Macellum (Tempio di Serapide)

M. N. Pozzuoli, ottobre 1982

Collegamento con Horrea, via Sacchini

Paolo Antonio Paoli - "Avanzi delle antichità esistenti a Pozzuoli Cuma e Baja". Napoli, 1768.

Tavola decimaquinta. Veduta interiore o antrio d’un Tempio all’occidente di Pozzuolo; d’una fabbrica cioè molto riguardevole; la spiegazione della quale a più dotta penna riserbasi.

Tavola decima sesta. Pianta dell’atrio o Tempio all’occidente di Pozzuolo.

Lorenzo Palatino - Storia di Pozzuoli e contorni. Napoli, 1826.

Tempio di Serapide.

Vari sono i pareri su l’ammirabile monumento del Tempio di Serapide. Alcuni l’han creduto essere un Panteon; altri un tempio delle Ninfe; vi è chi sostiene esser dedicato a Bacco; ed altri finalmente lo vogliono per un Serapion a guisa di que’ di Grecia destinati per le superstiziose curagioni dei mali incurabili affidate a Serapide, e ad Esculapio: ma generalmente tutti l’han considerato come tempio ed edificio di sola divozione. Per osservazioni però da me fattevi siami permesso dire, che questo doveva far aprte del foro; similmente che il teatro, il portico, e tutte le altre fabbriche ad esso spettanti,come darassi conto nella seconda parte, come puranche l’interno dell’edificio doveva esser dedicato a più deità. Fu scoperto nel 1750.
Il rispettabile Monsignor Rosini Vescovo di Pozzuoli; Presidente perpetuo della Società Reale Borbonica, Presidente della Reale Accademia Ercolanese, e di Archeologia, e Consultore di Stato, intento sempre al pubblico bene; e fornito come egli e sommamente di lumi, tentò nel 1816 di ritrovare le acque salutari che confuse comparivano nel Tempio. Fatti eseguire diversi scavi dentro ed intorno l’edificio, si ritrovarono diverse acque minerali calde e fredde. Datone rapporto al Governo, fu il Prelato autorizzato a proseguire il lavoro a vantaggio della umanità, e sotto la sua direzione si è costruito e riordinato il bagno.
Ora si trovano abbellite e poste in ordine a dritta e a sinistra dell’edificio dieci antiche camere l’una divisa dall’altra per prendere bagni, e docciatura. Evvi anche la stufa costruita in una grotta, ove sorge grosso volume di acqua termale, che per canale sotterraneo scorre al mare.
Ventuno sono le vasche nelle camere contenute, oltre ad altre sei per gl’indigenti. L’acqua termale che vi s’introduce per mezzo per mezzo di due trombe, è la più salutare fra quelle scoperte. Analizzata da prima dal chimico D. Carlo Dodari, contiene dell’acido carbonico, e solfato di magnesia. Gl’infermi ne ottengono continuamente ottimi risultati. Vi si è costruita ancora una galleria per riposo de’ bagnanti con due camerini. Questi bagni si aprirono per la prima volta ad uso pubblico nella state del 1817. Vi furono destinati degl’inservienti, ed un medico per presedervi. Fu questo il cognito Dottor Cono Carraro, il quale per più anni, allorchè le acque confuse appena apparivano su’l suolo del tempio, ne fece delle pruove con gran vantaggio degl’infermi. Il medesimo per tutto il tempo che vi ha assistito, ne ha fatto i giornali, che si sono pubblicati con le stampe.

Acque minerali termali del distretto di Pozzuoli.

Acqua molto salutare di Subveni Homini. Le acque delle cantarelle, unitamente alle diverse acque minerali termali che sorgono nel tempio di Serapide. Queste acque di Serapide devono giustamente nomirasi acque Carrane; perché il cognito Dottore Don Cono Carrano dopo tanti secoli, che non se ne faceva uso, le ha poste nuovamente in attività, dopo averne fatte moltissime esperienze con gran vantaggio degl’infermi. Acque della Solfatara detta de’ Pisciarelli. Hortodonico. San Giorgio. Di Cicerone. Tripergola; ed altre ancora.

G. De Criscio - Ricerche istoriche della sorgente di acqua termo-minerale del tempio di Serapide di Pozzuoli.
                           Pozzuoli, 1890.

Nell’anno poi di Roma 649, o come credendosi da altri, 650 (104 avanti l’Era volgare) essendo Consoli P. Rutilio, e G. Manlio, per ordine dei diumviri puteolani puteolani N. Nufidio N.F. e M. Pollio, venne ristaurato il predetto Tempio di Serapi in Puteoli con la spesa di 7500 sesterzi(2) contribuiti da C. Bossio Q.F. da Q. Fuficio Q.F. da Cn. Tettejo Q.F. da C. Cranio C.F. e da T. Crassicio, probabilmente cittadini di Pozzuoli.

