Necropoli Romana di via Celle

M. N., ottobre 1982

Collegamento con Mausoleo di via Celle, CisternaPresunta Basilica di Santo Stefano, Colombario al quadrivio di S. Stefano, Strada "Consularis Puteolis - Capuam, Necropoli di via Cupa Cigliano, Colombari in Via Vicinale Celle, Colombari del Fondo Caiazzo, Colombario presso la linea FF. SS., Colombario di via Campana, Necropoli di San Vito, Colombari in via Campana, Colombari di via Campana, Colombari di via CampanaStrutture presso una masseria, Colombari presso FF. SS. in località Montagna Spaccata 

Paolo Antonio Paoli - Avanzi delle Antichità esistenti a Pozzuoli Cuma e Baja. Napoli, 1768

Tavola trentesima. Sepolcri che restano vicini a Pozzuolo nella Via Consolare, che dicesi Campana. La moltitudine de quali collocati per lo spazio di circa due miglia e di là lungo la detta strada dimostra la grandezza e la popolazione della città. Una gran parte di cui diroccata si mantiene appena ne’ fondamenti: altri vicini a rovinare conservano soltanto un’idea della loro struttura; de’ quali abbiamo scelto i migliori per rappresentarli in queste tavole. S’incontrano immediatamente da chi uscito dalla città oltrepassa la chiesa della SS. Annunziata: lo che prova la città non estendevasi oltre a questo luogo. Imperciocchè sappiamo dagli Scrittori(1) aver gli Antichi fabbricato i sepolcri fuori dell’abitato, giudicando di poter restare contaminati dalla vicinanza de’ morti. Scelsero per lo più il luogo siccome alla campagna, così principalmente lungo le pubbliche strade; acciocchè ricordassero a’ passeggieri, dice Varrone(2) di cuor mortale.
Di due sorte sono questi sepolcri. Altri comuni, altri particolari. Per sepolcri comuni non intendiamo però né quelli destinatiper poveri, per servi, o per qualunque plebeo, che Puticuli(3) o Culine(4) si chiamavano, né quelli gentilizi detti parimenti comuni, perché appartenenti ad un’intera famiglia, de’ quali altrove;(5) ma intendiamo quel genere di sepolcri comuni, ne’ quali in luoghi separati avevano dritto di entrare più persone di diverse famiglie; o perché l’edifizio fatto in un medesimotempo da più padroni veniva diviso, toccando a ciascheduno la sua porzione; o perché fabbricandosi una camera accanto all’altra con vicendevole permisione, se ne formava insensibilmente un’unione di sepolcri. Una tal maniera di fabbricati si ha da diverse iscrizioni.(6) Or che tali fossero quelli che diamo nella presente Tavola, si deduce dalla loro architettura, e che appartenessero a famiglie gentilizie si conosce dalla pulizia della fabrica. Poiché questa oltre alle camere sotterranee, che si scoprirebbe sotto il piano della strada se si scavasse, si alza a tre ordini: come dalle scale e dagli avanzi de’ muri si ravvisa. Le pareti interiori erano coperte di tonica e di bassirilievi; come da qualche vestigio può congetturarsi; e forse erano anche delle pitture. La facciata esteriore, benchè al presente rovinata, può credersi che una volta spiccasse per gli ornamenti e per la pulizia: essendovi tuttor rimasta una nicchia nobilissima, e per l’esattezza del suo lavoro degna d’esser veduta. Un’altra se ne vede ne’ sepolcri vicini, come alla pianta seguente E.

G. D’Ancora - Guida ragionata per le antichità e per le curiosità naturali di Pozzuoli e dei
                         luoghi circonvicini.
Napoli MDCCXCII:

Via Campana (XX Tav.)

Prima che il forestiere esca da Pozzuoli, conviene che veda l’antica strada consolare detta Campana piena di sepolcri da ambo i lati, i quali incontrandosi subito che si oltrepassa la chiesa dell’Annunziata, si prova che la città non estendevasi oltre a questo luogo dalla parte di settentrione.
Ciò posto, essendosi notata la direzione della strada da Napoli a Pozzuoli, gioverà istruirsi, per ben capire la situazione dei suoi contorni, del cammino delle strade, che da Roma conduceva nella stessa città.
Due furono tali strade, l’una mediterranea, che è appunto la Campana accennata di sopra, e l’altra marittima.
La prima fu consolare, e fu per dir così una prolungazione della via Appia, la quale da prima terminava in Capua. Questa fu denominata propriamente Campana, o perché veniva da Roma per la parte orientale della Campania, o perché portava per diritto cammino a Capua: essa continuando per dove oggi è interrotta dal Lagno, passava per lato orientale di Aversa, donde si apriva in due rami, l’uno per Cuma, l’altro per le radici orientali del Gauro, cingendo, secondo che dice Plinio, i campi Leborini, oggi di Quarto, che restavano fra le dette due città.
La seconda, ossia la marittima lungo la riva del mare, da Monteragone giungeva fino a Cuma, nel qual cammino venivano comprese la palude Linterna, ed i fiumi Volturno, e Saone rammemorati da Stazio.
Di questa strada parlano Livio e Cicerone. Fu detta Domiziana perché rifatta dall’imperatore Domiziano.
Questa staessa diramandosi da Cuma per Arco Felice traversava Pozzuoli, ed uscendo del lato occidentale del Gauro si congiungeva alla via mediterranea Campana.

Charles Dubois - Pouzzoles antique. (Histoire et Topografhie). Paris 1907. (Traduzione a cura
                             dell’ufficio Beni Culturali)

La popolazione di Capua che alla fine della repubblica e nel primo secolo dell’impero fu la città più grande e più popolosa d’Italia dopo Roma, avrebbe contato, secondo il Beloch, circa 80.000 abitanti su una superficie di 181 ettari, ciò che dà, per ettaro, 441 abitanti.
Adottando le stesse proporzioni per Pozzuoli otterremo una popolazione di circa 65.000 abitanti.
Un altro esempio ci autorizza ad aumentare un poco la cifra proposta. I confini tracciati seguendo le rovine e l’ubicazione delle tombe sono confini minimi; ma le ville, le case di commercio e le loro dipendenze, i quartieri potevano prolungarsi in tutte le direzioni della città.
La riva fino al lago Lucrino era probabilmente costellata di costruzioni: ciò aumenta di almeno 25 ettari la superficie delimitata sopra. Non sappiamo esattamente dove si estendeva la superficie abitata a Nord del cimitero moderno in direzione del monte Barbaro.
Un altro fattore ci deve fare considerare Pozzuoli come una delle città più popolose d’Italia; da tutti i lati corrono interminabili vie funerarie, il che indica che una numerosa popolazione vi faceva capo.
Le tombe di via Campana si succedevano senza interruzione per una lunghezza di quasi 4 Km.; quelle della grande via funeraria a nord e quelle della via Antiniana, per una lunghezza di 2,5 Km. ; non sappiamo sin dove si estendevano quelle della via Domitiana. Aggiungevano 1,5 Km. Per i rami secondari ( via Celle, via Vigna, via Vecchia della Solfatara) e notiamo che le tombe occupavano da ciascun lato delle strade una certa una certa profondità. Se trovano sino a 50 o 80 metri a destra e a sinistra della via Campana.
Il numero considerevole delle iscrizioni indica., infine, una numerosa popolazione. Sulle 1790 iscrizioni del CIL, una grande parte deve, è vero, essere riferita ad altre località: Napoli, Cuma, Baia, ma quand’anche ne sottraessimo la metà, ne resterebbe ancora un numero alquanto superiore a quello delle iscrizioni di Capua (781 iscrizioni ). Dal 18° secolo le tombe sono state sistematicamente distrutte dai contadini. Tuttavia alcune rovine sono ancora visibili a San Vito e presso la scala che dà accesso all’acquedotto Campano.
Rovine di colombari si incontrano persino oltre la Montagna Spaccata. Tracce di colombari sono presenti sul percorso della via Antiniana.

Amedeo Maiuri. Colombari di Via Celle in Bollettino d’arte 1932.

Pozzuoli - Colombari di "Via Celle"

Poche città dell’Italia antica offrono dopo Roma un così grandioso complesso di mausolei, di colombari e di ipogei funerari, quanti ne offre Pozzuoli lungo la vecchia Via Campana e cioè lungo l’antica Via Consularis Puteolis Capuam. Da Pozzuoli fino a Quarto, tombe monumentali e sepolcri intramezzati da tabernae e da deversoria con frequenti installazioni di cisterne, si susseguono quasi ininterrottamente dall'uno e dall’altro lato della strada; ma il gruppo più importante della necropoli puteolana si raccoglie nel primo tratto dell’antica Via Campana, fra il quadrivio dell’Annunziata e San Vito entro il percorso di circa 2 miglia. Alcuni colombari con la decorazione a stucco perfettamente conservata sono stati messi in luce, nell’ultimo decennio, nella località Croce Campana; altri vennero allo scoperto nell’apertura della profonda trincea della direttissima Roma. - Napoli. Ma prima di procedere ad uno studio d’assieme di questi sepolcri puteolani, che mentre offrono una delle più singolari e preziose testimonianze che abbiamo dell’architettura funeraria dell’età romana nella Campania, costituiscono anche il necessario completamento per lo studio topografico, storico, economico e demografico dell’antica Puteoli, la soprintendenza alle antichità della Campania si è proposto, e si augura di poter addivenire ad una generale e completa sistemazione dei ruderi di questi sepolcri lungo il tratto almeno che ne ha un maggior numero, dall’Annunziata a S. Vito, cercando di ridare qua e là, con opere di scavo e di ripulimento, l’aspetto originario che doveva avere nelle immediate vicinanze di Pozzuoli, la vecchia Via Campana.
E il lavoro è stato iniziato nel maggio-giugno scorso lungo la via Celle, il primo tronco cioè della Via consularis, che dal quadrivio dell’Annunziata va fino al quadrivio di S. Stefano. E’ scomparsa la porta che segnava da questa parte l’inizio della cinta della città e del suburbio, ed è anche interamente scomparsa la pavimentazione antica che appare invece conservata per notevole tratto poco al di là del quadrivio e più oltre verso S. Vito; l’erosione delle acque e la costruzione di un grande canale di scolo, hanno qui notevolmente abbassato l’antico livello stradale; ma la sezione della via antica che raggiunge in questo punto la non comune ampiezza di 12 metri, è data dai sepolcri e dalle costruzioni che si hanno dall’uno e dall’altro lato della strada; a sinistra resta ancora un grande mausoleo a due piani, trasformato in parte in abitazione colonica, a pianta quadrata e a tamburo circolare superiore; a destra, addossata al’alta parete del banco di tufo, è tutta un’interrotta serie di costruzioni che si allineano lungo il margine della via, prima dello scavo dell’attuale alveo. Sono i colombari e le cellae,da cui deriva il nome schiettamente romano della via.
Nel XVIII, al tempo del massimo rifiorire degli studi degli archeologi napoletani intorno ai monumenti della regione flegrea, tutti questi edifici sepolcrali erano già in stato di rovina ed in parte semisepolti dalle macerie, dalla terra e dalla fitta vegetazione di arbusti e di roviche vi era cresciuta al di sopra. Così almeno ebbe a disegnarli e descriverli il Paoli, nella sua opera: Avanzi delle Antichità esistenti a Pozzuoli, Cuma Baja (Tav. XXX, XXXI) con veduta di assieme e una planimetria approssimativa, poiché, secondo quanto egli dice "confondendo ogni cosa la terra e le spine, non solo si possono misurare, ma neppure vedere". Più sommarie e generiche sono le notizie del De Jorio nella sua Guida di Pozzuoli e contorni (pag.80, p. 1822).
Lo stato di abbandono e di semiseppellimento si è venuto sempre più aggravando nel secolo scorso. Crollate e demolite, per l’erosione profonda delle acque, le facciate esterne degli ipogei, chiusi con porte posticce i vani d’ingresso, le cellae e gli ambienti interni dei sepolcri vennero occupati da mandriani del luogo che vi si allogarono con i loro branchi di capre; e così tra la fitta cortina di arbusti, i cumuli delle terre e il lezzo delle mandre, ben poco più si riusciva a discernere della natura e del carattere di quelle costruzioni. Ciò spiega perché il Dubois nella sua pregevole monografia storico-topografica su Pozzuoli accenni a questi colombari fuggevolmente, come di edifici in estrema rovina e non più riconoscibili nelle loro strutture e nella loro disposizione interna.
Un sistematico lavoro di ripulimento e di scavo e l’allontanamento delle stalle dei mandriani, hanno mostrato invece, che tutto questo imponente gruppo di sepolcri del lato orientale di "Via Celle", non ostante la rovina dei prospetti esterni e la perdita quasi completa degli intonaci, degli stucchi e delle pitture, è ancora del più grande interesse per lo studio degli ipogei e dell’architettura funeraria romana della Campania e per meglio comprendere il particolare aspetto che aveva la principale via suburbana di Pozzuoli.
Sono una decina di colombari a due o tre piani addossati l’uno all’altro e corridoi di accesso e di comunicazione, con ambienti accessori di uso, forse, delle associazioni funeraticie, allineati lungo il margine della strada e addossati all’alto banco di tufo della collina. La maggior parte di essi ha il colombario scavato come ipogeo al di sotto del piano stradale; altri hanno un duplice colombario al piano inferiore e superiore; e la disposizione ripete i tipi e le forme già note dagli altri colombari romani e campani, a nicchie per le urne cinerarie lungo i lati delle pareti, con una o più edicole al centro delle pareti o da uno dei lati. Il rito è della cremazione, ma le fosse terranee che si osservano sul terreno costruite più rozzamente con muratura di tufo, indicano probabilmente, che quegli ipogei vennero occupati da sepolture cristiane forse fin dai primi secoli della diffusione del cristianesimo a Pozzuoli, che vanta con Roma origini antichissime e che ebbe sepolture di martiri ed un proprio cimitero lungo la stessa via Campana non lontano dalla porta della città. Ed invero qualcuno di questi ipogei romani per la complessa distribuzione dei vari ambienti sotterranei, per la frequenza stessa di arcosoli e per la completa occupazione di tutta l’area con fosse d’inumazione o scavate nel terreno o costruite sull’antico piano della crypta, presentano quasi i caratteri di un primitivo cimitero cristiano. Ciò spiega perché sia avvenuta una così radicale spoliazione delle urne e della epigrafi che formavano la più antica deposizione; ben pochi dei colombari puteolani ci hanno conservato finora tracce e testimonianze delle più antiche sepolture ad incinerazione; l’occupazione e la trasformazione, da parte della comunità cristiana che erano maggiormente in vista lungo il primo tratto della via Campana, dové essere assai più vasta è più generale di quel che non appaia a prima vista del carattere esteriore di quei sepolcri.
Ma accanto ai sepolcri ed alle camere di deposizione, molti ambienti si notano che non ebbero vero e proprio uso funerario; erano probabilmente stanze adibite agli usi accessori del sepolcro, o per le riunioni dei membri dell’associazione e della famiglia a cui il sepolcro apparteneva, o per l’abitazione del custode della tomba; pozzi e cisterne sembrano indicare la presenza di abitazioni soprastanti ai colombari e la presenza di tabernae frammiste ai sepolcri.
Le strutture in tufo, in reticolato e in laterizio, attestano che tutte queste costruzioni lungo il lato orientale di "Via Celle" sorsero, si addossarono e s’intersecarono strettamente l’una all’altra, entro il I e il II secolo dell’impero.
Ma dal gruppo di tutti questi edifici sepolcrali, si distacca un grandioso mausoleo romano di tipo gentilizio che appariva finora interamente occultato da una frana del terreno e da una folta vegetazione di arbusti e di piante parassitarie; né il Paoli né il De Jorio che pur ricordano l’altro grande sepolcro dall’apposto lato della via, ne fanno alcun cenno. È , come la maggior parte dei mausolei romani di questo tipo, a due piani, ma il piano inferiore, in luogo di essere a pianta quadrata, presenta il prospetto a sezione absidale con colonne a trabeazione ricurva. Lo stesso schema architettonico doveva aversi nelle cinque nicchie che sorgono al di sopra del tamburo semicircolare; degli elementi della decorazione architettonica superiore, ci resta la preziosa testimonianza di una semicolonna angolare con capitello ionico e con un avanzo della trabeazione, e parte del fondale di una delle 5 nicchie decorata da una porta a stucco; altri residui del rivestimento a stucco sulle strutture laterizie, si hanno nella fascia del tamburo e nelle basi delle colonne dell’ordine inferiore. Il nucleo della costruzione era originariamente pieno e massiccio e il sepolcro doveva appartenere ad un solo insigne personaggio della città di Pozzuoli; esso terminava forse in alto con una statua onoraria o, più probabilmente, con un tropaeum.
È questo il primo mausoleo romano della Campania in cui troviamo applicato il motivo architettonico di un fronte a colonne con trabeazione ricurva orientale, motivo e composizione che ci richiamano ai monumenti dell’architettura asiatica di età romana; a Pozzuoli, centro di commerci e di traffici con città e porti d’Egitto e d’Asia Minore, questo mausoleo sembra essere una testimonianza di più dei rapporti che la città ebbe con l'Oriente Mediterraneo.

