|
Molo
M. N. Pozzuoli, ottobre 1982
Antonio Parrino - Nuova Guida de’ Forastieri. Napoli, 1750
Dalla parte verso Baja appare il famoso Ponte di
Caligula; ma opera più tosto de Greci, e fatta per porto, scorgendosi gli
anelli per attacarvisi le navi, che a ponte non sarebbero stati necessarj,
onde per porto si fece, benche poi volesse Caligola, emulando Serse, farlo
Ponte congiungendolo con Baja, ove altri piloni si vedono, nel mezzo però
per l’altezza del fondo non potendo fabbricare, l’unì con alcune navi
incatenate e sostenute dall’ancore, e fattovi il pavimento di tavole,
terra, e felci, con gli argini a guisa della via Appia; vi cavalcò per la
detta strada artificiosa lunga tre miglia, e seicento passi il primo
giorno a cavallo coronato, di quercia, vestito a trofeo, il secondo in una
carretta a due ruote da quadrigario, conducende seco dario ostaggio de’
Parti, e la cavalleria romana, come narra Svetonio nella sua vita; fu
già detto porto con somma architettura frabbricato con 25 piloni de’
quali 13 sono rimasti,d’opera laterica, e pietre quadre, con grande
artificio con le volte degli archi ora tutte rovinate; furono fabricati i
detti piloni con la terra detta Pozzolana, o Giara, che unita con la calce
fa una mirabile lega, come attesta Vitrurio, della quale si sono serviti
molti per grandi edificj, portandola fino a Costantinopoli, e non ha molto
i Francesi, essendovi la pace, ne caricarono navi. Detto porto essendo dal
mare danneggiato, lo risarcì Antonino Pio, come si cava da un marmo, che
fu ritrovato nel fondo del mare, ed ora fabricato all’entrata della
porta della città.
Paolo Antonio Paoli - "Avanzi delle antichità
esistenti a Pozzuoli Cuma e Baja". Napoli, 1768.
Delle spiegazioni fogl. 16
TAVOLA DECIMATERZA. Molo di Pozzuolo detto
volgarmente il ponte di Caligola; l’origine del qual nome si ha per
avventura da un nuovo e non più udito spettacolo:e fu quando Caligola, al
dir di Svetonio unì la distanza, che passa fra Baja ed il molo di
Pozzuolo con un ponte di tre miglia e secento passi in circa, tirato
sopra navi di carico raccolte da tutte le parti, e formate a due ordini
sopra le ancore. Con l’occasione allora di tal ponte, fatto per un non
durevole passaggio, e congiunto col molo, restò appropriato al molo
stesso il nome di ponte, e dura fino à giorni nostri. Dione più cose
racconta di questa pazza impresa di Caligola; ed asserisce, che il ponte
non a baja fu prolungato, ma fino a Bacoli: nel che si accorda con lui l’Autore
delle Olimpiade. Essendo però Bacoli immediatamente attaccato a Baja,
passo volentieri sulle parole di questi scrittori in apparenza
contraddicenti. Non ci sarà però chi si sottoscriva a Gioseffo il quale affermò, essere arrivato quel ponte per una sterminata distanza
fino a Miseno. Quella poi, quella poi che realmente passa fra’l molo e Bacoli, si farà palese dalla tavola topografica.
Ma per tornare al mio argomento, non trovo negli Antichi alcuna
testimonianza né circa l’autore né circa il tempo preciso di una
fabbrica così grande. La crederei nulladimeno di tale antichità, che
avesse di molto preceduto il dominio de’ Romani in queste parti.
Tralascio, che del Molo di Pozzuolo, come di cosa rinomata bensì, ma non
già nuova, parlano Sventonio, Seneca e Strabbone: lo che solo
sembra bastante a distruggere l’opinione di chi lo volle del secolo di
Augusto, ed anche de’ posteriori: e, credo potere stabilire per cosa
certa, che dando il molo la sicurezza alle navi, sarà esso tanto antico,
quanto è il porto di Pozzuolo. Questo poi come celebre ne’ remoti
secoli lo riguardarono comunemente gli scrittori, e come esistente
determinatamente allorchè bolliva la seconda guerra Cartaginese, e l’anno
ancore di Roma 576 lo suppone Tito Livio. Chi può dunque dubitare
che i Cumani fissando questa Città per loro emporio e formandovi un
porto, non fabbricassero il molo? La sua architettura mostrar ancora il
giudizio de’ suoi artefici: mentre avendo situato i pilastri l’uno
discostante dall’altro a foggia di ponte, lasciarono luogo al flusso e
riflusso del mare: per la qual cosa fu provveduto alla tranquilla
sicurezza delle navi, e fu impedito, che pel quotidiano accrescimento dell’arena
e del fango il porto non si riempisse. Quest’opera malmenata dall’impeto
del mare fu ristorata da Antonino Pio Imperatore, come ne fa fede un’antica
iscrizione.
TAVOLA DECIMAQUARTA. Pianta del molo, o sia Ponte
di Caligola. Son diverse le opinioni circa il numero, che anticamente
erano questi pilastri. Altri ne noverano vanti altri venticinque. Tredici A A al presente ne sono fuor dell’acqua: di altri se ne
veggono sotto la medesima i vestigj BB, i rimanenti mancano e forse
venivano appresso, ed il mare li ha rovinati. Sono posti quasi in linea,
sebbene per esser fuor dell’acqua consumati comparisca che curvino. L’ultimo
sarà stato destinato per avventura a sostenere il faro, di cui fa
menzione Plinio. Sopra i detti massi all’uscire dall’acqua
passavano gli archi, de’ quali tuttor si vedono in C. i contrassegni.
