cristianesimo. La voce dell'antico oracolo di Cuma entrò così a far parte dei profeti che preannunciarono l'era cristiana e la fine dei tempi, come nel XIII sec. ricorderà Tommaso da Celano nei primi versi del suo noto componimento poetico: Dies Irae, dies illa, teste cum David et Sibylla.

Il tempio di Apollo

Sul lato meridionale della terrazza sorgeva il Tempio di Apollo, portato alla luce nel 1912. La terrazza è tutt'intorno pavimentata da un lastricato di tufo ed è delimitata sulla destra da un parapetto, anch'esso di tufo.
Un santuario doveva esistere in questo luogo già dal Vl sec.a.C., ma la sua consacrazione ad Apollo risulta solo da iscrizioni di epoca romana ivi rinvenute. Tuttavia, in base al materiale votivo e a un graffito greco di II sec. a.C., ritrovati in prossimità della cisterna greca, e interpretati alla luce di una discussa iscrizione oracolare cumana su dischetto bronzeo (seconda metà del VII sec. a.C.), il santuario potrebbe essere stato originariamente dedicato anche a Hera.
Davanti al tempio sono i resti di una costruzione semicircolare, forse un'esedra, di età romana, posta accanto a un pozzo: strutture da riferire, probabilmente, all'attività oracolare.
Poco si conserva della fase più antica del santuario, di età greca o sannitica. Ad essa appartengono alcune strutture emerse nell'area circostante, interpretate come un sacello anteriore al primo impianto templare e come il themenos del santuario, attualmente non visibili perché interrate o nascoste dalla vegetazione. L'edificio originario era orientato in senso N-S e di esso resta solo il basso podio in blocchi di tufo (m. 36,40 x 18,30). L'elevato risale invece a età augustea, quando il tempio fu ricostruito con l'aggiunta di un pronao sul lato est. Tale sistemazione, inquadrabile nel programma augusteo di rivalutazione dei luoghi legati alla leggenda di Enea e al culto di Apollo, prevedeva una facciata monumentale protesa sul ciglio della terrazza con funzione scenografica. La trabeazione era decorata con rivestimenti architettonici in terracotta; ne sono stati rinvenuti vari frammenti, con soggetti zoomorfi e antropomorfi, databili alla prima età imperiale.

 

Cuma, Parco Archeologico. Pianta della terrazza meridionale del tempio di Apollo (da un rilievo della Soprintendenza Archeologica).

Saliti sul podio, portandosi nell'angolo sud-orientale (in fondo a sinistra), presso il pronao augusteo, sono visibili resti della pavimentazione in lastre di travertino, del peristilio e del colonnato frontale; notevoli sono le triplici colonne angolari. I fusti delle colonne, in pietra o in laterizio, avevano un rivestimento in stucco (parzialmente conservato) che imitava le scanalature delle colonne in marmo. Esse poggiavano su basi attiche ed erano sormontate da capitelli ionici, appena sbozzati e originariamente dotati anch'essi di rlvestimento esterno.

 

Cuma, Parco Archeologico. Tempio di Apollo, cella.

La parte centrale del tempio era occupata dalla cella, tripartita da due file di pilastri quadrangolari, terminante a sud con due ambienti di minori dimensioni; nulla si conserva dei rivestimenti murari.
Il santuario intorno al V sec. d.C. fu trasformato in basilica cristiana. In questo periodo la facciata era forse rivolta a sud, dove sono visibili i resti di un basamento ottagonale interpretato come un fonte battesimale; a età medioevale risale anche una cisterna scavata nel banco tufaceo del podio, poco prima del fonte. Nel pavimento della basilica furono allora scavate più di novanta fosse sepolcrali.
Lasciata la terrazza del tempio di Apollo, poco prima di riprendere il basolato romano della via Sacra, si nota sulla destra una cisterna. Lungo il tratto di strada che sale verso il <<Tempio di Giove>>, nell'alto medioevo furono costruite abitazioni che ne ridussero la larghezza. Ancora visibili, soprattutto sul lato sinistro, alcune soglie di materiale eterogeneo (marmi, trachite) e di dimensioni variabili. Esse sono inserite in una struttura muraria costituita da blocchi di tufo irregolari, da blocchi di trachite e da laterizi, che si snoda, senza interruzione lungo tutto il tragitto. Giunti in fondo alla via Sacra, una scoscesa rampa di bassi gradini conduce al maggiore tempio dell'acropoli.