Alfonso De Franciscis - R. Pane: Mausolei romani in Campania. E.S.I. - Napoli 1957

Altri monumenti databili nel primo secolo dell’Impero mostrano una maggiore ricchezza di linee e nuove soluzioni nell’ambito degli schemi consueti. A Pozzuoli, lungo la via Celle, v’è un sepolcro in struttura laterizia addossato al pendio della collina e limitato ai fianchi da due muri lisci per cui lo sviluppo architettonico è limitato al solo prospetto. Il piano inferiore a pianta quadrata è adornato sul davanti da un prospetto ad esedra con sei colonne e con una finta porta modellata nello stucco, al centro della parete cieca di fondo. Al disopra s’innesta un tamburo cilindrico sul quale s’aprono cinque nicchie che formano i lati di un ottagono incompleto, data la posizione del monumento rispetto al territorio: della decorazione resta una semicolonna angolare, con capitello ionico a quattro facce e parte del fondale di una nicchia, decorata da una parte di stucco. Come terminasse in alto non lo sappiamo con sicurezza; molto probabilmente con copertura a tumulo coronata in cima da una statua o da un trofeo. Nell’interno del piano inferiore è la cella sepolcrale: come giustamente rileva il Maiuri, il mausoleo sarà stato eletto non come tomba di famiglia, ma per racchiudere i resti di un qualche eminente cittadino di Puteoli. È interessante trovare cui il motivo ad esedra nel piano inferiore; motivo che sembra echeggiare moltiplicato, in quello superiore, per mezzo delle nicchie, poiché questo impiego di architettura curvilinea appare qui per la prima volta tra i monumenti funerari della Campania, mentre una sua maggiore diffusione nel mondo romano si avrà solo più tardi.
Altro motivo degno di nota è quello di un monumento che si innesta posteriormente con il pendio del terreno e che pertanto, come s’è detto, è destinato ad essere visto soltanto in facciata: questo è un sistema che richiama molto da vicino alcuni monumenti sepolcrali dell’Asia Minore, le tombe rupestri, che s’incontrano un po’ dappertutto in quello ambiente e che riecheggiano poi anche nell’ambiente etrusco. Ciò nn deve meravigliare a Pozzuoli, che fu città aperta alle influenze micrasiatiche sia per i frequenti rapporti di commercio sia per i rapporti culturali che ebbe con le terre del Mediterraneo orientale, e che sono d’altronde ampiamente documentati dai rinvenimenti archeologici. Come si è visto, dunque, la maggior meraviglia della via dei Sepolcri non è tanto offerta delle molteplicità formali, ma dal fatto che, in quello stesso luogo, la cultura figurativa dell’ellenismo mostra di aver potuto accogliere insieme la più spregiudicata libertà espressiva e le consuete espressioni della sintassi tradizionale.
Oltre che a Pompei, i più importanti complessi sepolcrali della Campania sono a Pozzuoli, in via Celle ed in via vecchia Campana, qui, nel fondo Caiazzo, è un ipogeo la cui splendida decorazione figurativa, quasi perfettamente conservata, consente di ricostruire mentalmente, per analogia, le forme superficiali dei numerosi ruderi della zona; e tra questi sono anche da ricordare quelli che lo scavo in trincea, eseguito per la direttissima Napoli-Roma, ha tagliato qua e là lasciando superstiti frammenti lungo le scarpate.
Il tratto di via Celle, la cui pianta fu già in gran parte rilevata da Paoli, ha inizio, poco lontano dall’anfiteatro, con un piccolo mausoleo visibile a sinistra, a chi proviene da Pozzuoli, sopra minori fabbriche situate a livello della strada. È questo il consueto esemplare a due sovrapposti blocchi: un cubo basamentale ed un cilindro coperto a cupola. Come è noto, tale schema (a parte le sue molteplici variazioni formali, sia interne che esterne) appare come il più diffuso in tutto l’ambiente romano, a partire dal classico esemplare di Cecilia Metella sino a queste più modeste opere campane. La tomba di via Celle conserva intatta la cupola con il suo rivestimento di stucco; ma, come quasi tutte le altre, essa non è visibile dal basso perché circondata da un preminente spessore di muratura di rifianco il cui svolgimento cilindrico si compie in sommità con una cornice di cui restano frammenti rustici in cotto.
Di questo primo mausoleo, e di numerosi altri ai quali si accennerà più innanzi, noi non possiamo delineare con sicurezza quello che deve essere stato l’elemento terminale, posto a coronamento di tutta la massa. L’ipotesi di un tumulo conico, ricoperto di verde, potrebbe essere attendibile solo per una grande mole, come quella del sepolcro detto le Carceri vecchie, preso Capua, ma non per queste strutture aventi pochi metri di diametro. Inoltre, è possibile, in base ad elementi affini, avanzare qualche altra ipotesi abbastanza attendibile: ad esempio, uno svolgimento conico a successive righe circolari, concludeva il Trofeo delle Alpi alla Turbia (la Turbie) e ciò è sicuramente provato dai frammenti in base ai quali sono stati compiuti il restauro e la restituzione grafica. Più frequente, invece, è la presenza dell’estradosso della cupola al disopra di successive riseghe a gradoni come nel massimo esempio del Pantheon e nel coronamento della Roccabruna di villa Adriana. Per tali motivi, nei disegni di ricomposizione grafica che qui si pubblicano, il coronamento è limitato al semplice tracciato delle cupole lievemente estradossate, e cioè la composizione è considerata come prospetticamente conclusa secondo una leggera curva convessa al disopra delle riseghe.
Ma tornando ai sepolcri di via Celle, il più grande interesse è offerto dalla ininterrotta distesa di ruderi che fiancheggia la strada, dal lato opposto a quello del monumento già descritto. Qui la prima impressione è determinata dal susseguirsi di strutture in tufo con qualche interruzione di paramenti in mattoni. In un secondo momento, poi, l’osservazione dei singoli ruderi permette di stabilire con sicurezza che, lungo questo tratto, furono prima costruiti, isolati ed alquanto distanti fra loro, tre sepolcri di diverso disegno è riccamente ornati; successivamente negli intervalli liberi si innestarono compatti numerosi colombari forniti di un piano inferiore, accessibili per mezzo di scale onde aumentare al massimo lo sviluppo di pareti utili per l’apertura delle nicchie destinate a contenere le urne cinerarie. Si può dunque, riconoscere qui la presenza di una stratificazione attuatasi nello spazio di circa due secoli; al primo secolo d.C. possono ascriversi le fabbriche con paramento in cotto, mentre nel resto appare costante l’impiego dei blocchetti di tufo, sia in corsi orizzontali che in opera reticolare. Le volte corrispondenti alle strutture compiute più tardi sono eseguite a getto, con abbondante malta e conici irregolari di tufo. E qui, a proposito del tipico tufo giallo dei Campi Flegrei, è da ricordare il singolare effetto chiaroscurale che attraverso i secoli le intemperie hanno impresso nei muri, scavando la superficie esposta all’aria, mentre l’ottima malta, disposta fra i blocchetti, è rimasta intatta. Si è così prodotto quel singolare chiaroscuro a nido di vespa, specie sulle pareti ad opera reticolare, che pone in pittoresca evidenza lo svolgimento di ogni singola struttura e contribuisce a definire l’architettura romana della Campania come una peculiarità del colore locale.
Il maggior sepolcro di via Celle è stato già illustrato. Un rilievo ed un saggio di ricomposizione grafica ne fu proposto da me in un articolo in cui accennavo ai motivi del barocco antico, a proposito di questo monumento e della Conocchia di Capua; motivi che sono qui ripresi con una più ampia documentazione.
Oggi il rudere ha molto perduto del rivestimento di stucco che era ancora visibile quando la fabbrica superstite venne liberata da terreno accumulatosi intorno; così sono scomparse le scanalature nelle colonne del secondo ordine, il rilievo delle finte porte e la delicata decorazione che rivestiva un capitello jonico, in tufo grigio, attualmente al museo di Pozzuoli. si tratta di un piccolo edificio a due piani, dell’altezza complessiva di nove metri, eseguito in mattoni e con rivestimento di stucco dipinto. La parte superiore è addossata al terrapieno che fiancheggia la strada, ma, per il suo risalto poligonale, essa doveva dar l’impressione di elevarsi interamente libera. L’interesse dell’opera è tutto nel suo movimento decorativo, mentre solo una piccola cella, coperta con volte a botte, occupa una metà della zona basamentale ed il piano superiore è una massa piena. Il motivo fondamentale è subito individuato nel contrasto prospettico tra la curva concava dell’esedra del pianterreno ed il sovrapposto cilindro. Osservando la pianta, l’immagine appare svolta in maniera da essere guardata solo frontalmente essendo, in origine, fiancheggiata dal terreno in declivio; e perciò l’aggiunta dei colombari sui due lati non dovette molto comprometterne la visibilità. La massa poligonale del piano superiore risulta, infatti, addossata ad una parete di fondo con la quale il raccordo è ottenuto replicando curiosamente le colonne sugli spigoli della cella.
Il monumento di via Celle è stilisticamente affine al famoso tempietto rotondo di Baalbek, che svolge anch’esso una contrapposizione di curve concave e convesse; ma il primo costituisce non meno del secondo una singolare documentazione del barocco antico. Inoltre l’analogia formale tra le due opere risulta più evidente se si considera svolta a tutto tondo l’idea plastica che il monumento puteolano offre, si può dire, soltanto in altorilievo;e cioè se il motivo dell’esedra lo si immagina ripetuto anche sugli altri tre lati di un libero quadrato.
Ancora qualche particolare del corpo superiore è degno di nota: in ciascuna faccia del poliedro era una porta in stucco, ed i risalti laterali alle colonne si raccordavano per mezzo di un arco che incorniciava la porta stessa; e qui si noti come tale motivo sia affine a quello compreso fra le colonne terminali della Conocchia di Capua; solo che a Pozzuoli la composizione si svolge su successive pareti piane, alternate alle colonne, e perciò doveva concludersi in alto, non con una cornice circolare, come alla Conocchia, ma con una poligonale, così come si è qui delineato in uno schema di ricomposizione.
Malgrado la sua plastica singolarità, il descritto sepolcro di via Celle non è noto al pari di quelli dell'Appia; ciò è dovuto , oltre che alla sua scoperta relativamente recente, anche alla scarsa monumentalità del rudere il cui materiale superstite non assicura quella visibilità che i conci in pietra conferiscono a tante altre fabbriche antiche, anche se artisticamente meno significative.
Ancora in via Celle, degli altri due sepolcri con paramento di cotto, quello di mezzo svolge una composizione di sette lesene di cui la intermedia corrisponde al muro interno che divide due celle coperte a botte; sul muro di fondo di ciascuna è la consueta edicola strettamente contornata da nicchie. Dall’esterno, l’accesso ai due ambienti è dato da due porte simmetriche sormontate da finestrelle. Questo motivo di facciata piana in cui il solo effetto è determinato dal risalto delle lesene, ricorda il più ricco ed antico esemplare della via pompeiana: il cosiddetto sepolcro delle ghirlande, con i pilastri in piperno ed i festoni tra i capitelli.
Il terzo sepolcro, alla estremità del compatto svolgimento di via Celle, presenta sul fianco destro una delicata cornice ornata di palmette: uno dei più pregevoli resti delle decorazioni ottenute a stampiglia sul duttile e tenacissimo stucco composto di calce, pozzolana e polvere di marmo, secondo i noti dettami che ci sono stati tramandati da Vitruvio e da Plinio. L’edificio presenta un piccolo fornice tra due pilastri angolari e, al disopra, una zona di attico a successivi riquadri, mentre l’interno è coperto a botte e preceduto da un più stretto vestibolo. Presso quest’ultimo è una cella cilindrica coperta con cupola conica, a getto, che definisce uni spazio interno assai simile a quello del frigidario e delle terme stabiane di Pompei. Al piano della cella si discende con tre gradini, attraverso un varco con i piedritti ed architrave in piperno, e sul piano di calpestio si aprono alcune tombe a fossa: qui, come si vede a Ostia ed altrove, quando, verso la fine del secondo secolo, si andò sostituendo il rito della inumazione a quello della incinerazione, vennero sfruttati per lo scavo i pavimenti dei colombari già esistenti.
Dopo le fabbriche descritte si scorge, rialzata sul piano della strada, una vecchia casa rustica costruita su altri ruderi antichi. Essa conserva, tra i pilastri di una pergola, le tracce di un pavimento in mosaico a tessere bianche e rappresenta uno degli ormai rari documenti di quella secolare e spontanea stratificazione che troviamo ancora presente, qua e la, nelle case della campagna puteolana.
Il tratto della via Vecchia Campana che conduce al mausoleo di S. Vito, è quello che ha più bisogno di essere sistemato onde assicurare una migliore conservazione dei superstiti stucchi, consentire l’accesso ai piani inferiori, quasi totalmente ostruiti, e quindi scoprire quelle parti che, non essendo state ancora esplorate, conservano certamente particolarità tali da giustificare da sole la spesa di una decorosa sistemazione.
Il piano stradale originario è di circa due metri e cinquanta al di sotto di quello attuale. Ora non si può negare che una sistemazione archeologica del tipo consueto rischierebbe di annullare, almeno in gran parte, quel senso di stratificazione millenaria attraverso il quale un primitivo ipogeo si è conservato sotto forma di cellaio o di camera da letto, ed un colombario coperto a volta si è trasformato in una piccola chiesa; tuttavia, non poco colore ambientale potrebbe essere risparmiato se le sistemazioni si eseguissero con sufficiente discrezione e sensibilità. Intanto, per constatare quale danno abbia apportato il terreno alluvionale accumulatosi negli ambienti inferiori dei colombari, basterà osservare la parete di fondo di una delle maggiori celle, così come essa appare ora, tutta ricoperta di muffa verde, e come essa è raffigurata in una incisione del Paoli.
Un’altra gustosa incisione dell’opera di Paoli è quella che riproduce (per la verità, assai poco fedelmente) lo spaccato del mausoleo di S. Vito, uno dei monumenti Flegrei più noti al vedutismo partenopeo dell’età borbonica. Esso si presente, ancora libero dalle attuali sovrastrutture, in un acquerello che Giacinto Gigante schizzo, poco più di un secolo fa, in una gustosa luce paesistica.
Il grande interesse del mausoleo di S. Vito non è nella distribuzione interna delle due sovrapposte celle e nel consueto schema del cubo e del cilindro, ma nel perfetto magistero del paramento in mattoni, con le sue lesene, i riquadri, i mezzi timpani e gli aggetti dei capitelli e delle cornici ottenuti con profili sporgenti a spigolo o a quarto di cerchio. L’esecuzione vi è tanto accurata da far supporre che questa fosse la veste definitiva, mentre è certo che essa aveva ancora un rivestimento di stucco e che la perfetta membratura era disposta solo allo scopo di limitare al massimo lo spessore del rivestimento assicurando ad esso la migliore consistenza. Come si vedrà più innanzi, il solo caso di paramento a faccia vista, tra questi esemplari campani, è quello offerto da un mausoleo presso Marano che presenta, con quello di S. Vito, alcune analogie formali.
Diamo ora uno sguardo a qualche rudere puteolano per rilevare altre varianti degne di nota. Poco lontana da quella già descritta di S. Vito è un’altra fabbrica, di simile struttura ma con ordinaria opera reticolare nel cilindro esterno e, nel complesso, assai più semplice; solo che l’interno presenta un armonico spazio ottagonale, con quattro lati più brevi che si alternano a lati più ampi; mentre, in corrispondenza dei secondi, si aprono tonde absidiole nel cui fondo è una nicchia. Finalmente, ancora presso S. Vito, isolato in un campo, è da segnalare un rudere a pianta quadrata i cui muri in opera reticolare sono rivestiti di coccio pesto, ad angoli smussati, e la cupola è aperta da un foro quadrato per la raccolta dell’acqua.