Della struttura loro altrove.
Lorenzo Palatino - Storia di Pozzuoli e contorni. Napoli, 1826.
Iscrizione del ponte detto di Caligola
In entrare nella strada della città sulla collina, che
conduce alla cattedrale di Pozzuoli, evvi nel muro del parlamento
fabbricata la seguente iscrizione, incisa in un marmo trovato nel fondo
del mare nel 1577. Era questo attaccato in uno de’ piloni del ponte di
Caligola, donde staccatosi vi resto il voto.
IMP. CAESAR DIVI HADRIANI F.
DIVI TRAIANI PARTHICI NEOPOS
DIVI NERVAE PRONEPOS P. AELIUS
HADRIANUS ANTONINUS AUG.
PIUS PONT MAX. TRIB PON.II
COS. II DESIG. III P.P.CPUS
PILARUMVI MARIS CONLAPSUM
A DIVO PATRE SUO PROMISSUM
RESTITUIT
Archivio storico del Comune di Pozzuoli (dalla cartella
n° 2 del fascicolo Armstrong)
Lavori del porto, dal verbale di consegna dei lavori.
"Lavori di restauro e sistemazione del porto"
IMPRESA- Società Napoletana d’Ingegneri Costruttori,
rappresentata dall’ing. Cav. Tommaso D’Angelo
CONTRATTO - In data 12 novembre 1887
IMPORTO- £ 520.000.000 (nella cartella è contenuta una tavola di
rilievo relativa all’esistente)
Charles Dubois - Pouzzoles Antique ( Histoire et
Topographie). Paris. 1907-
La jetèe ou opus pilarum.
 |
|
Figura 15 |
La jetèe, qui protègeait le port contre les vents du
sud, en le principal ouvrage; les fondations en subsistent, recouvertes
par une jetèe en cours de construction. Quand j’ai entrepris mon ètude,
le quinzième pilier seul ètait encore visible ( fig.15); mais i’ai
consultè, à l’Office du Gènie civil de Naples, des plans de la jetèe
antique, dressès par les ingènieurs avant le commencement de leurs
travaux. Complètès per la relation de G. di Fazio, ils
serviront de base à notre descripton. Une vue du mô
le, tel qu’il subsistait au XVIIIe siècle, figure dans le
recueil du P. Paoli . Je donne aussi la
photographia d’un tableau qu’on m’a communiquè à Pozzoles, et qui
offre une vue de la jetèe antique vers l’annèe 1875 .
Cette jetèe se composait d’une sèrie de quinze piliers, dond deux (le
septième) ètaient, dès le XVIIIe siècle, entièrement
ruinès et submergès. La direction ètait ouest-est. Entre le dixième et
le onzième pilier, la jietèe dècrivait une courbe légère, presque
insensible.la longueur totale de l’ouvrage ètait de 372 mètres (fig.
16,19).
 |
|
Figura 16 |
 |
|
Figura 19 |
Les piliers ètaient rectangulaires; leur èpaisseur actuelle varie entre
5 mètres (cinquième pilier) et seize mètres (dixième pilier), dans le
sens de l’axe de la jetèe. Le dixième pilier avait conservè, jusqu’à
ces dernières annèes, les amorces de ses deux arches, et le onzième la
naissance de l’arcade par laquelle il ètait rèuni au prècèdent; on
obtient de la sorte, entre les deux liliers, un intervalle de dix mètres,
d’après le neuvième jusqu’au douzième pilier, restituer cette
èpaisseur de 16 mètres et cet intervalle de 10 mètres. On doit ensuite
inègaliser un peu les distances pour arriver à une reconstruction
possible; il faut supposer que la treizième et la quatorzième piles
atteignaiment environ 18 mètres et que les cordes des arcs ètaient entre
elles plus longues d’environ 1 mètre. Au contraire, la corde de l’arc
entre la troisième et la quatrième pile ne dèpasse pas 7m50, et c’est
la distance qu’il faut rètablir entre les piliers, du troisième au
septième, ceuxci conservant une èpaisseur de 16 mètres. Entre les trois
premiers piliers, la corde des arcs avait une longuer d’une dizaine de
mètres.
L’èpaisseur des piliers, dans le sens perpendiculaire à l’axe de la
jetée, variait, d’après les mesures prises, entre 9 mètres dixième
pilier et 15 mètres (huitième pilier). La jitèe avait donc au moins
cette largeur de 15 mètres; mais ètant donnè la corrosion des
matèriaux, il faut la supposer un peu plus large. Comme l’épaisseur
des piles, dans le sens de la longeur, ètait de 16 mètres, il est
probable que chaque pilier constituait une masse carrèe, mesurant 16
mètres sur chaque cotè.