Il tempio di Giove

Il maggiore santuario dell'acropoli, i cui resti furono portati alla luce tra il 1924 e il 1932, è stato a lungo attribuito senza validi motivi a Giove (da cui la definizione corrente di <<tempio di Giove>>); sembra tuttavia più probabile che fosse consacrato a Demetra, antica divinità patria dei Cumani, in città particolarmente venerata.
Il santuario fu probabilmente eretto verso la fine del VI sec. a.C.; nel corso del tempo fu oggetto di numerosi interventi e trasformazioni, non ricostruibili con precisione, ma che ne rispettarono sempre il primitivo orientamento est-ovest. I resti oggi visibili sono relativi all'età romana e a quella bizantina, quando il tempio fu trasformato in basilica dedicata a S. Massimo martire. Al monumento si accede oggi dal lato destro, per mezzo di gradini moderni. Ci si trova così sulla platea (m. 39.60 x 24.60) sui cui blocchi di tufo, che poggiano su una fondazione in opera cementizia, sono visibili strutture romane della prima età imperiale. Per osservare il monumento nell'insieme è tuttavia consigliabile portarsi a sinistra, presso l'ingresso originario. E così possibile osservare, lungo i due lati del santuario, i resti del muro perimetrale romano in opera reticolata; alcune porzioni della parete, crollate, sono oggi riverse sotto il lato sinistro. Recandosi al centro della platea si raggiunge la cella, le cui pareti interne sono scandite da semicolonne in opera laterizia, fra le quali erano nicchie, poi murate. Oltre la cella, sul lato sud (in fondo a sinistra), sono visibili quattro file di pilastri in opera laterizia su cui insistevano basse arcate. Fra alcuni intercolumnia si possono riconoscere porzioni dell'antico pavimento in signino, con inserzioni regolari di tessere marmoree.

Cuma, Parco Archeologico. <<Tempio di Giove>>. Pianta (da un rilievo della Soprintendenza Archeologica).

 

Se ne può dedurre che, sul finire del I sec. a.C., il tempio fosse pseudo-periptero, circondato da portici a pilastri in laterizio che lo dividevano in cinque navate; vi si accedeva dal fronte est, tramite un ingresso principale e due laterali.
Con il culto cristiano, il tempio andò incontro a progressive modifiche.
Trasformata la cella in età paleocristiana, con l'aggiunta di un altare in muratura rivestito in marmo (oggi quasi del tutto scomparso) poggiato alla parete di fondo, alle sue spalle fu eretto un fonte battesimale, di forma circolare e con tre gradini interni, anch'esso rivestito di marmi policromi. Tuttavia i rifacimenti più cospicui si ebbero soltanto in età altomedievale. I due ingressi laterali della facciata furono chiusi con muri a grossi blocchi di tufo e al posto di quello a sinistra sorse una cappella absidata, forse un martyrion. Muri dello stesso genere interruppero la fuga delle navate laterali, creando piccoli ambienti, forse utilizzati come cappelle, mentre gli spazi tra gli intercolumnia della navata centrale furono occupati da sepolture a fossa, probabilmente per membri di prestigio della comunità. Altre tombe furono ricavate intorno alla cella e presso le navate a sud, ove erano una vasca e un'altra piccola
cappella.
Sulle pendici dell'altura si conservano resti di altre strutture antiche, parzialmente nascosti dalla vegetazione. Sulla terrazza a nord del tempio è una cisterna, forse d'età romana, a pianta rettangolare (m. 5,50 x 2,90) e rivestita in cocciopesto. Immediatamente sotto la cisterna è visibile un muro greco di terrazzamento, in opera quadrata, ad andamento E-O e lungo circa 10 metri, probabilmente a gradoni.
Sul versante occidentale è possibile intravedere due muri in blocchi di tufo, uno rettilineo (lung. m. 3,60), I'altro absidato (m. 3,20), databili al V-VI sec. d.C. Nelle vicinanze si trova, oltre a muri di terrazzamento molto deteriorati, parte di una volta anch'essa di età tarda (prof. m. 2,70 ca., larg. m. 2, h. max. m. 1,10) in blocchi di tufo giallo e scaglie di laterizi. Sul lato meridionale, infine, è possibile scorgere alcuni muri di terrazzamento in blocchi irregolari di tufo giallo, eretti con materiali di riutilizzo.