Amedeo Maiuri - I Campi Flegrei. Roma 1970.

Sepolcri lungo la via Campana

Poche città dell’Italia antica offrono, dopo Roma, un così grandioso complesso di mausolei, di colombari e di ipogei funerari, quanti ne offre Pozzuoli lungo la via Campana, lungo cioè la Via Consularis Puteolis Capuam, che costituiva l’arteria maestra del commercio e del traffico della regione. Da Pozzuoli fino a Quarto, tombe monumentali e sepolcri intramezzati da tabernae e da deversoria, con installazioni di cisterne e di stabula, si susseguono quasi ininterrottamente dall’uno e dall’altro lato della strada: ma il gruppo più imponente della necropoli puteolana, si distribuisce nel tratto dell’antica via che è compreso tra il quadrivio dell’Annunziata e S. Vito, entro il percorso di circa due miglia e, più particolarmente e in serie continua, nel breve tratto della Via Celle che va dalla porta della città al primo quadrivio (noto da documenti medioevali come quadrivio di S. Stefano).
Subito dopo il cavalcavia della direttissima Roma-Napoli, restano gli avanzi del vestibolo della Porta che segna da questo lato il confine tra l’abitato urbano, il suburbio e l’inizio della grande Via Campana. È scomparsa con l’erosione delle acque e con la costruzione di un collettore delle acque pluviali, l’antica pavimentazione che invece appare conservata e per notevole tratto poco oltre il quadrivio, ma la sezione della via antica risulta chiaramente dai sepolcri che fiancheggiano l’uno e l’altro lato della strada. Semisepolti sotto cumuli di terra ed una fitta ed inestricabile vegetazione di arbusti, descritti e rilevati sommariamente dagli stessi studiosi napoletani del secolo XVIII, diventati comodo rifugio di mandriani, se ne iniziato solo da poco tempo il necessario lavoro di scavo e di ripulimento. E non ostante la rovina dei prospetti esterni e la perdita quasi completa degli intonaci, degli stucchi e delle pitture, tutto questo gruppo di sepolcri è ancora delpiù grande interesse per lo studio degli ipogei e dell’architettura funeraria della Campania; esso inoltre giova a far meglio comprendere il particolare aspetto che aveva la principale via suburbana di Pozzuoli, subito dopo l’uscita dalla città.
A sinistra resta ancora un grande mausoleo a due piani, a pianta quadrata e a tamburo circolare superiore: a destra, addossata all’alta parete del banco di tufo, è tutta un’ininterrotta serie di costruzioni che si allineavano lungo il margine della via, prima dello scavo dell’attuale alveo. Sono una decina di colombari a due o tre piani, addossati l’uno all’altro, con scale e corridoi di accesso e di comunicazione, con ambienti accessori destinati alle riunioni dei membri dell’associazione e della famiglia a cui il sepolcro apparteneva, o ad abitazione del custode della tomba.
La maggior parte dei sepolcri ha il colombario scavato come ipogeo al di sotto del piano stradale; altri hanno un duplice colombario al piano inferiore e superiore, e la disposizione ripete i tipi e le forme già note di altri colombari romani e campani, e cioè a nicchie per le urne cinerarie disposte lungo i lati delle pareti, con una o più edicole al centro delle pareti o da uno solo dei lati. Il rito è quello della cremazione; ma le fosse terrane che si osservano, o scavate nel terreno o costruite in povera muratura di tufo, indicano chiaramente che questi stessi ipogei vennero occupati da sepolture cristiane fin dai primi secoli della diffusione del cristianesimo a Pozzuoli, che vanta con Roma origini antichissime ed ebbe sepolture di martiri propri e cimiteri lungo questa stessa Via Campana, non lungi dalla porta della città. Ed invero qualcuno di questi ipogei per la complessa distribuzione degli ambienti sotterranei, per la frequenza di articoli e la completa occupazione di tutta l’area con fosse d’inumazione, presenta il carattere e le forme di un primitivo cimitero cristiano. Ciò spiega perché sia avvenuta una così radicale spoliazione delle urne e delle epigrafi, e perché ben pochi dei colombari puteolani ci abbiano conservato tracce e testimonianze delle più antiche sepolture ad incinerazione. Inoltre pozzi e cisterne indicano la presenza di abitazioni soprastanti ai colombari e di tabernae frammiste ai sepolcri.
Dal gruppo di questi colombari, si distacca un grandioso mausoleo di tipo gentilizio; è, come la maggior parte dei mausolei romani di questo periodo, a due piani, ma il piano inferiore, in luogo di essere a pianta quadrata, presenta il prospetto a forma absidale con colonne a trabeazione ricurva; lo stesso schema architettonico doveva ripetersi nelle cinque nicchie che sorgono al di sopra del tamburo semicircolare; al culmine doveva sorgere una statua onoraria o, probabilmente, in tropeaeum.
Al quadrivio, la Via Campana, piegando a sinistra, segue fedelmente fino a S. Vito, lo stesso tracciato dell’attuale via comunale, chiaramente indicato dall’affiorare ancora di un buon tratto dell’antica pavimentazione e soprattutto dai frequenti sepolcri e colombari, incorporati in gran parte nei cellai delle case coloniche che fiancheggiano la strada.
A circa un chilometro, nella località Caiazzo, a sinistra del margine stradale, è stato messo in luce e reso accessibile in questi ultimi anni, un importante gruppo di ipogei disposti in serie continua l’uno accanto all’altro; due di essi, di maggiori dimensioni, con edicole, osteothecae a quattro o cinque ordini, hanno quasi perfettamente conservata la decorazione a stucco delle pareti e delle volte, ornate di soggetti figurati; due minori, più piccoli, con osteothecae e fosse d’inumazione, sono rivestiti di semplice intonaco. Seguono altri ipogei ancora in corso di esplorazione.
Più oltre, nella località Croce Campana la profonda trincea della direttissima Roma Napoli, ha tagliato il tracciato della antica via e messo allo scoperto e, in parte sezionato, per circa 100 metri, una lunga serie di sepolcri si scorgono dal cavalcavia che congiunge in questo punto la vecchia con la nuova Via Campana.
A due chilometri circa, in contrada S. Vito, la strada antica torna ad apparire nella sua originaria ampiezza, fiancheggiata da un lato e dall’altro da una linea ininterrotta di tombe e di edifici, parte in opera cementicia in tufo e parte in buona cortina laterizia, con pochi avanzi di prospetti architettonici. Per quanto anche qui interrati e nascosti dalla folta vegetazione, sgretolati e devastati dai ricercatori di laterizi e di conci di tufo, sepolcri, colombari e tabernae costituiscono ancora un’insieme di singolare importanza e suggestione. A destra, chiuso da un cancello in ferro seminascosto dal tronco di un’albero di castagno, è il più grande e bel colombario della necropoli puteolana, degno di esser riavvicinato ai maggiori colombari romani. È una grande camera quadrata, con tre edicole architettoniche sporgenti dal centro delle tre pareti, con cinque file di nicchie per urne cinerarie disposte sulla parete di fronte e quattro file nelle pareti laterali: la volta, guasta dalle infiltrazioni dell’acqua e da continue manomissioni di antiquari e di amatori, conserva ancora lo scomparto a lacunari e qualche emblema e motivo ornamentale e figurato. Lungo questo stesso lato, passa l’antico acquedotto campano che alimenta tuttora la città.
Poco oltre, al vertice del bivio tra la Via Campana ed una via secondaria, si eleva, seminascosto dalla costruzione di una piccola casa colonica, un bel mausoleo a pianta quadrata e a tamburo circolare con volta a cupola rivestito di bella cortina laterizia; l’interno è adattato ad abitazione e qualche immagine sacra appare collocata nel vuoto di una osteotheca, come in un lunario.
Oltre S. Vito sulla piana di Quarto, la nuova Via Campana s’identifica con la Via Consularis Puteolis Capuam passando a traverso lo stesso gigantesco taglio della "Montagna Spaccata".

Alfonso De Franciscis - Bollettino d’Arte 1965 serie V pag. 198

Necropoli romana di via Celle.

Tra la fine del 1965 e l’inizio del 1966 si è scavata una cospicua parte della Necropoli romana e precisamente ad occidente del già noto mausoleo con esedra e per una area che presenta circa m. 40 di fronte e circa 20 m. di profondità. Trattasi, per quanto ora appare, di un complesso di 7 camere sepolcrali di cui alcune con vani annessi ad una con recinto.
Fra i materiali rinvenuti vanno ricordati diversi frammenti marmorei iscritti, due teste di marmo, un bronzetto, alcune lucerne e vari i frammenti architettonici.

Raffaele Adinolfi - Breve descrizione della storia e dei monumenti di Pozzuoli antica. Pozzuoli, 1967.

La Necropoli Romana.

La necropoli di Pozzuoli, per la quantità e lo stato di conservazione delle sue tombe, è certamente una delle più importanti, anche se poco conosciuta e studiata, nel mondo romano. Alle porte dell’antica Puteoli, là dove confluivano le più importanti strade della Campania, troviamo i resti grandiosi dei monumenti sepolcrali che si snodano in taluni punti per una notevole lunghezza. I complessi più grandiosi si incontrano in via Celle, via Campana, S. Vito.
Questi edifici, i cui ruderi sono molto importanti, furono costruiti in età diverse e subirono notevoli rimaneggiamenti fin dall’età antica quando, con l’affermarsi del cristianesimo, non pochi di essi furono trasformati in cimiteri cristiani e nella loro area di base furono scavate delle fosse per l’inumazione dei defunti. I pagani usavano quasi esclusivamente il metodo della cremazione; questo spiega nei vari edifici l’esistenza di numerose cavità semicircolari, i colombari, che erano destinati a contenere le ollae, o vasi con le ceneri del defunto. Le tombe puteolane, che in taluni punti hanno un fascino inconfondibile, semisepolte come sono dalla fitta vegetazione, erano molto spesso di proprietà di corporazioni artigianali o religiose; di tanto in tanto troviamo però qualche maestoso mausoleo, eretto per qualche personaggio notevole o per un ricco mercante. Alcuni di questi edifici monumentali sono oggi adibiti a cellai o ad ovili per pecore o capre.
Di tanto in tanto tra le tombe si riconoscono i resti di qualche taverna dove i viandanti potevano trovare ristoro prima di entrare nella caotica città. Di qualche tomba è restata ancora intatta la ricca decorazione interna: eleganti stucchi con figurine e festoni decorano la volta di un maestoso ipogeo della via Campana; quasi tutte le tombe, però, hanno subito nel corso dei secoli furti e manomissioni che hanno fatto sparire iscrizioni, suppellettili, le stesse ceneri contenute nelle ollae. Non è escluso però che uno scavo metodico, che non è stato mai fatto, soprattutto per le tombe di via Campana, potrebbe riservare notevoli sorprese agli archeologi, e non solo per quello che riguarda la parte architettonica.
La necropoli ci pare, tra tutti i monumenti puteolani, quello da cui si deve iniziare l’esplorazione di Pozzuoli antica: la grandiosità dei ruderi e la novità dell’impresa sono un ottimo sprone per un lavoro che certamente risulterebbe dei più fruttuosi ed interessanti.

Raffaele Adinolfi - Pozzuoli nei Campi Flegrei. Un tempo ed oggi. Pozzuoli 1971.