La jetèe de Pouzzoles peut etre considèrèe comme le type de ces jetèes
discontinues, construites par les Romains d’après un système assez
opposè à celui des modernes, et ayant pour abjet principal d’empecher
les ports de se combler, en maintenant la circulation des courants et des
sables à travers les ouvertures des arches. A vrai dire, là n’ètait
pas le danger dans le golfe de Pouzzoles; néanmoins les Romains
élevèrent la jetèe suivant leur pratique ordinaire qui donnait au mole
plus de soliditè. Une jetèe pleine, en effet, est plus facilement
èbranlèe par une tempete violente qu’une jetèe discontinue, laquelle
brise et divise la vague, et, dètruisant efficacement le ressac tout en
laissant passer les courants, assure un calme très suffisant ser
obliquement les arches au vent dominant; celles-ci, ètant
perpendiculaires à l’axe de la jetèe, sont de biais par rapport au
vent du sud; les vagues ne s’y introduisaient donc pas directement, mais
se brisaient à la fois contre la maraille extèrieure des piles et contre
les parois intèrieures des arches. Dans le mole d’Atium, les arches
ètaient disposèes de meme. A Antium, et à Terracine, la
jetèe, du cotè de la haute mer, ètait surmontèe
d’un mur; nous ne savons pas s’il en ètait ainsi à
Pouzzoles. G. di fazio se de mande ègalement si, devant chaque arche, les
Pomains n’auraient pas fixè une claire-voie en planches, afin de mieux
briser les vagues; c’est possible, mais on comprend qu’
aucune trace d’un pareil ouvrage n’ait pu subsister. Quels que fussent
les ouvrages accessoires du môle, le port ètait excellent; Strabon en
vante la grandeur et la bontè: les plus grands vaisseaux, ècrit-il y
ètaient absolument en sûretè.
La jetèe ètait rattachèe au rivage par une construction en pierres de
tuf, qui subsistait à l’èpoque de G. di Fazio; c’ètait
la pile de la première demi-arche. Chaque pilier portait latèralement
des pierres massives et parallèlipèdiques, horizontalement fixèes l’une
vers la rade, l’autre vers le large; le quinzième en avait encore six,
deux sur chaque face latèrale, les deux autres en tête de la jetèe; ces
pierres ètaient longues d’environ 1m 55; par suite des affaisements du
sol, elles ètaient, quand G. di Fazio les observa, à peu près à 1m 80
au-dessous di niveau de la mer. Leur extrèmitè ètait
percèe d’un trou de 0 m. 40 de diamétre, par lequel on passait les
cordes amarrant les navires2. La maconnerie ètait du béton,
coulé à même dans l’eau, à l’intérieur de grands caissons,
suivant la mèthode prescrite par Vitruve, la moins couteuse,
puisqu’on avait sur les lieux la matiére premiére, la pouzzolane,
indispensable pour ce genre de construction. C’est un point ssur lequel
Strabon insiste avec raison. Quand je suis arrivé à
Pouzzoles, il n’était plus possible d’examiner les fondations de la
jetée; d’aprés G. di Fazio, elles étaient bâties, jusqu’à fleur d’eau,
en béton de pouzzolane; mais, par suite de l’affaissement
du sol, les parties construites à la main, qui primitivement ètaient
hors de l’eau, s’abaissaient à une profondeur de plus de 1 m. 50
au-dessous du niveau de la mer6. Elles présentaient les traces
de nombreuses restaurations. Les travaux modernes, il y a quelques années,
étaient poussés jusqu’à la treizième pile, déjà partiellement
rasée; grâce à cette destruction même, j’ai pu étudier, sur une
certaine longueur, la composition de la maçonnerie à l’intérieur du
pilier: c’étaient soit des briques perdues dans une masse de bèton,
dans la compositions duquel entraient de petites pierres de tuf de 0 m. 05
à 0 m. 08, soit seulement un mélange de tuf et de béton. Les pierres de
tuf étaient tantôt en tuf jaune de Pausilippe, tantôt en tuf de couleur
noirâtre. Quelquefois d’épaisses couches de bétonnage étaient
sèparès par une rangée mince de larges briques plates. Dans le
quinzième pilier, la face intérieure était en pierres de tuf, les
autres en briques ou en bétonnage. Ces irrégularités tenaient en partie
à des restaurations; mais la maçonnerie se composait, le plus souvent,
de couches successives et superposées: 1° de bétonnage; 2° de briques
et de pierres de tuf perdues dans le bètonnage.
On observait, et j’ai encore vu dans la quinzième pile, des trous de 0
m. 20 environ de diamètre, traversant la maçonnerie, à des distances
régulières de 1 mètre, dans le sens de la longueur, de la largeur, de
la hauteur. Des trous semblables existaient dans le môle d’Antium.
Ils contenaient des poutres qui consolidaient, en les rejoignant, les
parements des murailles. C’était une pratique constante chez les
Romains, et formellement par Vitruve, que de laisser à l’intérieur
des murs une armature de ce genre. En certains endroits, les poutres
étaient remplacées par des tiges de fer, comme des restes oxydés ont
permis de la constanter.
CONSTRUCTION ET RESTAURATIONS.- L’époque de
la construction de la jetée ne nous est pas connue; on pourrait
vraisemblablement proposer le second siècle avant J. - C.