Con queste strutture si conclude la visita dell'acropoli. Occorre dunque ripercorrere in discesa la via Sacra e la gradinata moderna, sino a trovare sulla destra l'ingresso dell'<<Antro della Sibilla>>.

Bibliografia.

Lorenzo Palatino - Storia di Pozzuoli e Contorni. Napoli, 1826.

AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico. A cura del Progetto Eubea. Marsilio
                 Editore, Napoli 1990.

Mario Cartaro Ager Puteolanus. Roma 1584

Pianta del territorio cumano da Stefano De Caro, A. Greco in Campania, Bari 1981

 

 

Foto aeree della zona

 

Foto 1: Ingresso del dromos, da notare la particolare sezione del taglio.

Adinolfi Aldo, aprile 1983

 

Foto 2: All’interno del dromos, dalla destra (lato Ovest) le gallerie da cui penetra la luce.

Adinolfi Aldo, aprile 1983.

 

Foto 3: Interno del dromos, lato Est, una delle tre cisterne contenute in altrettante gallerie, alimentata dal canale inserito lungo le pareti del dromos.

Adinolfi Aldo, aprile 1983

 

Foto 4: Altro ambiente sul lato Est.

Adinolfi Aldo, aprile 1983

 

Foto 5: Ambiente terminale del dromos, tre nicchioni coperti da una volta, la foto mostra il nicchione orientale preceduto da un vestibolo con due podi.

Adinolfi Aldo, aprile 1983

 

Foto 6: Veduta dell’antro della cripta romana.

Adinolfi Aldo, novembre 1989

 

Foto 7: Prospetto della cisterna prossima al tempio di Apollo.

Adinolfi Aldo, novembre 1989

 

Foto 8: Particolare della foto 7.

Adinolfi Aldo, novembre 1989

 

Foto 9: Tempio di Apollo, veduta generale da Est.

Adinolfi Aldo, aprile 1983

 

Foto 10: Tempio di Apollo, particolare della pavimentazione.

Adinolfi Aldo, aprile 1983

 

Foto 11: Tempio di Apollo, particolare della pavimentazione del podio, di epocagreca. Da notare le strutture della fase romana e le fosse di epoca cristiana.

Adinolfi Aldo, novembre 1989

 

Foto 12: Tempio di Apollo, veduta del podio da Sud.

Adinolfi Aldo, novembre 1989

 

Foto 13: Tempio di Apollo, veduta del podio da Nord.

Adinolfi Aldo, novembre 1989

 

Foto 14: Scorcio della c. d. "Cisterna Greca", in vicinanza del tempio di Apollo, lato Nord.

Adinolfi Aldo, novembre 1989

 

Foto 15: Scorcio della c. d. "Cisterna Greca", in vicinanza del tempio di Apollo, lato Est.

Adinolfi Aldo, novembre 1989

 

Foto 16: Mura dell’acropoli, sul terrazzo del tempio di Apollo, lato Nord.

Adinolfi Aldo, novembre 1989

 

Foto 17: Suspensurie di una pavimentazione nella zona est della area del tempio di Apollo.

Adinolfi Aldo, novembre 1989

 

Foto 18: Veduta della strada sacra che dal tempio di Apollo porta al tempio di Giove.

Adinolfi Aldo, novembre 1989

 

Foto 19: Cisterna con copertura a sesto ribassato, ubicata nei pressi della c.d. Cisterna Greca.

Adinolfi Aldo, novembre 1989

 

Foto 20: Tempio di Giove.

Adinolfi Aldo, aprile 1983

 

Foto 21: Tempio di Giove, particolare del battistero.

Adinolfi Aldo, aprile 1983

 

Foto 22: Tempio di Giove, particolare della platea di fondazione di epoca greca.

Adinolfi Aldo, novembre 1989

 

Foto 23: Tempio di Giove, particolare della platea di fondazione di epoca greca con innesto delle mure romane.

Adinolfi Aldo, novembre 1989