Ma i sepolcri puteolani superano di gran lunga ogni aspettativa e basterebbero da soli a dare importanza e fama ad una città.
Il complesso monumentale delle tombe romane che lungo la via Celle, la via Campana, la via di Cigliano si snoda per alcuni chilometri è tra i più suggestivi del mondo antico.
Poste al di fuori della cerchia urbana lungo la via consolare che portava a Capua, meglio di ogni altro documento le tombe puteolane ci possono ragguagliare sulle condizioni sociali dell’antica città.
Mausolei isolati di grandiose proporzioni e tombe di corporazioni, riti ad incinerazione e ad inumazione si alternano e ci testimoniano la grande varietà sociale dell’antica città, né è da dimenticare che, tra le prime città d’Italia ad abbracciare il cristianesimo, Pozzuoli conserva preziose testimonianze della nuova fede.

Anna Maria Bisi Ingrassia - Napoli e dintorni - itinerari archeologici. Roma 1981

Si potrà completare la visita di Pozzuoli con una breve escursione ai monumenti sepolcrali che sorgono lungo la Via Campana, l’arteria principale per il commercio e i traffici della regione, che portava da Pozzuoli a Capua attraverso la piana di Quarto. Si esce da Pozzuoli per il quadrivio dell’Annunziata in direzione nord, prendendo la strada per Qualiano (cartello indicatore). A circa 300 metri dal quadrivio è un primo gruppo di sepolcri allineati sul lato destro della strada, attualmente in corso di pulitura e di sistemazione, si che ne è assai agevole e vivamente raccomandata la visita all’interno.
Si tratta per lo più di colombari familiari in opera reticolata, inframezzati da taverne, da ambienti di ricovero per gli animali e per il guardiano della tomba. Questo primo tratto della Via Campana che va sotto il nome di via Celle presenta tuttavia anche qualche raro ma abbastanza ben conservato esempio di mausoleo, come quello con basamento quadrato sormontato da un tamburo circolare che ritroveremo nelle necropoli pompeane. Costruito interamente in laterizi, il mausoleo della via Celle presenta nella parte anteriore del basamento un’esedra, mentre il tamburo superiore è scandito da semicolonnine pure in mattoni che inquadrano nicchie oggi dirute.
Accanto a questo sepolcro gentilizio si noteranno più modesti colombari con una camera ipogeica interna che mostra lungo le pareti le serie sovrapposte di nicchiette per le urne cinerarie, interrotte in qualche caso da edicole a frontone timpanato stuccate e dipinte. Particolarmente degno di nota è il vasto ambiente che si apre poco discosto dal mausoleo, con banconi lungo le pareti e nicchione centrale in quella di fondo, davanti al quale è una sorta di mensa o tavola in muratura. La sala, che doveva servire per le riunioni dei familiari dei defunti, conserva qualche traccia del lussuoso rivestimento di crustae marmoree bianche e grigie.
Le fosse terrane che si osservano in molti ipogei fanno ritenere che essi fossero usati come sepolture cristiane, il che, incidentalmente, spiega anche la sistematica spoliazione degli interni che si ebbe nei primi secoli della nostra era, con l’asportazione delle urne cinerarie e delle lapidi con i nomi dei defunti.

Stefano De Caro - A. Greco. Campania. Guide archeologiche Laterza. Bari, 1981.

Necropoli di via Celle.

La principale strada extraurbana di Pozzuoli, la via Campana che portava a Capua, era orlata, come d’uso per le strade romane, da una lunga serie di tombe monumentali che dall’uno e dall’altro lato della carreggiata si susseguivano pressoché ininterrottamente dall’immediata periferia della città fino a Quarto (borgo che prende nome dalla distanza, al quarto miglio, dalla città antica). Di tanto in tanto alternate con tabernae, stalle e altri impianti di servizio per i viaggiatori, queste tombe forniscono oggi, nella loro varia tipologia, una chiara idea dei costumi e dei modelli architettonici funerari romani. Restate sempre in luce, usate per secoli come cellai o rifugio dei pastori, furono "riscoperte" nel 700 da antiquari e viaggiatori, che in quelle celle coperte dalla fitta vegetazione trovarono un soggetto ideale per il gusto del tempo per le rovine pittoresche.
Il settore più interessante della lunga necropoli è costituito dal suo primo tratto, lungo via Celle, che va dall’antica porta della città (di cui gli avanzi del vestibolo erano appena oltre il cavalcavia della ferrovia Roma - Napoli) al primo quadrivio.
Il confuso e a prima vista incomprensibile ammasso di ruderi è l’affetto del continuo inserirsi di nuovi sepolcri negli spazi lasciati liberi dai più antichi, fino a creare l’ininterrotta sequenza di costruzioni che oggi vediamo. Prevale nella tipologia architettonica il sepolcro del tipo detto "a colombario", costituito da camere voltate con le pareti traforate dalle nicchie per le urne cinerarie, spesso a due o più piani, frequentemente scavate sottoterra. Talvolta eretti come tombe familiari, erano più spesso proprietà di associazioni funerarie (collegia funeraticia) i cui membri, per lo più di condizione modesta, si assicurano con spesa limitata la possibilità di un funerale e la disponibilità di un loculo decoroso. Purtroppo, lo spoglio cui i sepolcri sono stati soggetti fin dalla tarda antichità ha fatto si che la maggior parte delle iscrizioni e delle urne cinerarie (per lo più vasi di terracotta) siano andate perdute; nulla dunque sappiamo delle persone che vi furono sepolte. Il rito funerario usato è quello della cremazione, largamente diffuso dalla fine della repubblica ai primi secoli dell’impero; il defunto veniva bruciato sul rogo e le sue ossa, raccolte nel vaso cinerario, deposte nel loculo, al quale veniva apposta l’iscrizione funeraria, nella forma più semplice indicativa solo del nome e dell’età del defunto.
Di particolare interesse, tra gli altri di via Celle, un sepolcro addossato al pendio della collina con la struttura in opera laterizia, e limitato ai fianchi da due muri lisci, per cui lo sviluppo architettonico è limitato alla sola facciata. A due piani, presenta in quello inferiore, a pianta quadrata, un prospetto e esedra con sei colonne e una finta porta modellata nello stucco al centro della parete cieca di fondo. Il secondo piano è costituito da un tamburo cilindrico, sul quale si aprono cinque nicchie che formano i lati di un ottagono che, data la posizione del monumento rispetto al terreno, resta incompleto. Della decorazione resta una semicolonna angolare con capitello ionico a quattro facce e parte del fondo di una nicchia decorata da una porta di stucco. La camera sepolcrale, una piccola cella con volta a botte, è nel basamento inferiore. La cronologia del monumento, sembra da fissare ancora nel I sec. a.C.

Amedeo Maiuri - Passeggiate Campane. R.A. Firenze 1982.

2. - Vigne e sepolcri sulla via Campana.