Le port devait être dèjà fort bien aménagé quand lucilius appelait
Pouzzoles: Delos minor; mais c’est au siècle suivant qu’un écrivain
parle pour la première de la jetée; Appien nous apprende que sur la
jetée de Pouzzoles eut lieu l’entrevue des triumvirs et de Sex. Pompée,
qui aboutit à la paix de l’annèe 39. M. Beloch rapporte
une épigramme de l’Anthologie grecque à des travaux de restauration et
de prolongation du môle qui auraient été accomplis sous Auguste.
Cette épigramme qui est certainement une pièce d’actualité, a trait,
à mon avis, non à la jetée de Pouzzoles, mais à la création du Portus
Julius. Voici le texte. La mer s’adresse à Pouzzoles et lui demande:
" Dis-moi, Dicearchia. Quel est ce môle immense jeté dans les flots?
" Les mains des Cyclopes ont édifié ces murailles.
" Jusqu’ou, ô Terre, limiteras.tu mon empire?
" Je reçois la flotte du peuple maître du monde. Contemple Rome qui
est.
" Près d’ici, et dis si je n’ai pas un port digne d’elle".
Dans une autre épigramme sont célébrées les mêmes
construction maritimes:
" Le Barbare, dans sson audace insensées, a uni
les rives de l’Hellespont,
" Mais ces travaux si considèrables, le temps les a tous détruits.
" Dicaearchia, elle a fait terre ce qui était mer,
" Et transformant le gouffre, lui a donnè la figure d’un continent;
"Elle a enracinè une muraille gigantesque, soubassement profond,
" Et de ses mains cyclopèennes en a recouvert l’onde.
" La navigation n’est pas empèchèe; mais tout en ètant parcoru
par les marins
" L’èlèment instable consent à rester immobile pour les piètons1
La seconde épigramme pourrait se rapporter à la
jetée de Pouzzoles, mais non la première où le poète decrit un port
militaire:"Je reçois, fait-il dire à Pouzzoles, la flotte du peuple
maître du monde:
me paraît signifier: armée navale, flotte de guerre. L’écrivain dit
avec concision: l’armée navale du monde pour: l’armée navale des
Romains, maitres du monde. Or Pouzzoles ne fut jamais port de guerre. Je
crois qu’il s’agit ici du Portus Julius créé par Agrippa. Les
épigrammes font allusion, semble-t-il, à des travaux nouveaux;
la mer, surprise et étonnée, souffre impatiemment les limites nouvelles
apportées à son empire. Il n’en serait pas ainsi, s’il s’agissait
simplement d’une restauration de la jetée de Pouzzoles qui existait
depuis longtemps déja.
Les travaux consistèrent à creuser deux canaux aux deux extrémités de
la digue qui séparait le Lucrin de la mer. Devant le chenal de l’est,
on construisit une jetèe qui s’avancait au loin dans les flots, et dont
quelques piliers subsistent encore sous l’eau, à la Punta del Caruso;
on restaura enfin l’ancienne via Herculanea par laquelle on allait à
Bauli et Baia le long du rivage; à l’èpoque de Ciceron, le mauvais
ètat de cette route le trajet difficile. Tel est l’ensemble de travaux
cèlèbrè par les èpigrammes. Le "mole jetè au milieu des flots"
peut ètre soit la jetèe du Portus Julius, soit la via Herculanea. La
route ouverte aux piètons passait au-dessus des canaux qui faisaient
communiquer les lacs avec la mer; c’est ce que signifient les mots:
"La navigation n’est pas empechèe et, tout en ètant parcouru par
les marins, l’èlèment instable reste immobile pour les piètons".
Le Portus Julius n’est pas situè sur le territoire de Pouzzoles, mais
les maisons et les villas de Pouzzoles se prolongeaient sans
discontinuitè jusqu’au Lucrin. Aussi pouvaiton lui attribuer l’honneur
de la crèation du Portus Julius, et dire qu’elle abritait la flotte de
guerre du peuple romain.
Sous Hadrien, la jetèe fut endommagèe par une violente tempete, et l’empereur
promit aux Pouzzolans de la Rèparer. Il morut avant d’avoir rèalisè
sa promesse; mais ce qu’il n’avait pas eu le temps de faire, Antonin l’accomplit
en l’annèe 139. Nous lisons sur une inscription:
Imp. Caesar divi Hadriani fil. Traiani Parthici ne pos divi pronepos T.
Aelius Hadrianus Antonius Aug. Pius pont. Max. triB pot.ii. desig.iii.p.p.
opus pilarum vi maris conlapsum a divo patre suo promissum restituit1.
Cette inscription ètait fixèe au quatrième pilier2. Comme la
rèdaction le prouve, c’etait l’inscription officielle du gouvernement
impèrial. La municipalitè de Pouzzoles en avait, de son cotè, fait
graver une pour tèmoigner sa reconnaissance à Antonin:
Imp. C]aesari divi [Hadriani filio divi Traiani Part]hici nepoti divi [Nervae
pron. T. Ael. Hadriano Ant]onino Aug. Pio [pont. Max. trib. Pot. Ii. Cos.
Ii. P.p. c]olonia Flavia [quod s]uper cetera ben[eficia a divo patre
promissum op]us pilarum vi[maris conlapsum splendore anti]quo et munition[e
adiecta restituit3.
Amedeo Maiuri - I Campi Flegrei (dal sepolcro di
Virgilio all’antro di Cuma). Roma. MCMLXIII-
Il Porto e le Opere Portuali
Puteoli attingeva ogni sua ragione di vita e di
ricchezza dai traffici marittimi; dovè perciò rivolgere alla costruzione
del porto e alle opere portuali accessorie ogni maggior cura.
L’abbassamento del suolo e l’innalzamento delle acque, la lenta
graduale trasformazione subita dalla linea del litorale a traverso i
secoli, ha fatto sparire ogni traccia delle costruzioni portuali più
antiche della città greca e sannitica; quel che restava ancora trenta e
più anni or sono della poderosa gettata del porto romano (opus pilarum),
ancora in parte emergente sulle acque del golfo, è andato anch’esso
distrutto o inglobato nella massicciata del molo moderno. Così, dato il
diverso sistema modero di costruzione dei moli chiusi in luogo dei moli ad
archi e pilastri, è scomparso quello che era uno degli esempi più tipici
e più grandiosi dell’ingegneria portuale dei romani. Ma non ostante la
sua spartizione, l’opus pilarum di Puteoli, raffigurato in stampe ed
incisioni, fatto oggetto di studi e di rilievi, descritto e magnificato da
poeti e da scrittori antichi, resta, uno dei punti essenziali della
topografia della città ed uno dei monumenti fondamentali nella evoluzione
dell’ingegneria portuale dell’antichità ad oggi (fig. 15).
L’antica gettata che doveva difendere il bacino del porto dai venti e
dal mare di scirocco, aveva lo stesso allineamento del molo attuale; si
componeva di quindici giganteschi pilastri (pilae) costruiti in opera a
getto cementata con l’ottima pozzolana delle colline di Baia, non
egualmente distanziati l’uno dall’altro e collegati da arcate; la
larghezza del molo era di 15-16 metri e la lunghezza complessiva di m.
372; all’estremità erano l’arco trionfale, due colonne con simulacri
di divinità e forse il faro, quali sono schematicamente raffigurati nel
vaso di Odemira.
Questa costruzione è da assegnare all’età augustea e ad essa si
riferiscono due epigrammi dell’Antologia greca, uno dei quali è
attribuito al poeta Antifilo che visse sotto il regno di Augusto;
danneggiata da una violenta mareggiata sotto Adriano, potè essere
riparata, dopo la morte di Adriano, da Antonino Pio nell’anno 139, come
l’iscrizione ricuperata nelle stesse acque del porto, ricorda: C.I.L.X.,
1640, opus pilarum vi maris conlapsum a divo patre suo promissum restituit.
Altri bacini portuali esistevano ai piedi della collina del Castello, e si
scorgono ancora, con mare calmo, gli avanzi sommersi di una doppia fila di
piloni, di pianta quadrata a trapezia che, intercalati l’uno all’altro,
dovevano servire a infrangere l’impeto delle onde.
Le sistemazione di tutto il quartiere portuale era infine completata dalla
grande banchina litoranea (ripa), la quale, lentamente sommersa dal
graduale moto bradisismico, ha finito per essere colmata e sopraelevata
con gli ultimi lavori di bonifica della bassa Pozzuoli. Di lavori di
difesa della ripa puteolana si ha testimonianza in iscrizioni del IV
secolo dell’Impero, ma a nulla valsero le forze dell’uomo contro il
lento movimento discendente della crosta terrestre. Nella contrada La
starza, lungo la Via Vecchia, si scorge ancora a 25-30 metri dal litorale,
in fondo alle acque, una lunga serie di basi di colonne che si estendono
per più di cento metri. Sono gli avanzi dei portici che si allineavano
lungo la ripa e facevano di Puteoli una città marittima singolarmente
ricca e fastosa; uno di questi portici, sappiamo da Cicerone, era dedicato
a Nettuno (porticus Neptuni); un altro, se nell’ambiente della cena di
Trimalchione è, come par certo, da riconoscere Pozzuoli, era dedicato ad
Ercole (Porticus Herculis).
Enciclopedia dell’arte Antica Classica e Orientale.
Roma, 1965. Amedeo Maiuri.
Volume VI.
Del quartiere portuale rimane la linea del molo che,
fino a qualche decennio fa, conservava ancora i pilastri intervallati
così come appare in una stampa del secolo XVIII. Del tutto sommersa è
invece la ripa puteolana che allungava i suoi bracci a destra e a sinistra
del macellum e che essendo come appare dal vaso di Odemira, porticata,
prendeva il nome nei tratti più frequentati dell’emporion di Porticus
Neptuni (Cic., Acad. Pr., II, 25,80); ma la ripa, allungandosi verso il
litorale di ponente, fin verso Punta Caruso, accoglieva la lunga fila
degli horrea, dei magazzini di deposito del porto, e se ne scorge ancora l’allineamento
in qualche veduta aerea sotto il velo dell’acqua a sei - sette metri di
profondità.
Sommella Paolo- "Forma e urbanistica di
Pozzuoli Romana" in "Puteoli, Studi di storia
antica" vol. II. Pozzuoli, 1978.