Dopo la gran mole dell’Anfiteatro e le due muraglie delle Terme rimaste diritte e sole come quinte d’una scena deserta, ancora qualche vecchia cortina di mattoni sfavilla in mezzo ai listoni di tufo della scarpata della strada, ed ecco il moderno viadotto in ferro della "direttissima" che, quasi porta di una cinta murale, apre bruscamente il passaggio dalla città dei vivi alla città dei morti.
La via antica incassata come l’alveo di un torrente fra le alte ripe di terra fiancheggiate da sepolcri, prende il nome dai cellai di deposito di granaglie e di mercanzie che risalivano faticosamente dai fondachi del porto fino all’imbarco della strada consolare per Capua e per Roma: Via Celle. E, d’un tratto, la città mercantile dei quartieri del porto e della ripa puteolana, che si affaccia ancora con il grappolo nero delle sue case intorno all’altura del Castello che rivive ancora con il confuso brusio e il vociare della sua plebe e dei suoi monelli sulla banchina del porto, tra i vicoli e gli angiporti angusti della sua raggiera di strade rampanti dal mare alla collina, è scomparsa. Riappare invece più intatta, ma vuota e deserta, nei suoi sepolcri addensati, assiepati l’uno dopo l’altro, muro a muro, intonaco a intonaco, con le porte, le finestruole e i lucernari aperti e sgretolati, le stanze funerarie con i loculi ostensibili dalla strada, come case violate e sventrate di una città abbandonata dopo la preda e il saccheggio.
Un caprone, tutto nero, risale, zampettando e sbruffando, la scala di un ipogeo e si pianta protervo sulla porta d’entrata come demone maligno: si leva alto su le zampe a strappare un virgulto tenero di edera sulla breccia del muro, e se ne va lentamente con l’aria di un monarca spodestato dietro il fischio del capraio che si allontana nella cupa della via.
Scendo nell’ipogeo invaso da un lezzo di mandra, per la scalettuccia smozzicata; penetro a fatica da una breccia in un altro ipogeo più angusto; intravedo altre scale e corridoi a traverso mura sforacchiate: tutto un alveare sotterraneo di stanze come di alcove segrete. Ovunque la stessa disposizione: nicchiette per le urne cinerarie, a più ordini, disposte intorno alle pareti, ma senza più le olle, come un grande armadio a muro vuoto: edicole, al centro, in forma di sacelli e di tempietti: arcosolii profondi incavati da uno o più lati: una scalettuccia rampante tesa e rigida come una scala lignea; spiragli di luce filtrane a traverso filamenti di piante, che vi tengano immerso in una penombra umida di verde e di muschio: e nella penombra, quel geometrico uniforme flettersi degli archetti dei loculi, quel largo e profondo incurvarsi degli arcosolii, e quelle fosse terragne d’inumati che qua e là inceppano il passo, e tutto quel succedersi di alveari sotterranei, vi suscitano quasi l’impressione di trovarvi in un’area cimiteriale cristiana. Sono sepolcri di famiglia e sepolcri di associazioni: ma scomparse le urne cinerarie, spezzate e disperse le epigrafi che contrassegnavano il prospetto esterno delle tombe, nessun segno, nessuna voce distingue più un sepolcro dall’altro. E’ tutta una immensa necropoli muta!
Eppure tutta la vita della ricca multanime Puteoli, delle sue corporazioni mercantili e industriali, della sua moltitudine varia e poliglotta, campana e straniera di costumi, di lingua, di fede: tutto il confuso tumulto del porto e del suo gran colonnato sulla ripa, dei fondachi oscuri dei mercanti greci, alessandrini, arabi e siri; e tutto il vociare dei mediatori, dei noleggiatori e dei facchini, e il tramestio dei trafficanti e degli avventurieri, si è finalmente placato entro queste celle anguste, si è disposto in rango nelle fila interminabili di questi cinerari, si è spento entro povere olle di terracotta, di vetro o di piombo, tanto da raccogliere con una manciatella di ossa, l’ultima favilla del rogo.
A Roma, mausolei e sepolcri prendono, nel tragico orizzonte della campana romana, un’aria grave e solenne di tumuli eroici; a Pompei, are, cippi, exedrae e colonne funerarie ancora intatte con le loro strutture, con le loro decorazioni marmoree e con le loro epigrafi, hanno il carattere di una monumentalità preziosa, si dissociano l’una dall’altra per assumere ciascuna il suo proprio valore d’arte e di documentazione umana; a Pozzuoli, il sepolcro va oltre l’individuo e la famiglia: è sepolcro di associazioni, di gruppi d’individui consorziati negl’interessi materiali della vita e del mistero della morte, di masse anonime di cittadini, di stranieri, di liberti, di schiavi. Il mausoleo che appare qua e là staccato dalla massa uniforme dei colombari, torreggia solitario e possente come il palazzo del patrizio sulle comuni case d'un quartiere di borghesi e di mercanti.
Esco da quel tenebrore e saluto, con sollievo, sulla terra cenerognola e farinosa del vigneto di contro, le prime gemme iridate di verde spuntare sul fusto scabro delle viti.
Percorro la vecchia Via Campana, seguendo le tracce del basolato romano che riaffiora sotto cumuli di fanghiglia. Un carro carico di tufi, ripercorre anch’esso a sbalzi e scossoni fra il tintinnio allegro d’una sonagliera, gli stessi solchi della carreggiata antica; in alto, tra i vigneti, coloni e massari attendono con le scale, il falcetto e i flessibili rami di salcio e di pioppo, alle ultime opere della vite: opera d’arte, che la potatura e la legatura fanno della vigna, quando ancora è nuda e poverella, tutta una sottile e delicata trama di fila tese a ricevere l’umore della terra e il calore benigno del sole. Alberi spogli argentei di noci e masserie di bianco e di rosso stinto si profilano sul gran fondale di Monte Barbaro, il cavernoso Gaurus inanis, tronfio e vacuo, di Giovenale; e ancora vigneti salgono rampanti lassù a contendere al Massico e al falerno la gloria delle uve e del vino gaurano.
E tra i vigneti, mausolei e sepolcri perdono il loro carattere di ruderi deserti, vengono incorporati al fabbricato delle masserie, diventano stalle, abitazioni, cisterne, cellaio e cantina. La casa si sposa al sepolcro, razionalmente e naturalmente, e in nessun altro luogo, come su questa terra feconda e travagliata, la vita appare una continuità della morte. Un bel morello nitrisce e scalpita tra le chiuse pareti di un colombario; più in là, ci si cala giù giù nell’ipogeo per lo scalandrone ripido su cui rotolano adagio, sulla fune tesa del verricello, i fusti del vino prima della vendemmia; bottiglie tappate, sigillate, coperte di ragnatele e di polvere, con un vino degno di una data consolare, riempiono i vuoti lasciati dalle olle cinerarie come i vuoti d’una scansia; e una botte panciuta, smisurata, si è cacciata quasi nel vano di una bell’edicola a stucco, entro cui una figura di donna attende paziente da secoli, con la patera e con la phiale dell’offerta funebre.
Quando la casa ha rispettato il sepolcro, il colombario è tornato in luce quasi intatto dallo scavo, con le sue belle pareti di stucco e con tutta la sua decorata a rilievo come il cielo di un’alcova, con l’alveare dei suoi cinerari disposti a ripiani segnati da cornicette e listati di fasce rosse e gialle. Così a Croce Campana, dove un abituro mette una nota di troppo vivo contrasto fra la povera casa dei vivi e la ricca casa dei morti. In alto, muri sgretolati e stanze fumose; in basso, un’aria linda e serena di chiesuola di campagna, di basilichetta sotterranea che attende l’officiante per la cerimonia di rito. Pensano forse ai pastori e ai suoi pupi del presepe, i bimbi del colono quando tendono vogliosi le braccia alle baccanti dai veli fluttuanti, agli Amorini volanti, ai cani e ai cervi in corsa che riempiono il cielo del sepolcro?
Passano sulla via carrettieri e vignaiuoli; formano capannelli intorno alle masserie, al tardo blando sole del pomeriggio domenicale; fanno, misurati e guardinghi, le previsioni del tempo e della stagione.
Gente scaltrita questa gente di Pozzuoli! Con questa cupe inflessione gutturale come per improvviso ingorgo e rigurgito della voce; con quella loro parlata lenta e circospetta di chi non butta a caso le parole, e con quelle sapienti pause calcolatrici del peso e del valore di una reticenza verbale; con quei loro occhi furbissimi che vagano disperatamente qua e là quando il discorso diventa necessariamente fermo e preciso, e con quella loro dialettica astiosa, pronta, più che a ribattere, ad azzannare rabbiosamente le vostre argomentazioni, hanno tempra e natura di Ulissidi, approdati quaggiù chissà da quali terre e da quali lidi.
Ma fuori dell’abitato, dei vichi lutulenti, delle osterie fumose sulla banchina del porto, dei capannelli oziosi, la domenica, sulla piazza, a raccontarsi le storie uguali della settimana di cantiere o di pesca, il puteolano, con le sue belle colline di buon terreno vulcanico che si concuoce e si sfarina al sole, irrorate dai vapori solforosi che salgono nell’aria dal bollitoio fumido della solfatara, è sovrattutto, come il contadino dei colli laziali, un vignaiuolo. Sol che, in luogo dei bassi vigneti dei colli albani, che le sue viti maritate a lunghe e alte pertiche di castagni giovinetti e allacciate a festoni l’una all’altra, come ragazze da marito con le mani intrecciate per la danza sul sagrato della chiesa; ma spesse e dense da sembrare, quando l’uva matura, una selva. E quando pota e lega i rami o fa cadere con il falcetto i grappoli neri nella corba, va, tra quella foresta, con una lunga scala alta e stretta da sembrare una scala da giocoliere di circo; l’appoggia pianamente al palo della vite e vi sale su leggero e guardingo, pronto a balzare a terra se il palo marcito al piede o il peso delle uve, cedessero al gravame dell’uomo.
Da Croce Campana a San Vito i sepolcri stringono nuovamente da presso, con i fornici sgretolati come bocche di vomitori di una cavea, la strada e il passante; sembra di camminare lungo una via, densa di loculi e di cappelle funerarie, del gran cimitero sulla collina mesta di Poggioreale.
Un grande ipogeo, il più noto e il più bello, consacrato da una tradizione di vecchie incisioni a stampa, come i grandiosi colombari romani della Via Latina, fa scorgere, a traverso lo stretto pertugio della porta sbarrata quasi dal tronco lucido d’un albero di noce, sprofondata nel sottosuolo, la teoria dei suoi loculi e delle nicchiette absidali vuote dei cinerari, l’edicola al centro come un altare, le pareti e le volte stuccate con figurine di Eroti e di Ninfe, di Centauri e di Chimere, di eroi e di donne. Par di essere tra le pareti di un ninfeo o d’una grande alcova di villa cinquecentesca abbandonata, su cui sia disceso, come un grande cortinaggio, un velo gommato di muffa e di muschio.
L’ultimo grande mausoleo è al bivio di San Vito. Il sepolcro fiammante di laterizi spruzzati di calcina, con un querciuolo in alto, fra le crepe dei mattoni, come per una civetteria romantica, diventa qui abitazione e masseria. Non è forse un ritorno all’antichissimo rito italico della casa - sepolcro? I servizi della masseria, il pollaio, il forno, sono ai piedi del mausoleo, all’ingiro; ma il cellaio è nella camera sepolcrale custodito come fra le cieche mura di una torre, e il talamo dei coloni è in alto, nel colombario superiore della cella funeraria, fra i loculi dei liberti e dei villici del ricco signore della fattoria di un tempo. L’immagine di S. Gennaro occupa, di sghimbescio, il vuoto di un cinerario, simile all’immagine di un Lare entro un sacello domestico.
A San Vito, tra il M. Barbaro e M. Cigliano, è la prima strettura del fondo valle intercraterico, fra il grande imbuto boscoso del cratere di Campiglioni e i crateri di Fossa Lupara, con le fratture livide bluastre della colata lavica. Il bacino che vide, un tempo, le acque azzurre profonde impegolarsi di belletta viscida e nera, tra le vampe dei vulcani e il tremendo sussulto della terra, come una spaventosa tregenda infernale, si rinserra dall’altro lato simile all’orlo chiuso d’un lago, con le bocche spente dell’altro cratere che prende il suo nome dal taglio profondo che vi praticarono i Romani: la Montagna Spaccata. Fra l’una e l’altra strettura, corre il rettilineo della via consolare e corre, dopo aver sfiorato e sventrato nella stretta del Gauro qualche colombario romano, il rettilineo della "direttissima".
È’ il tratto in cui la via antica ha più chiaramente conservato il suo tracciato, fra i margini segnati, come ripe di un fiume, da ruderi di sepolcri; in basso casali e masserie poggiano le loro fabbriche su casali e cellai antichi; e la massicciata stradale e solo di poco soprelevata sul piano della massicciata antica.
Sfilano a perdita d’occhio i ruderi dei colombari dell’immensa necropoli di Pozzuoli; ma niente più potrà ridonare a questa via e a questi sepolcri la divina bellezza del suo gran porticato di pini. Li rivedo ancora agili e diritti, possenti e armoniosi, sfilare allineati in rango quando, pedalanda, venivo a fare la mia prima vigilia di lavoro su questa gran terra di Campania.
Era un divino portico ombroso: ad ogni intercolunnio, tra i fusti , un sepolcro stretto dall’abbraccio delle radici. Durante gli anni di guerra, non una vera necessità, che sarebbe stata sacrosanta, ma la cupidigia d’un po’ di guadagno, li condannò alla distruzione. Quando caddero recisi, con le ceppaie delle radici gemmanti lacrime di resina come da una ferita e con le chiome sconvolte e rovesce, sembrò un gran colonnato abbattuto. Nessuno li difese, nessuno li rimpianse! Ma Napoli, Pozzuoli, la Campania, hanno perduto per sempre la più bella cornice che mano di uomo abbia saputo creare intorno al silenzio e al mistero della morte.
La corsa rettilinea delle due strade sul fondo piatto del vecchio bacino della colmata vulcanica, si arresta bruscamente per flettersi l’una, per occultarsi l’altra, entro le viscere del cratere della Montagna Spaccata e di là sboccare e riprendere la corsa, più diritta è veloce, entro l’altro più vasto cratere del piano di Quarto.
Taglio romano da trincea militare, a pareti diritte, rivestite di quel fitto e bel reticolato in tufo d'età augustea, che sembra un giuoco di bimbi o capriccio lezioso di costruttore, e che, invece, non sembra solo a mascherare, ma a stringere e asserrare tra le maglie di una rete, ben tessuta, il sodo muro cementizio di scheggioni e di malta che fa il suo buon ufficio di sostegno al terrapieno.
Nel taglio i Romani non avevano mancato di fare quel che farebbe un buon costruttore moderno, di girare gli archi di contrasto alla spinta del terreno; li hanno tagliati per passare senza impedimenti in quella struttura, con le alte biche di covoni di grano e di canape, tuttavia i muri resistono da quasi due millenni alla spinta delle pareti di tufo, all’urto e al tramestio dei carriaggi.
All’imbocco della trincea al bivio per Soccavo e Antignano, un casale con un portichetto segna come una stazione di sosta. Il cellaio, al di sotto è ricavato entro un colombario antico e tre nicchioni, con le pareti e le volte intatte. Sepolcro e cantina: ma le botti ancora vuote e sfondate, con le doghe aperte, sembrano corpi e bocche oscene di briachi caduti rovesci un sul l’altro.
La montagnola con il suo cocuzzolo tondo sodo ed erboso, con qualche basso cespuglio sulle balze verzicanti di grano, potrebbe figurare come un dolce sfondo di colli dietro il sorriso d’una madonna del perugino: e se ci fosse un filare di pini giovinetti, lassù, a spandere le loro chiome armoniose, sarebbe un gran gloria e d’azzurro.
Ma in un luogo dei pini, pali tondi in cemento armato, pali a traliccio metallico come piloni d’ormeggio, aprono in alto il triplice braccio di sostegno con le brocchette bianche e fredde degli isolatori, fiancheggiano il taglio della via romana, scandiscono il declivio del colle, lo sormontano e lo irretiscono in una rete inestricabile di tendini tesi, come nella ramaglia d’una selva cinerea di tronchi grigi e neri. Ed ecco un rombo sordo e sussulto soffocato in un tremito profondo della terra: è il rapido della "direttissima" che giunge di laggiù senza fumo, senza bagliori, e si caccia e si spegne, senza un grido, nel traforo nero della collina.
L’alberatura grigia dei pali e le fila della ramaglia metallica vibrano, seguono e accompagnano senza fine quel lancio e quella corsa, verso altre città vetuste risorte, verso più deserte necropoli, verso colli e pianure rifiorenti, per arrestarsi solo là dove Roma sta immutevole ed eterna a segnare ancora una meta alla vita e alle opere degli uomini.

AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico. A cura del Progetto Eubea. Marsilio 
                 Editore, Napoli 1990.

La Necropoli di via Celle

Le prime descrizioni del complesso risalgono al Settecento, inserite nel contesto delle guide alle antichità di Pozzuoli e dei suoi dintorni. In quell'epoca erano visibili le tombe erette su ambedue i lati della via Campana. Gran parte degli edifici era tuttavia ricoperta da una fitta vegetazione o dal terreno e le strutture apparivano diroccate e incomprensibili. Col tempo la necropoli divenne rifugio di pastori che ne riadoperarono gli ambienti per farne abitazioni precarie o ricoveri per gli animali.
I primi scavi risalgono agli anni trenta e si limitarono alla porzione nord del complesso oggi visibile (fino al mausoleo a esedra compreso). Negli anni sessanta, venne riportata in luce l'intera estensione degli edifici lungo il lato est dell'antica via Campana. Delle tombe esistenti sul lato opposto rimane oggi un solo mausoleo, inglobato in costruzioni moderne e utilizzato al piano ipogeo come deposito (sul lato sinistro di via Celle pochi metri dopo il cavalcavia ferroviario).
Il tratto conservato della necropoli è costituito da quattordici edifici, costruiti tra la metà del I secolo a.C. e la metà del II secolo d.C. Durante questo arco di tempo i monumenti si disposero lungo il margine della strada dapprima isolati, a una certa distanza tra loro, e successivamente occupando gli spazi di risulta rimasti vuoti sino a formare l'insieme unico e continuo oggi visibile. L'ingresso moderno è in corrispondenza del quadrivio di Santo Stefano, nel punto in cui la via Campana incontra l'attuale via Cupa Cigliano. Il limite settentrionale della necropoli era evidenziato da un segnacolo di forma rettangolare: una costruzione in opera laterizia visibile di fronte all'ingresso, sul lato opposto della strada.
Si ignora chi fossero i committenti delle tombe. Infatti, anche per le poche iscrizioni di cui è genericamente nota la provenienza da questa necropoli, che come altre del mondo romano doveva esserne certamente ricca, non è più possibile purtroppo essere sicuri della precisa collocazione antica. Anche i resti della decorazione esterna e interna degli edifici sono assai scarsi. Tutto ciò è, molto probabilmente, il risultato di secoli di spoliazioni e furti avvenuti dall'antichità a oggi.
Il complesso di via Celle comprende edifici con destinazione esclusivamente funeraria o connessa con la celebrazione dei riti funebri, nonché edifici di carattere non funerario. Tra i primi, il tipo più attestato è il colombario, che in un caso assume forma monumentale. Tra i secondi vi è una sede di collegium, o schola.
Il rito funerario usato a via Celle, come fu di uso comune dal I secolo a.C. sino al II secolo d.C., è quello dell'incinerazione. Tuttavia, tombe a inumazione ricavate nel pavimento (formae), oppure costruite all'interno delle strutture murarie (arcosolia), appaiono per lo più in tombe già esistenti, dopo la prima fase di edificazione.
Durante la visita occorre tenere presente che molti edifici hanno subito modifiche già in antico, determinando complesse stratificazioni di strutture tra loro non coeve. Inoltre su di esse sono andati a sovrapporsi anche numerosi restauri moderni, in alcuni casi non facilmente distinguibili.
Per semplificare i riferimenti ai punti cardinali, nelle descrizioni si indicherà sempre come nord il lato ove è collocato l'ingresso alla necropoli, come sud il lato opposto, come ovest il lato della strada e come est il lato verso la collina. Molti edifici sono costruiti su più piani ma per il visitatore l'agibilità è limitata, nella maggior parte dei casi, al pianterreno. Durante la visita si consiglia di sostare brevemente davanti all'ingresso di ciascun edificio per osservarlo isolato rispetto agli altri contigui e per apprezzare lo sviluppo dei piani superiori là dove non siano raggiungibili.
Iniziando la visita dal cancello moderno si percorre un vialetto da nord a sud, parallelamente alla facciata degli edifici. Il piano di calpestio attuale non corrisponde a quello antico per tutta l'estensione della necropoli: a circa metà del viale moderno vi è una gradinata che non riflette la sistemazione antica.

Edificio 1

E' costruito su due piani. La facciata, al piano terra, in opera laterizia, è scandita da due lesene che sporgono dalla superficie muraria in corrispondenza degli angoli. L'ingresso, in posizione centrale, è coperto ad arco e inquadrato in un rettangolo anch'esso a rilievo. Il piano superiore era costituito da due ambienti: una stanza adibita a cisterna sul retro e forse, in corrispondenza della facciata, un piccolo attico decorato, rivolto verso la strada. A questo piano probabilmente si accedeva tramite una scala posta sul retro e oggi perduta.
L’edificio presenta due momenti costruttivi: al più antico (metà circa del I sec. a.C.) appartengono la camera e la cisterna; al secondo, appartiene la facciata ricostruita integralmente in epoca giulio-claudia. Nell'edificio sono assenti sepolture di qualsiasi tipo. Si può dunque pensare che la camera fosse adibita ad ambiente di servizio, ove potevano svolgersi attività connesse con le pratiche funerarie.

Edificio 2

E' un colombario che si sviluppa su tre piani: un piano terra e un piano ipogeo destinati alle sepolture, un primo piano con ambienti non destinati alle sepolture.

Pozzuoli, Necropoli di via Celle. Edificio 2. Archi di passaggio fra
le due camere funerarie al piano terra.

 

Arcosolio accanto alla scala.