Molo
Oggi non è più visibile perché inglobato nelle
moderne strutture portuali. Originariamente su arcuazioni poggianti su
quindici piloni rettangolari, doveva essere inserito in un sistema
articolato di difesa del bacino (Strab. V4.6); del molo ricordato in
testimonianze epigrafiche e documentato sui vasi vitrei, restano notizie
nella bibliografia erudita e in numerose raffigurazioni planimetriche a
partire dal tardo XVI secolo (fig.165).(2)
Parte della
struttura era ancora in vista nei primi anni del 900.
 |
Figura 165: Disegni di Pier Leone Ghezzi (1736); vi si
sottolinea l'accuratezza nella riproduzione dei particolari della
tecnica a blocchetti tufacei anche nelle ghiere di prima fase, in
contrasto con le riprese in laterizio del restauro antoniano |
Datazione: è stata proposta anche recentemente
l’età augustea; un successivo intervento sull’opus pilarum è datato
all’età di Antonino Pio ( Cil. X 1640-41).
Bibliografia: Beloch, 131 ss.; Dubois, 254 ( con
pianta e Profilo); v. ora Castagnoli, 64 s (ivi bibl. Per i disegni di
Pier L.Ghezzi, 1736).
Stefano De Caro, A. Greco - Campania, Guide
archeologiche Laterza. Bari, 1981
Il Porto
Centro economico della città era il porto, l’antico
approdo cumano che, a partire dall’inizio del II sec. a. C., era
diventato l’emporio di Roma e il più importante centro di traffici del
Mediterraneo occidentale; qui convergevano da ogni parte le spezie, gli
schiavi, il vino, le ceramiche, gli oggetti preziosi destinati al mercato
romano, e soprattutto il grano per l’annona di Roma, portato ogni anno
dalla flotta alessandrina (classis Alexandrina).
Dell’antico molo romano oggi nulla resta, dopo la distruzione totale
dei ruderi superstiti operata con la costruzione del molo moderno al di
sopra di quello antico. Solo le incisioni sette ottocentesche, e i rilievi
che se ne erano fatti prima della distruzione, ci conservano oggi il
ricordo dell’aspetto di quello che era uno dei porti più famosi dell’antichità,
descritto da poeti e scrittori antichi come una delle maggiori imprese di
ingegneria. Il molo, sulla stessa linea di quello moderno, era formato da
quindici poderosi pilastri (pilae) in opera cementizia sorreggenti le
arcate, sulle quali era gettata una piattaforma lunga m. 372 e larga tra i
15 e i 16 metri; all’estremità di esso si levava un arco trionfale,
decorato da statue di ippocampi, due colonne con statue di divinità,
probabilmente di Nettuno e dei Dioscuri, e forse un faro.
La costruzione, che in questa forma maestosa risale a età augustea, fu
danneggiata da una tempesta al tempo di Adriano, e la promessa di
restaurarla, fatta dall’imperatore, fu adempiuta dal suo successore
Antonino Pio nel139, come ricorda un’iscrizione trovata nelle stesse
acque del porto: opus pilarum vi maris conlapsum a divo patre suo
promissum restituit ("resturò, secondo la promessa del divo suo
padre, i piloni distrutti dalla violenza del mare"). Completava sulla
costa l’impianto portuale la banchina, la ripa puteolana più
volte ricordata da iscrizioni, commemorati i restauri con cui vanamente si
tentò di rialzarne il livello per contrastare l’inesorabile sommergersi
delle strutture per effetto del bradisismo. Oggi della ripa, uno
dei panorami marini più celebrati dell’antichità, propagandato anche
dalle note fiasche di vetro, si possono solo intravedere dalla superficie
del mare i ruderi sommersi sul fondo lungo la via vecchia, in contrada
Starza.
Anna Maria Bisi Ingrassia. Napoli e dintorni -
itinerari archeologici. Roma, 1981.
Dal Serapeo, imboccando la via Roma che costeggia il
lungomare, si è subito al porto, limitato a sud da un molo moderno che
incorpora i resti di quello romano. Era quest’ultimo uno dei più
grandiosi esempi di ingegneria portuale dell’età augustea, magnificato
da poeti e scrittori antichi e ancora in parte conservato da stampa del
XVIII secolo e da quei curiosi documenti antichi, preziosi per la
topografia di tutto il litorale flegreo fino a Miseno, che sono i vasi di
vetro tardo-romani di Odemira in Portogallo, da Praga e da Populonia
(impropriamente detto vaso di Piombino). Attraverso tutte queste
testimonianze indirette si può ricostruire idealmente l’opus pilarum
puteolano, lungo ben 372 metri, gettato su 15 pilastri rettangolari (pilae
appunto), uniti da archi di circa 10 metri; all’estremità del molo
sorgeva un arco onorario eretto dalla città nel 139 d.C. all’imperatore
Antonino Pio che aveva riparato l’opera portuale gravemente danneggiata
da una mareggiata al tempo del predecessore Adriano.
AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico.
A cura del Progetto Eubea. Marsilio
Editore, Napoli 1990.
Le fiaschette vitree puteolane
Documenti particolarmente interessanti per la
ricostruzione dell’antica topografia di Pozzuoli sono alcune fiaschette
vitree, di piccole dimensioni, rinvenute in diverse zone dell’impero
romano: datati tra la fine del III sec. e il IV sec. d. C., questi
vasetti, di produzione artigianale puteolana e di uso incerto
(probabilmente souvenirs per i viaggiatori), sono incisi con
rappresentazioni dell'antico sinus Puteolanus (in particolare Puteoli
e Baia). Di questa serie di vasetti solo tre sono dedicati esclusivamente
a Puteoli: quelli cosiddetti di Odemira, Praga e Pilkington, dal
luogo dove furono ritrovati o sono oggi conservati.
| Fiaschetta vitrea della serie Puteoli, di provenienza
incerta. Praga, Museo Nazionale. Riproduzione grafica della
decorazione. |
| Fiaschetta vitrea della serie Puteoli, da Odemira
(Portogallo). Riproduzione grafica della decorazione. Il vaso, già
custodito presso l’Accademia delle Belle Arti di Lisbona, fu
trafugato alla fine del XIX sec. |
Le illustrazioni, che si snodano intorno al corpo del
vaso, risultano composte secondo il punto di vista di chi giungeva in città
dal mare: gli edifici, privi di prospettiva, si articolano su tre livelli,
ad indicare i terrazzamenti digradanti verso il mare su cui sorgeva la
città stessa.
Il campo visivo è dominato, al centro, dalla imponente mole di un tempio
con tetto a spioventi, che, con la colossale statua posta al suo interno,
è stato identificato ora con un tempio destinato al culto imperiale, ora
con il tempio di Serapide. La sua posizione di rilievo induce a credere
che il tempio in questione rimandi a quello cosiddetto <<di
Augusto>>, sull’acropoli dell’antica Pozzuoli (oggi Rione
Terra): in primo piano giungendo a Puteoli dal mare, esso è,
infatti, iconograficamente riportato in posizione centrale a ribadire la
condizione di spicco del monumento più alto della città. All’estrema
destra del tempio, il porto è rappresentato dal caratteristico molo su
arcate con le due colonne onorarie (che racchiudono l'iscrizione PILAE/PILAS)
e gli archi trionfali con quadrighe trainate da tritoni e ippocampi.
Nell’area adiacente, a sinistra il Vaso di Odemira ribadisce la presenza
delle strutture portuali con la scritta RIPA, mentre le fiaschette
di Praga e di Pilkington includono nello stesso campo il centro
commerciale di Puteoli: l’emporium, riconoscibile dalle
iscrizioni INPURIU (Vasetto di Praga) e INPU (Vasetto di
Pilkington), è infatti collocato a livello del mare, nei pressi dello
scalo portuale, in relazione al SACOMA(RIUM) del Vasetto di Praga,
l’antica pesa pubblica.
Il passaggio dalle strutture proprie della città bassa ai monumenti delle
terrazze superiori è costituito dalla raffigurazione del Teatro:
realizzato come un semicerchio sorretto da muri e arcate, l’edificio è
posizionato in quota, alle spalle dell’emporio, non lontano dalla zona
del Foro.
Quest’ultima, infatti, è indicata (ad eccezione del Vaso di Odemira)
dalle iscrizioni STRATA POS(T) FORU(M) - Vasetto di Praga - e FORU(M)
POS(T) FORU(M) - Vasetto di Pilkington - situate sui colonnati del
livello superiore.
L’estrema sinistra dell'intera veduta, infine, è occupata dagli
Anfiteatri e dallo Stadio. Un’immagine circolare con sostegni
simmetricamente organizzati e, al di sopra, una costruzione di forma
ellittica indicano, nei Vasi di Praga e di Pilkington, la posizione
dell’Anfiteatro Maggiore rispetto a quella dello Stadio. Sul Vaso di
Odemira, però, la mancanza di didascalie e la conformazione arrotondata
dell'edificio superiore hanno spesso determinato l'identificazione della
struttura in questione con quella dell'Anfiteatro Minore.
Comune alle tre fiaschette vitree è l’iscrizione SOLARIU(M),
inserita nel settore superiore: una meridiana o, meglio, una terrazza con
funzione di solarium sembra l’identificazione più appropriata per una
struttura architettonica che, nel Vaso di Odemira, è posta in relazione
diretta con un complesso termale. Infatti l’indicazione adiacente THERMEAANI,
per quanto di lettura problematica e controversa, può fare riferimento a
qualcuno di quegli edifici termali che, in larga scala, sono attestati
nell’antica Puteoli.
Il molo
Dell'antico molo di Puteoli, una delle
realizzazioni architettoniche più imponenti dell'antichità, oggi non
sussiste più nulla, in quanto le poche strutture ancora visibili
all'inizio del secolo sono state coperte dal molo moderno. E' tuttavia
possibile ricostruirne l'originaria fisionomia sulla base delle
rappresentazioni antiche (fiaschette vitree, disegno Bellori), nonché di
numerosi disegni e incisioni realizzati nel corso dei secoli.
Il porto di Puteoli nel cosiddetto disegno
Bellori. L'incisione, realizzata da P.S. Bartoli per l'Iconographia
di G.P. Bellori (1764), riproduce, molto probabilmente, un dipinto
parietale andato perduto, rinvenuto nel 1668 sull'Esquilino.
L'identificazione della scena raffigurata con la veduta di Puteoli
è ormai indiscussa. Il campo visivo è circoscritto alla zona che gravita
intorno al porto: si riconoscono il molo, i fori olitorio e boario, gli horrea
e altri edifici definiti da iscrizioni. Problematica è invece
l'identificazione dell'isola posta sulla sinistra.