Il prospetto dell'edificio è in gran parte distrutto, a causa dei crolli e dei danni provocati dagli agenti naturali. Una porzione del muro esterno in opera reticolata è ancora visibile in basso, lungo quasi tutta la facciata. L'ingresso è sulla sinistra e vi si accede salendo alcuni gradini. Da questo si passa in un piccolo vano di disimpegno che consente di scendere verso la zona ipogea o di entrare nella camera a piano terra. Entrando ci si trova in una doppia sala con doppia copertura a volta a botte, divisa al centro da due arcate. Entrambi gli ambienti presentano sulle pareti laterali due file di nicchie sovrapposte. Sul lato di fondo della prima camera è un arcosolio, destinato ad accogliere una tomba a inumazione, alla sinistra del quale è collocata la scala che conduce al primo piano. Sul lato di fondo della seconda camera sono, invece, tre file di nicchie. A una fase posteriore si possono ascrivere alcune sepolture ricavate nel pavimento (formae), una disposta parallelamente al letto funebre interno all'arcosolio, le altre disposte ortogonalmente alla prima, in direzione dell'ingresso.
Salendo la prima rampa di scale ci si trova in un ballatoio sul quale si apre un piccolo vano di forma quadrangolare, rivestito di intonaco bianco e dotato di nicchie alle pareti. In esso, forse, furono ricavati posti per altre sepolture dopo la costruzione della scala. Sulla destra, la seconda rampa conduce al piano superiore, creato edificando gli ambienti sull'estradosso delle volte sottostanti. Di questi ambienti si conserva solo parte di alcuni muri perimetrali e nessun resto delle coperture. Da questo piano, che appare oggi come una terrazza scoperta, si possono osservare bene gli ambienti al primo piano dell'edificio 1, posti a una quota più bassa. Guardando in direzione nord (con via Celle sulla sinistra) si potrà vedere dall'alto un edificio posto sul retro.

Edificio 3

Si tratta in realtà di un'unica stanza, ricavata in uno spazio di risulta dopo la costruzione degli edifici 1 e 2, oggi conservata solo parzialmente e priva della facciata e della copertura.
Ritornando verso l'ingresso del colombario prima di uscire si può visitare una delle due camere ipogee. La scala moderna, attualmente inagibile, ricalca la disposizione di quella antica. Della camera sono visibili solo due pareti a sud e a ovest (di fronte e a destra per chi entra dalla scala), dove sono tre file di nicchie sovrapposte. La copertura con volta a botte è conservata in parte e decorata con pitture a fondo bianco su cui spiccano riquadri e losanghe di colore rosso.

Edificio 4

E' un colombario che ha subito una completa trasformazione, in seguito alla quale ha perso la sua funzione originaria. Era composto da almeno due ambienti contigui, entrambi costruiti in opera reticolata, comunicanti tra loro e probabilmente aperti verso la strada con due ingressi separati. Questa sistemazione è ancora visibile osservando l'edificio dall'esterno, anche se il muro di facciata è completamente crollato. L'ambiente a sinistra era in origine la camera funeraria. Sul muro di fondo un passaggio consente di accedere a una stanza sul retro, costruita in epoca successiva.
Essa presenta sui lati lunghi a destra e a sinistra dell'ingresso due nicchie coperte ad arco e poco profonde. Nella nicchia di destra un'ampia apertura permette di vedere una cisterna collocata dietro l'ambiente attiguo verso sud. Quest'ultimo è di forma rettangolare. Nel pavimento di cocciopesto e scaglie di marmo, m parte conservato, Si nota un tombimo circolare ricavato in una lastra di marmo. In questo sfociava una conduttura che probabilmente convogliava le acque di scolo delle coperture.

Edificio 5

E’ un colombario monumentale che si articola su due livelli: un piano ipogeo e un piano superiore. La costruzione è realizzata interamente in opera reticolata.

Pozzuoli, Necropoli di via Celle. Edificio 5. Camera ipogea. La porta
di passaggio verso il corridoio a <<L>> e le formae ricavate nel pavimento.

Dall’esterno sono visibili le due pareti laterali che definiscono i limiti del colombario: a sinistra il muro perimetrale nord che si appoggia a quello, preesistente, dell'edificio 4; a destra, invece, la facciata m opera laterizia dell'edificio 6, eretto successivamente. La facciata è priva del paramento originario. Al piano superiore è una struttura di forma circolare (tamburo): essa era la base di un monumento a cuspide forse analogo a quello della necropoli di Quarto, che spiccava alto e isolato al di sopra del livello della strada, segnalando la tomba che si trovava al di sotto.
In una fase che può essere collocata all'inizio del I secolo d.C., un insieme di ambienti, forse destinati ai riti funerari, fu aggiunto al di sopra dell'edificio e su parte di quello precedente; vi si accedeva tramite una rampa di scale (oggi perduta).
Le scale conducevano a un piccolo vestibolo coperto con volta a botte. Su di essa e sulla parete est si conserva gran parte della decorazione pittorica. Il vestibolo introduce in un ampio ambiente a pianta irregolare, coperto da una serie di volte a crociera e decorato con pitture a riquadri geometrici. Il riutilizzo del piano superiore si estese anche a occupare il vano precedentemente vuoto e comunicante con l'esterno, che si trova entro il basamento della cuspide. Qui furono costruite contro le pareti alcune nicchie forse destinate ad accogliere altre sepolture. Da questo piano una ripida scala in muratura conduce alla cisterna sottostante (vedi edificio 4).
L’ingresso alla zona ipogea è sul lato sinistro. Vi si accede mediante una breve scalinata moderna che immette in un corridoio.
In seguito alle ristrutturazioni per la costruzione della cisterna la superficie del corridoio venne ridotta, elevando due muri tramezzi a metà circa della lunghezza originaria (a causa del crollo parziale dei tramezzi è visibile, sul fondo, il muro in opera reticolata che delimitava l'ambiente verso est, in parte coperto dall'arco di sostruzione della scala in opera vittata). Attualmente è agibile solo un piccolo vano di disimpegno sulla destra del quale si apre una porta con stipiti e architrave in pietra vulcanica che dà accesso alla zona ipogea.
Entrando ci si trova in una sala circolare con una copertura a cupola di forma conica, quasi perfettamente conservata. Lungo le pareti, al di sopra di una lista a rilievo, sono collocate quattro nicchie, orientate all'incirca secondo i punti cardinali. In un momento posteriore alla costruzione originaria fu costruita una piccola mensa posta contro la parete est, a sinistra dell'ingresso, nonché sette tombe a fossa con spallette di tufo nel pavimento della sala.
Sul lato destro, in corrispondenza della strada vi è una vistosa rottura da cui l'interno prende luce, praticata in epoca moderna. Di fronte all'ingresso è una porta ad arco che conduce ad altre due camere sepolcrali di forma rettangolare allungata, disposte a <<L>> lungo i lati sud ed est della sala circolare.
Nella prima vi sono quattro nicchie sulla parete di fronte all'ingresso e una sulla parete di destra, tutte collocate al di sopra di una lista a rilievo. Il rivestimento di intonaco bianco si conserva in quasi tutta la camera, anche se deve aver perduto lo strato superficiale dipinto. Come nella sala circolare anche m questa sono state ricavate alcune tombe a inumazione nel pavimento, delle quali sono visibili le alte spallette in tufo. Girando a sinistra si entra nella successiva camera, passando attraverso una porta piuttosto angusta, coperta in piano.
Questa camera sepolcrale è molto suggestiva poiché conserva intatto il volume originario, sviluppato in altezza, la volta a botte e parte della decorazione pittorica. Sulla parete di fronte all'ingresso sono due file parallele di cinque nicchie ciascuna e sulla parete breve a destra due nicchie allineate alle altre. Anche in questa camera si ripete il motivo decorativo delle liste a rilievo alla base delle nicchie. La nicchia inferiore nella parete di destra conserva parte delle decorazione pittorica: sul fondo sono visibili due rose, i fiori che in età romana erano di solito dedicati ai defunti e all'esterno, a incorniciare l'arco, ancora una rosa e un motivo a ghirlanda.
Questo edificio doveva essere tra i più appariscenti della necropoli, sia per le dimensioni che per l'aspetto monumentale dell'esterno. Per quanto riguarda la destinazione del monumento, dalla disposizione interna dei loculi si potrebbe pensare alla tomba di una ricca famiglia che volle provvedere alla sistemazione dei capostipiti (nella sala circolare) dei discendenti e dei liberti (nelle due camere attigue). E' infatti abbastanza frequente trovare nelle iscrizioni sepolcrali romane formule che alludono alla consuetudine di seppellire nella tomba di famiglia sia i discendenti indiretti che i loro liberti.

Edificio 6

E' un colombario, costruito in opera reticolata, a due camere con ingressi separati e contigui aperti su una unica facciata; questa fu integralmente ricostruita (probabilmente verso la metà del I sec. d.C.) usando laterizi di reimpiego, per rendere più imponente e monumentale la tomba o per il desiderio di rimodernarne l'aspetto. La facciata è ripartita da sette lesene poste a intervalli regolari, tra le quali si collocano le due porte, sormontate da finestrini per l'illuminazione interna. Al piano superiore era un unico grande ambiente, pavimentato in opera spicata, successivamente suddiviso in due.
Non è possibile individuare l'accesso originario a questo piano poiché i crolli delle strutture verso sud e i restauri delle murature verso nord hanno reso incomprensibili le connessioni con gli edifici attigui. E' certo, tuttavia, che l'accesso riguardava un percorso interno ai piani superiori dato che il colombario non ha una scala propria.

Pozzuoli, Necropoli di via Celle. Edificio 6. Prospetto

 

Pozzuoli, Necropoli di via Celle. Edificio 6. Camera funeraria del vano di sinistra.

Le due camere hanno una sistemazione analoga. Sulle pareti ai lati dell'ingresso sono disposte due file parallele di cinque nicchie, delle quali solo le prime dal basso presentano il fondo forato per l'alloggiamento delle olle. In posizione centrale di fronte all'ingresso, sulla parete di fondo, sono collocate delle edicole, di forma simile ma di dimensioni differenti. Entrambe sono poste in leggero aggetto rispetto alla parete, elevate su un piccolo podio e sormontate da un timpano semicircolare bordato da una cornicetta. Le edicole accoglievano un'unica sepoltura. Ai lati di queste sono disposte quattro nicchie di dimensioni inferiori rispetto alle altre. Le due camere sono coperte da volte a botte perfettamente conservate; alcune nicchie dell'ordine inferiore conservano i resti delle olle ancora in sito.
Il colombario venne riutilizzato in epoca recente, forse come abitazione o come luogo di ricovero per animali. Il muro che separava le due camere è infatti tagliato da una porta che non esisteva in antico. Sulla soglia si possono vedere due grandi fori per cardine di forma quadrangolare, atti ad accogliere due robusti battenti.

Edificio 7

Il monumento, in opera reticolata di ottima fattura, si sviluppa su tre piani: a livello della strada antica vi è un insieme di ambienti a destinazione non funeraria dai quali si poteva accedere al piano superiore; a livello ipogeo sono collocate le camere funerarie.
Il fronte antico, in gran parte perduto, si trova in coincidenza con un brusco abbassamento del piano di calpestio attuale (dove è collocata nel vialetto la rampa di scale) che lascia in vista buona parte delle strutture di fondazione del muro perimetrale esterno. Una piccola porzione del paramento originario è visibile in alto a destra, guardando dal vialetto nel punto più basso. La facciata dovette essere restaurata in antico analogamente a quella dell'edificio 6, e abbellita con una lista e una cornice aggettante in laterizio che proseguiva probabilmente lungo tutto il fronte.

Edificio 7. Loculo con decorazione a edicola nel sottoscala.

 

Pozzuoli, Necropoli di via Celle. Edificio 7. Camera ipogea. La scala e la porta d'ingresso verso le camere ipogee sul retro.

L'ingresso attuale è posto in corrispondenza dell'angolo sud dell'edificio precedente ed è sistemato con una breve gradinata moderna che consente di raggiungere il piano pavimentale antico. Entrando ci si trova in un vano che appare oggi come un cortile aperto.
In origine questo era uno spazio libero di forma rettangolare rientrante rispetto al fronte stradale, su cui si apriva a sinistra la porta d'ingresso a tre ambienti separati e a destra la porta di un corridoio che immette nel complesso funerario vero e proprio. Sul pavimento è collocata la botola che dà accesso ad un'ampia cisterna, costruita al di sotto del livello pavimentale.
Delle tre stanze la più esterna verso la strada è completamente crollata e restano in vista solo due brevi porzioni del muro perimetrale.
Essa doveva essere utilizzata come anticamera o vano di disbrigo per le altre due stanze poste sul retro. Ognuna di queste ha, infatti, un porta che comunica con l'anticamera. Entrando nella stanza a sinistra si può vedere il pavimento in cocciopesto e parte della copertura a volta che conserva al suo interno un condotto in terracotta per lo scarico delle acque piovane dal piano superiore (in alto a destra). Nel muro che divide le due stanze è ricavata una finestra sui cui stipiti sono tracce del rivestimento in intonaco bianco.
La stanza a destra è di proporzioni analoghe alla precedente. Sulla parete sud sono tre fori quadrangolari che probabilmente servivano ad alloggiare delle travi per sostenere un soppalco. La cubatura interna dell'ambiente, molto sviluppato in altezza, era quindi suddivisa per ottenere due livelli agibili.
Forse queste stanze annesse al complesso funerario erano l'abitazione di un guardiano, posto a sorvegliare le tombe e a curarne la manutenzione. E' infatti piuttosto frequente trovare nei complessi funerari ambienti di questo tipo, che si pensa possano essere stati destinati ad abitazione. Mancano, però elementi certi al riguardo poiché gli arredi interni per lo più sono andati persi.
Volgendosi a destra si può accedere al settore funerario. In corrispondenza dell'ingresso al corridoio è posta una breve gradinata moderna che riflette la sistemazione antica e che conduce a un ambiente posto a un piano ammezzato. Questo conserva parte della copertura a volta (oggi sostenuta da un pilastro di restauro). Sul lato di fronte alla scala è una piccola nicchia coperta ad arco ricavata nel volume del muro. In fondo al corridoio, si entra in un ampio ambiente collocato sul retro dell'edificio, che si presenta come una grande aula coperta con una volta a botte. Questa sala, come anche la precedente, doveva essere utilizzata per le celebrazioni dei riti funebri.
Sul corridoio si apre l'ingresso alle camere ipogee. La porta conserva la soglia in pietra vulcanica con il foro da cardine e il battente verso l'esterno. Scendendo la ripida scala, provvista di un corrimano moderno, si entra nella prima camera ipogea. Essa conserva gran parte dell'allestimento originario e la volta a botte.
Lungo le pareti sono disposte le nicchie su due file parallele e inquadrate da liste verticali a rilievo. Sulla parete a sinistra del ballatoio è un arcosolio, ricavato dopo la prima fase di costruzione. Questo era decorato secondo uno schema a edicola: ai lati erano due colonnine, di cui restano solo i basamenti, poste a sorreggere un timpano triangolare appena visibile al di sopra. Sulla parete a destra è un ampio arco sotto il quale vennero collocate delle tombe a inumazione l'una addossata all'altra fino a ingombrare parte dello spazio agibile della camera. Nel sottoscala, infine, è collocata una nicchia per un'unica sepoltura. Qui si conserva quasi intatta un'edicola a stucco in rilievo che può dare forse un'immagine di come poteva essere la ricca decorazione di queste tombe. Il timpano ha una fascia decorata a motivi floreali con bordatura in rosso al di sotto sono due colonnine ioniche a fusto liscio. Il fondo dell'edicola in cui si apre la nicchia era anch'esso dipinto di rosso.
La camera prende luce da un'ampia apertura sul lato rivolto verso la strada. I lati di questa che doveva essere una finestra a gola di lupo sono in parte di restauro e l'ampiezza doveva essere minore di quella attuale.
Passando sotto la scala si accede a un'altra camera funeraria, disposta sul retro. La sistemazione è analoga a quella della camera precedente: sulle pareti sono due file di nicchie, a destra e sulla parete di fondo sono collocate delle sepolture a inumazione; la volta a botte è integra e conserva parte del rivestimento di intonaco bianco. Sulla sinistra, salendo una breve gradinata, ci si introduce nella successiva camera sepolcrale, di forma rettangolare allungata.
Le nicchie, prive della decorazione a liste in rilievo e di dimensioni più piccole, sono collocate sui lati brevi a destra e a sinistra dell'ingresso. In fondo a sinistra si apre un piccolo finestrino per l'illuminazione dell'interno. Sul pavimento sono collocate due sepolture a inumazione. Tra di esse è un foro, praticato in epoca moderna, attraverso il quale è possibile vedere l'interno della cisterna, contigua alle camere sepolcrali. Questo monumento si presenta affine all'edificio 5 per l'ampiezza della costruzione, articolata secondo le esigenze di diverse funzionalità. Esso appartiene, però, a una tipologia più tarda di qualche decennio.