Il pontile, lungo m. 372 e largo m. 15-16, correva su una
serie di arcate poggianti su 15 pilastri rettangolari (pilae)
spessi m. 5-6 ca. Scopo delle arcate era di spezzare l'urto dei marosi e
di facilitare il deflusso dell'acqua dal porto, evitandone
l'insabbiamento. Una leggera curvatura consentiva una maggiore resistenza
alla forza dei venti e delle mareggiate. Alle estremità del molo erano
situati due archi trionfali; il primo, prossimo alla terraferma, era
sormontato da un gruppo di tritoni, mentre sul secondo era raffigurata la
quadriga di Nettuno trainata da ippocampi; tra gli archi si ergevano due
alte colonne onorarie con le statue dei Dioscuri, numi tutelari dei
naviganti.
Il molo, celebrato da vari poeti e scrittori antichi, fu realizzato nella
prima età imperiale. Esso si inseriva in una lunga fascia di
installazioni marittime (la ripa puteolana ) che, dal sistema di
banchine e approdi dell'emporium, proseguiva verso il Portus Iulius.
Un'iscrizione attesta che, in seguito ai danni provocati da una violenta
bufera, l'imperatore Adriano ne ordinò un importante restauro, fatto poi
eseguire nel 139 d.C. dal suo successore Antonino Pio. Un altro restauro
effettuato nel 394 d.C. agli impianti portuali posti in prossimità del macellum,
e ugualmente attestato da epigrafi, dimostra che alla fine del IV sec. il
porto era ancora in piena attività; non molti anni dopo, tuttavia, il
declino delle attività commerciali di Puteoli e l'aggravarsi dei
movimenti bradisismici dovevano determinare il progressivo degrado della
ripa e l'abbandono del molo presto coperto dalle acque.
Dal porto, attraverso il Lungomare Colombo e via Roma, si giunge al Macellum.
BIBLIOGRAFIA
Antonio Parrino - Nuova Guida de’ Forastieri. Napoli, 1750
Paolo Antonio Paoli - " Avanzi delle antichità
esistenti a Pozzuoli Cuma e Baja". Napoli, 1768.
Lorenzo Palatino - Storia di Pozzuoli e contorni. Napoli, 1826.
Archivio storico del Comune di Pozzuoli (dalla cartella
n° 2 del fascicolo Armstrong)
Charles Dubois - Pouzzoles Antique ( Histoire et
Topographie). Paris. 1907-
Enciclopedia dell’arte Antica Classica e Orientale.
Roma, 1965. Amedeo Maiuri.
Sommella Paolo- "Forma e urbanistica di Pozzuoli
Romana" in "Puteoli, Studi di storia
antica" vol. II. Pozzuoli, 1978.
Stefano De Caro, A. Greco - Campania, Guide
archeologiche Laterza. Bari, 1981
Anna Maria Bisi Ingrassia. Napoli e dintorni -
itinerari archeologici. Roma, 1981.
AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico.
A cura del Progetto Eubea. Marsilio
Editore, Napoli 1990
 |
Il porto di Puteoli nel cosiddetto disegno Bellori. L’incisione,
realizzata da P. S. Bartoli per
l’Iconographia di G.P. Bellori (1764), riproduce,
molto probabilmente, un dipinto parietale
andato perduto, rinvenuto nel 1668 sull’Esquilino. L’identificazione
della scena raffigurata
con la veduta di Puteoli è ormai indiscussa. Il
campo visivo è circoscritto alla zona che
gravita intorno al porto: si riconoscono il molo, i fori
olitorio e boario, gli horrea e altri
edifici definiti da iscrizioni. Problematica è invece l’identificazione
dell’isola posta sulla sinistra |
|
Xilografia da P. G. Toleto, Ragionamento
del
terremoto del Monte Nuovo,
Napoli, G. Sulztbach, 1539, p. 8.
|
 |
|
 |
| Mario Cartaro - Ager Puteolanus - Roma 1584 |
Paolo Antonio Paoli - "Avanzi delle antichità
esistenti a Pozzuoli Cuma e Baja". Napoli, 1768.
|
Tavola decimaterza. |
 |
|
Tavola decimaquarta. |
 |
 |
|
Incisione di Hendrik van Cleve, Puteoli, 1550 |
|

|
| Litografia da Cuciniello, Bianchi 1828-33. Disegno di Friedrich
Hörner, litografia di Domenico Cuciniello e Lorenzo
Bianchi. |
 |
|
Foto databile 1885 |
 |
Foto 1: Molo, zona su cui poggia il faro, in evidenza il
sollevamento della struttura che ha riportato in vista l'opus pilarum.
Adinolfi Aldo, maggio 1987 |
| Foto 2: Particolare della foto 1, in primo piano la struttura
antica su cui poggia la struttura moderna del molo.
Adinolfi Aldo, maggio 1987 |
 |
 |
Foto 3: Particolare dell'ingresso al faro, in basso si notare
chiaramente la struttura antica
Adinolfi Aldo, maggio 1987 |
| Foto 4: La struttura antica in evitenza in un'altra frattura
della costruzione moderna.
Adinolfi Aldo, maggio 1987 |
 |
 |
Foto 5: Un'altra frattura del molo, in prossimità della
lanterna, dove è possibile notare la struttura romana.
Adinolfi Aldo, maggio 1987 |
|