Edificio 8

Si tratta di un colombario del quale rimangono solo le pareti perimetrali. Le strutture dei solai e delle volte sono crollate e giacciono tuttora all'interno dell'area recintata.

Edificio 9

E' un colombario, costruito in opera reticolata, che si articola su tre piani: piano terra a livello della strada, due camere ipogee e piani superiori, ricavati dopo la costruzione originaria. Attualmente il piano di calpestio esterno è molto più basso di quello antico e non è possibile accedere all'interno.

Edificio 9. Volta dipinta al piano superiore.

La facciata, dove era l'originaria porta d'ingresso, è crollata. Dal basso è visibile in parte l'insieme delle stanze a livello della strada antica e parte di una camera ipogea. La stanza a sinistra è suddivisa in due parti: un corridoio con porta ad arco che immette in un vano sul retro, dove venne collocata la scala per accedere ai piani superiori e l'ingresso a una camera ipogea, coperto da una piccola volta a botte. Questa camera ha due file di nicchie e tre arcosoli, ricavati dopo la costruzione originaria. La stanza a destra, di forma rettangolare allungata, a seguito di una ristrutturazione venne anche riccamente decorata: alle pareti, nella parte bassa, sono visibili le tracce del rivestimento a lastre di marmo; sulla volta a crociera, nel tratto conservato, rimane il rivestimento in pittura e stucco a rilievo con rosone centrale e quadrati nelle lunette. Questo genere di decorazione trova confronti a Pompei e Ostia e può essere datato entro l'ultimo decennio del I secolo d.C.

Edificio 10

E’ un colombario che si sviluppa su due piani, superiore e ipogeo, disposti al di sopra e al di sotto del livello stradale antico. La costruzione originaria è in opera reticolata. Anche in questo caso la facciata non si conserva e il piano di calpestio attuale è di oltre un metro più basso dell'antico.
Dall'esterno si può osservare la sistemazione complessiva del monumento: al centro due ambienti quadrangolari, uno sul fronte e l'altro sul retro (non visibile dal basso); ai lati due corridoi attraverso i quali si poteva raggiungere il livello del primo piano. La camera ipogea è visibile da un'apertura moderna di forma irregolare. Delle nicchie che erano allineate lungo le pareti si vede solo la fila che doveva essere collocata più in alto poiché l'interno è tutt'ora interrato.

Edificio 11

E’ un mausoleo monumentale, dedicato probabilmente alla sepoltura di un unico, illustre personaggio. La facciata è in opera laterizia, mentre i muri perimetrali sui lati nord, est e sud sono in opera mista. La camera sepolcrale, ricavata all'interno del basamento, è ora inaccessibile dall'esterno

Pozzuoli, Necropoli di via Celle. Edificio 11. Prospetto a esedra.

In origine il mausoleo si ergeva isolato sul pendio della collina ed era visibile su tre lati. Il basamento è di forma quadrata, con il fronte a esedra verso la strada; sopra vi è un tamburo con un alto zoccolo liscio su cui si eleva una struttura a pianta ottagonale con semicolonne addossate in corrispondenza degli angoli. Il mausoleo era rivestito di pitture e stucchi che arricchivano con effetti illusionistici la partizione architettonica. L'esedra era decorata da colonne addossate alla parete: due coppie sui due avancorpi aggettanti in corrispondenza degli angoli e due poste ai lati di una finta porta a due ante (delle colonne restano solo alcuni plinti). Questa era collocata al centro, in un riquadro rientrante rispetto alla superficie muraria, e decorata in stucco a rilievo dipinto (in basso è visibile la porzione inferiore dei battenti, bordati da una fascia di colore rosso). Il tamburo superiore è appoggiato al muro di fondo rettilineo, terminante alle estremità con due semicolonne addossate il cui rivestimento di stucco simulava le scanalature delle colonne marmoree (dal basso è ben visibile la colonna a sinistra). Su ciascuno dei lati dell'ottagono era una finta porta, simile a quella posta al centro dell'esedra. Le pareti laterali erano intonacate di bianco con un alto zoccolo dipinto in rosso (visibile sul lato sinistro). La copertura terminale era probabilmente costituita da una cupola o da una cuspide.

Edificio 12

E’ il più grande dell'intero complesso: il fronte si sviluppa per trenta metri. Con tutta probabilità era la sede di un collegium o schola.
La costruzione è suddivisa in tre parti. Nel settore a sinistra è un edificio a tre piani, la cui sistemazione interna appare simile a quella delle insulae, case di abitazione urbane. Nel settore centrale era un ampio cortile scoperto, al centro del quale venne successivamente edificato un mausoleo. Nel settore meridionale, a destra, è collocata un'ampia aula rettangolare dedicata al culto, dove molto probabilmente era posta la statua o l'ara del dio tutelare, il genius collegii. Il complesso è realizzato in opera vittata con ricorsi di laterizio. La costruzione originaria è quindi databile nell'ambito del II sec. d.C.

Pozzuoli, Necropoli di via Celle. Edificio 12. Interno del mausoleo visto da una delle due nicchie laterali. Sulla sinistra l'ingresso, in basso le formae ricavate nel pavimento.

 

Pozzuoli, Necropoli di via Celle. Edificio 12. La scala che conduce ai piani superiori.

Entrando nell'edificio del primo settore si può percorrere il corridoio centrale, ai lati del quale sono disposte simmetricamente quattro stanze. Queste conservano in parte le coperture a volta e i pavimenti in mosaico bianco con fascia nera lungo i bordi. Alla fine del corridoio ci si trova in un piccolo cortile interno di servizio. In alto si vede il ballatoio, agibile dal piano superiore, disposto su tre lati e sorretto da una serie di voltine. La zona centrale è scoperta per consentire l'illuminazione degli ambienti circostanti. A destra dell'ingresso è la porta del corridoio porticato che correva lungo il lato est del cortile centrale (la cui percorrenza non è possibile per la presenza di un muro di restauro). Sul lato di fondo vi sono due ambienti simili, le cui porte si aprivano sul cortiletto ed erano sormontate da piccole finestre. Accanto all'ambiente di sinistra, ma non accessibile da questo livello, è la camera più bassa di una cisterna a più piani, ricavata nell'angolo nord-est dell'edificio. A sinistra è la scala che conduce ai piani superiori.
Salendone le prime due rampe si potrà percorrere il ballatoio e osservare la sistemazione del piano superiore che doveva ricalcare, almeno in parte, quella del piano sottostante. In questo punto si ha anche la possibilità di osservare dall'alto l'intero complesso, in particolare la zona sul lato est del cortile centrale, addossata alla collina (a sinistra tenendo la strada sulla destra).
Sul lato di fondo (est) del cortile centrale si trovano altri ambienti, in parte ancora interrati. Qui era collocata una grande aula rettangolare che ne occupava tutta l'ampiezza. Di fronte a questa si ergeva un corridoio porticato a due piani, crollato recentemente (anni sessanta). Costruito in una fase successiva a quella originaria, esso doveva consentire il raccordo delle percorrenze interne anche al piano superiore, collegando il ballatoio e il corridoio accanto all'aula al livello soprastante la copertura. Altri ambienti, raggiungibili attraverso i corridoi porticati, erano posti lungo il lato est, sul retro dell'aula; tra questi solo il più settentrionale è parzialmente visibile.
Scendendo le scale e tornando nuovamente all'esterno del complesso si può entrare nel cortile centrale, in cui è un mausoleo che qui venne costruito in seguito ad una ristrutturazione dell'intero edificio.

Pozzuoli, Necropoli di via Celle. Edificio 12. Il mausoleo monumentale in blocchi di piperno costruito al centro del cortile

Il cortile conserva parte dei rivestimenti parietali e pavimentali realizzati in seguito alla costruzione del mausoleo. Quest'ultimo non è accessibile dalla strada, contrariamente a tutti gli altri edifici di carattere funerario della necropoli. L'ingresso dà sul cortile, e possiamo immaginare che il lato verso la strada fosse stato chiuso per rendere ancora più appartato questo luogo di sepoltura. Infatti nel cortile si poteva entrare da una sola porta con soglia e stipiti in pietra, collocata nell'arcata centrale de portico sul lato est, mentre le altre due arcate erano chiuse da muri fino a circa due metri di altezza dal pavimento.
Il mausoleo è costruito in opera vittata mista; grandi blocchi di pietra lavica, con cui fu foderato l'esterno dopo l'edificazione, gli conferiscono un aspetto insieme imponente e inconsueto.
Lungo il perimetro corre un alto podio sporgente dalla base. Al centro della facciata interna la porta con stipiti e architrave in rilievo è sormontata da una breve tettoia, anch'essa in pietra. In corrispondenza degli angoli sono inseriti nel pavimento del cortile due blocchi quadrangolari con una sagomatura circolare concava all'interno e una canaletta, destinati a raccogliere le acque di scolo della copertura. La camera interna è di forma quadrangolare. Sulle pareti laterali sono due tombe ad arcosolio, sulla parete di fondo è una base rialzata dal livello pavimentale, inquadrata da due lesene d'angolo, dove forse era posta una sepoltura in sarcofago. Lungo le pareti corre una cornice aggettante in laterizio, sopra la quale sono collocate delle nicchie. Il pavimento originario è visibile solo in minima parte, poiché tutta la superficie interna è stata riutilizzata per aggiungere alcune tombe a inumazione che testimoniano la continuità d'uso del monumento.
La copertura doveva essere una volta a crociera nascosta all'esterno dalla fodera a blocchi.
Uscendo dal complesso e rientrandovi dal corridoio sul lato sud del cortile centrale, si può accedere all'aula. L'interno è di ampie proporzioni (m. 7,5x12). L'ingresso principale si apriva sul lato verso la strada con un portone a più battenti, di cui rimangono gli stipiti e due blocchi della soglia con i fori per cardini.
Sul lato di fondo è una nicchia, in posizione centrale, dove forse era collocata la statua di culto. Ai lati di questa erano due colonnine poste su mensole (è visibile quella di sinistra, in parte conservata) che dovevano far parte di una decorazione a edicola. L'aula aveva le pareti interne rivestite di lastre marmoree fino a un'altezza di circa quattro metri, di cui restano alcuni frammenti e gli strati della preparazione. Lungo il bordo superiore delle lastre correva una cornice aggettante in laterizio. Al di sopra il rivestimento continuava forse in intonaco dipinto.
Sul lato nord si aprivano tre porte; quelle più a est, successivamente richiuse, permettevano di accedere agli altri settori dell'edificio, o viceversa, senza passare dalla strada. La copertura dell'aula doveva essere costituita da un tetto a capriate.
Probabilmente in un'epoca di molto successiva alla costruzione originaria l'aula venne trasformata. Lungo le pareti laterali furono addossati banconi in muratura, alla base dei quali, sotto il livello pavimentale, si trovano arcosoli. Il pavimento a mosaico fu integralmente rifatto (se ne conservano alcuni tratti). Davanti alla parete di fondo venne costruito un alto podio e anche qui, negli spazi di risulta, vennero collocate altre tombe a inumazione. L'inserimento di queste tombe, che rispetta la geometria interna della sala, farebbe pensare a una continuità della funzione cultuale, mutata solo nel contenuto religioso. Si potrebbe ipotizzare, per analogia con altri casi simili (ad esempio il cosiddetto Tempio di Giove sull'Acropoli di Cuma), l'insediamento di una piccola chiesa cristiana là dove prima era un culto pagano.

Edificio 13

E' un colombario in opera reticolata che si sviluppa parte a livello ipogeo, con la scala d'accesso e la camera sepolcrale, e parte al di sopra del livello stradale antico, dove nel tratto emergente dal suolo sono collocati l'ingresso e il finestrino per l'illuminazione dell'interno. Una botola consentiva di calarsi dall'alto nel piano ipogeo (l'accesso è possibile, ma a oltre un metro dal piano di calpestio attuale).
Dopo la costruzione originaria, l'edificio venne inserito in tre muri e nell'angolo sud-est fu aggiunto un piccolo vano coperto a volta sopra la botola d'ingresso all'ipogeo.

Pozzuoli, Necropoli di via Celle. Edificio 13. Camera ipogea, la prima rampa di scale con, in alto a sinistra, la botola di ingresso.

La botola conserva ancora le lastre di bordo in pietra lavica con i fori di cardine e il battente per l'alloggiamento del coperchio. Essa immette in un minuscolo vestibolo, parzialmente occupato da due sostegni in muratura, simili a una scala cui mancasse la porzione centrale. Sopra di essi venivano forse poggiate assi di legno per creare una sorta di rampa facilmente asportabile e di minimo ingombro. Nel vestibolo sono quattro nicchie, due per ciascuna delle pareti laterali.
La zona ipogea conserva integro il volume originario e gran parte del rivestimento parietale in intonaco bianco. Attraverso una porta con stipiti e architrave in pietra lavica, si accede al vano delle scale; da qui due rampe a gomito conducono alla camera ipogea.
Scendendo, si possono osservare le nicchie poste lungo le pareti sud e ovest della prima rampa. La camera, di forma rettangolare, è coperta a volta e l'interno prende luce da un finestrino posto sul lato verso la strada. Le nicchie sono allineate in un'unica fila, sopra una lista a rilievo.

Edificio 14

La funzione di questo edificio è incerta. Potrebbe trattarsi di una fontana, posta sul limite dell'area urbana per chi percorreva la Via Campana in direzione nord.

Pozzuoli, Necropoli di via Celle. Edificio 14. Particolare del paramento murario in opera laterizia con imitazione dei cubilia dell'opera reticolata.

Si tratta di un unico ambiente, di forma rettangolare, del quale si conserva gran parte del muro di fondo, costruito con materiali di reimpiego (per lo più tegole) disposti a formare semplici decorazioni: spine di pesce, inserti in tasselli quadrati a imitazione dell'opera reticolata. Sulla facciata erano due avancorpi sporgenti di forma quadrangolare, in muratura piena, con la superficie esterna modellata a gradoni (visibile solo quello di sinistra).

I riti funerari

Il concetto, tipico della società romana, del culto familiare, che comportava la persistenza del dialogo con i defunti, si esprimeva anche nell'architettura degli edifici funerari. La tomba era considerata il luogo dell'incontro tra il morto e i suoi parenti; che vi si recavano a praticare riti non in ricordo del defunto, ma <<insieme>> al defunto. Per questo le tombe erano sempre facilmente accessibili ma solo a chi ne aveva il diritto: al concetto dell'inviolabilità fisica del sepolcro, proprio di altre civiltà si sostituisce quello dell'inviolabilità giuridica.
I tipi di sepoltura praticati a Roma erano l'inumazione e la cremazione, già ricordati in tale ordine dall'antichissima legge delle XII tavole alla metà del V sec. a.C. Esse, con alterna fortuna, caratterizzarono il rito funerario nel mondo romano. Intorno al IV sec. a. C. la cremazione diviene la pratica dominante e tale rimane come dimostra la diffusa presenza dei colombari, fino agli inizi del II secolo della nostra era. Effettuata dagli ustores, la cremazione poteva svolgersi o nel luogo stesso della sepoltura delle ceneri (bustum) o in un luogo apposito detto ustrinum. In quest'ultimo caso, le ossa combuste erano raccolte in urne di marmo, pietra o terracotta, e deposte in nicchie ricavate nelle pareti dei colombari.
Durante il regno di Adriano, tuttavia, l'inumazione comincia gradualmente a prevalere, fino ad affermarsi definitivamente verso la metà del III sec. d. C. La coesistenza dei due riti spiega quindi quegli edifici tipici del II sec d. C. con nicchie alle pareti e arcosoli in basso per deporre gli inumati; assai spesso si nota, inoltre, a partire dalla metà del II sec. la costruzione di tombe a fossa con spallette di mattoni, dette formae, sul piano pavimentale dei vecchi colombari. La ripresa dell'inumazione determina anche il diffondersi dell'uso dei sarcofagi, stimolando così una straordinaria produzione artistica di questi oggetti, spesso importati dall'Asia Minore. Per i più poveri restavano semplici tombe scavate nella nuda terra, fatte di tegole (<<tombe a cappuccina>>) o di cocci d'anfora.
Naturalmente la disponibilità di aree e la densità della popolazione erano fattori determinanti nella scelta del monumento funebre. Mentre, infatti, lungo le arterie extraurbane e nei terreni privati era possibile l'edificazione di imponenti mausolei e la delimitazione di vaste aree, nelle immediate vicinanze delle grandi città era frequente la concentrazione delle sepolture, agevole soprattutto se il rito era crematorio.
In ogni caso, le sepolture, salvo onori oltremodo eccezionali, si effettuavano, per antichissima disposizione, testimoniata già dalle XII tavole, sempre fuori delle città e lungo le vie extraurbane. Dalla metà del I sec.     a. C. si diffuse il tipo edilizio del colombario, atto ad accogliere le sepolture di una famiglia o di un collegio funerario. L'edificio, che si sviluppava in gran parte nel sottosuolo con una o più camere ipogee, presentava lungo le pareti interne una serie più o meno numerosa di nicchie, loci o loculi, disposte generalmente in più file parallele, fino ad occupare quasi tutto lo spazio disponibile; spesso la monotonia era rotta da edicole con frontone decorato a stucco. Le nicchie avevano, in genere, forma semicircolare, ma ve n'erano anche di quadrate o rettangolari; all'interno di ciascuna potevano trovare posto da una fino a quattro urne, ollae, destinate ad accogliere le ceneri dei defunti. Spesso le urne erano fissate nella muratura, forando il piano di appoggio della nicchia, in maniera tale da non poter essere spostate. Di esse rimaneva visibile solo il coperchio, operculum, che poteva essere sollevato per versare nell'urna stessa le libagioni, così che il defunto potesse partecipare al banchetto funebre celebrato in suo onore.
La fede nella sopravvivenza del defunto oltre la morte e nella possibilità, per i vivi, di perpetuare il dialogo con i trapassati si manifesta nella ricchezza delle celebrazioni in onore dei defunti, dalle cerimonie private, come la cena novendialis (9 gg. dopo la morte), il dies natalis (giorno del compleanno del defunto) a quelle pubbliche: i Parentalia o dies Parentales (13-21 febbraio) e i Rosalia, delle quali restano come testimonianza numerose raffigurazioni di rose incise o dipinte sulle pareti degli edifici funebri. E' proprio l'apparato decorativo a fornirci notizie sulle credenze legate alla vita ultraterrena nel mondo romano.
Complesso era il rituale che accompagnava il trapasso, dal bacio dato al moribondo da uno dei suoi cari per raccoglierne l'ultimo respiro, alle celebrazioni che seguivano la sepoltura. Subito dopo la morte il cadavere veniva lavato e cosparso di unguenti e quindi vestito e preparato con i suoi abiti di parata (la toga o la praetexta) ed esposto nell'atrio di casa. Per il viaggio verso l'al di là gli si poneva in bocca una moneta che egli avrebbe offerto a Caronte.
Dai funerali più semplici, quelli dei bambini e dei poveri, che si svolgevano addirittura di notte alla luce delle torce che precedevano il feretro, si arrivava alle grandiose cerimonie in onore dei grandi personaggi che tanto impressionarono lo storico greco Polibio (metà II sec. a.C.): per lui non vi era spettacolo più nobile del vedere sfilare, nelle cerimonie funebri delle famiglie patrizie e in processione davanti al feretro, i potenti e gloriosi antenati del defunto, rappresentati dalle maschere di cera che ne ritraevano l'immagine (imagines maiorum). Tali maschere, che i parenti del defunto portavano durante il corteo funebre, venivano custodite in una teca e costituivano una sorta di raccolta dei ritratti degli avi. Questa tradizione perdurò senza dubbio fino alla II metà del I sec. d.C., anche se, a partire dalla tarda età repubblicana, alle maschere di cera furono talvolta sostituiti busti dello stesso materiale o di terracotta.
Ai funerali provvedevano di regola imprese di pompe funebri (libitinarii), con i vari specialisti: i pollinctores, che preparavano la salma, i vespillones che curavano il trasporto funebre, gli ustores che provvedevano al rogo, ecc.; queste attività, comunque, erano ritenute tanto sordide da comportare diminuzioni dei diritti civili per chi le svolgeva. Proprio Pozzuoli ci ha restituito, in una preziosa iscrizione d'età augustea, parti del capitolato d'appalto cittadino, che regolava minuziosamente la prestazione dei servizi funebri e la fornitura delle attrezzature necessarie (lex libitinaria). Vi si prescriveva, ad esempio, che l'impresario dovesse impiegare non meno di 32 addetti, di sana costituzione e di età compresa fra i 20 e i 50 anni, ma anche che queste persone non potessero risiedere e neppure entrare in città se non per motivi legati al loro servizio e in ogni caso distinguendosi con un berretto colorato; che l'impresario dovesse rispettare l'ordine delle richieste pervenutegli in un apposito ufficio cittadino (sito nel foro?), salvo che per i funerali dei decurioni e dei bambini, cui si doveva in ogni caso dare la precedenza; che i cadaveri degli impiccati e degli schiavi fossero nella stessa giornata portati via, ecc.
Nel caso delle famiglie ricche le spese dei funerali e della costruzione delle tombe venivano sostenute dai parenti del defunto, mentre ai privati si sostituivano, presso i ceti medi e piccoli, associazioni particolari, i collegia funeraticia. I collegia sorti per iniziativa dei privati potevano avere varie finalità, religiose e politiche. Negli ultimi anni della repubblica queste ultime assunsero un aspetto preponderante fino a provocare la soppressione di molti collegia da parte di Cesare e poi di Augusto, che vollero conservare soltanto le associazioni di più antica fondazione. In età imperiale si formarono molte nuove associazioni con il beneplacito degli imperatori. Ve ne erano di tutti i tipi, religiose, funerarie e professionali, e raccoglievano in prevalenza artigiani, schiavi e liberti.
La maggior parte dei collegia si preoccupava di garantire ai propri consociati un'onorevole sepoltura. A tale scopo veniva creato un fondo comune (arca) col versamento di una quota mensile (stips menstrua) da parte di ciascun consociato. A questo fondo si attingeva poi per coprire le spese relative al funerale, all'acquisto e alla successiva manutenzione della tomba e alle cerimonie per la commemorazione dei defunti

Bibliografia

Paolo Antonio Paoli - Avanzi delle Antichità esistenti a Pozzuoli Cuma e Baja. Napoli, 1768

G. D’Ancora - Guida ragionata per le antichità e per le curiosità naturali di Pozzuoli e dei 
                         luoghi circonvicini.
Napoli MDCCXCII:

Charles Dubois - Pouzzoles antique. (Histoire et Topografhie). Paris 1907

Amedeo Maiuri. Colombari di Via Celle in Bollettino d’arte 1932.

Alfonso De Franciscis - R. Pane: Mausolei romani in Campania. E.S.I. - Napoli 1957

Amedeo Maiuri - I Campi Flegrei. Roma 1970.

Alfonso De Franciscis - Bollettino d’Arte 1965 serie V

Raffaele Adinolfi - Breve descrizione della storia e dei monumenti di Pozzuoli antica. Pozzuoli, 1967.

Raffaele Adinolfi - Pozzuoli nei Campi Flegrei. Un tempo ed oggi. Pozzuoli 1971.

Anna Maria Bisi Ingrassia - Napoli e dintorni - itinerari archeologici. Roma 1981

Stefano De Caro - A. Greco. Campania. Guide archeologiche Laterza. Bari, 1981.

Amedeo Maiuri - Passeggiate Campane. R.A. Firenze 1982.

AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico. A cura del Progetto Eubea. Marsilio
                 Editore, Napoli 1990.

 

 

Pianta della necropoli (curata dalla Cooperativa Unità Flegrea, 1981)

 

Da: Mario Cartaro - Ager Puteolanus - Roma 1584

 

Da Paolo Antonio Paoli - Avanzi delle Antichità esistenti a Pozzuoli Cuma e Baja. Napoli, 1768

 

Tavola trentesima.

 

Tavola trentesima

 

Da Itinerari Flegrei Amedeo Maiuri, Napoli 1984

 

 

Foto 1: Parete sud, zona posteriore degli ambienti situati all'attuale ingresso.

 Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 2: Porta in piperno dell'ipogeo a copertura conica.

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 3: Interno dell'ipogeo a copertura conica, particolare di un altarino. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 4: Interno dell'ipogeo a copertura conica, particolare delle tombe a inumazione ricostruito in occasione del restauro effettuata dal Genio Civile. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 5: Ingresso di un ipogeo. Si notano le tecniche costruttive adottate e l'intervento di restauro effettuate dal Genio Civile. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 6: Interno di un ipogeo. Colombari e tombe a inumazione. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 7: Interno di un ipogeo. Edicola votiva. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 8: Veduta da est della necropoli. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 9: Mausoleo con esedra. 

Adinolfi Aldo, aprile 1983

 

Foto 10: Mausoleo con esedra, particolare della finta porta, nella parte bassa del vano ancora visibili le tracce dell'intonaco. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 11: Particolare di una canaletta per lo smaltimento della acque. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 12: zona delle tabernae, particolare di un vano luce nel solaio. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 13: Mausoleo ricoperto di blocchi di piperno. 

Adinolfi Aldo, aprile 1983

 

Foto 14: Particolare della foto 13, a terra dell'ingresso. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 15: Interno del mausoleo della foto 13, tombe a inumazione. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 16: Corridoio con mosaico. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 17: Ambiente destinato alla riunione dei Collegia Funeraticia (?). 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 18: Particolare del mosaico dell'ambiente di foto 17, con motivi neri su fondo bianco. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 19: Particolare del mosaico dell'ambiente di foto 17, cornice presente su tutto il pavimento dell'ambiente. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 20: Particolare del mosaico presente nell'ambiente della foto 17 foto degli anni '70 e oggi scomparso, foto archivio della Soprintendenza Archeologica.

 

Foto 21: Tomba paleocristiana presente nell'ambiente di foto 17. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 22: Tombe presenti nell'ambiente di foto 17. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 23: Mausoleo in laterizio, sulla facciata le caratteristiche lesene.

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 24: Vasche di raccolta delle acque nella zona terminale del complesso della necropoli. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 25: Lucerna con disco figurato - II secolo d.C. - Forma 20 della tipologia Dressel - Lambogia. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 26: Lucerna a becco tondo - II secolo d.C. - Forma 19 della tipologia Dressel - Lambogia. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 27: Base di un vasetto. Vernice italica con marchio. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 28: Bassorilievo vista frontale; probabilmente si tratta dei resti di un coperchio di sarcofago. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 29: Particolare della foto 28, vista laterale. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 30: Lapide funeraria in marmo inserito nella muratura degli ambienti terminali del complesso sepolcrale. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 31: Meridiana in marmo. 

Adinolfi Aldo, settembre 1981

 

Foto 32: Voltina dipinta a decori. 

Adinolfi Aldo, ottobre 1987

 

Foto 33: Decorazione parietale, cornice dipinta con, al centro, figura di donna. 

Adinolfi Aldo, ottobre 1987

 

Foto 34: Decorazione lungo la parete esterna dell'ambiente soprastante l'ipogeo con la volta a cono. 

Adinolfi Aldo, ottobre 1987

 

(1) apud Kirchmannum de funeribus lib. Cap 71 et cap. 22 vide etiam Faechium antiquit Homaric lib. 2 cap. 25

(2) de ling. Lat. Lib. 8

 (3) idem ibid. lib. 4

 (4) Frontinus apud Kirch. Loc. Cap. 24

(5) ad tab. 34 ot 37

(6) apud Kirch. Loc. cit. lib. 5 cap. 14