Encicopledia dell’arte Antica Classica e Orientale. Roma, 1965. - Amedeo Maiuri.

Conservato entro terra a contatto del porto e dell’emporium, e solo in parte sommerso, è il Macellum, noto comunemente come tempio di Serapide, celebrato e famoso non solo perché è il più tipico esempio del mercato d’una città antica, ma perché documenta con i fori che hanno scavato i foraminiferi sul fusto delle colonne durante il lento graduale abbassarsi e rialzarsi del livello delle acque, l’alterna vicenda del fenomeno bradisismico. In fase di emersione fra il 1750 e il 1816, tanto da poter essere parzialmente scavato rilevato e disegnato dall’architetto francese Caristie, trovasi oggi, in fase di immersione, col suo pavimento a oltre 2 m. al di sotto del livello d’acqua. L’edificio a pianta quadrata ( larghezza m.58, lunghezza massima m. 75) con il suo ingresso principale aperto dal lato della banchina del porto, racchiude una corte centrale porticata intorno alla quale è disposta una fila eguale di tabernae sui lati lunghi (aprentesi alternativamente sul cortile centrale e su un corridoio esterno perimetrale, con un piano superiore accessibile da scale), e di ambienti più vasti sul lato di fondo dove, preceduta da un grandioso pròpylon di quattro gigantesche colonne di cipollino si apre una profonda abside a tre nicchie di cui quella centrale più profonda conteneva la statua della divinità o più verosimilmente il simulacro dell’imperatore a cui con gli attributi del Genius Coloniae (così com’è raffigurato nel vaso di Odemira) era dedicato il Macellum. Il centro dell’area porticata è occupato da una costruzione circolare elevata su podio (m. 1,17), accessibile da 4 scalee, con parapetti foggiati a corpo di delfino, contornata da 16 colonne di marmo africano che, a guisa di monòpteron, sostenevano la trabeazione circolare; è la thòlos che con carattere più o meno decorativo, ma non senza pratico uso occupa il centro dei grandi e piccoli macella. Lasciando ai minori ambienti la funzione di vere e proprie tabernae, si può supporre che gli ambienti più profondi ai lati dell’emiciclo fossero destinati, come a Pompei, alla vendita di carni e di pesce, mentre le due spaziose sale alle opposte estremità, bene arieggiate e munite di banchi marmorei forati da canali di scolo e di un vestibolo d’ingresso che ne occultava la vista dall’esterno erano sontuose ed igieniche latrine. Il nucleo dell’edificio sembra ancora di età flavia, ma alcune parti, come la rotonda centrale e l’abside al fondo, dovettero essere rimaneggiate nell’età adrianea o antoniniana; verosimilmente esso dov’è essere sopraelevato al di sopra di un precedente Macellum di forme eguali, anche se meno sontuoso, come sembra attestare di un pavimento al di sotto dell’ultima platea.

Amedeo Mauri - I Campi Flegrei (Dal Sepolcro di Virgilio all’Antro di Cuma). Roma, 1958

Il "Tempio di Serapide" o "Macellum"-

Per il duplice interesse che esso ha, archeologico e geologico, è il monumento più singolare di tutta la regione flegrea, ed uno dei più noti di tutto il mondo antico. Invaso e sommerso dalle acque termominerali che scaturiscono in gran copia dal sottosuolo in prossimità del litorale, esso rappresenta l’indice metrico più prezioso e preciso che abbia per misurata il fenomeno di abbassamento e di sollevamento della croste terrestre (bradisismo), che si manifesta in modo così accentuato ed evidente lungo il litorale del golfo di Pozzuoli. le tre grandi colonne di cipollino grigio che fronteggiano, ancora diritte sulle loro basi, la cella semicircolare al centro della parete di fondo, servono esse stesse di strumento di misurazione, poiché lungo il fusto i fori dei litodomi (molluschi foraminiferi che vivono a pelo d’acqua), indicano chiaramente il livello più alto a cui è giunta l’acqua del mare (5,719, dal fondo).
Non conosciamo quale fosse l’altezza del livello del suolo al tempo della costruzione dell’edificio; comunque si può ritenere che, dopo un primo lungo periodo di graduale abbassamento fra il secolo XIII ed il secolo XVI, nel quale l’acqua del mare raggiunse sul pavimento la notevole altezza di m. 5,719, si ebbe dalla metà del secolo XVI fino al principio del secolo XIX, un fenomeno di lenta emersione, tanto che alla fine di questo periodo il monumento potè essere accuratamente studiato e rilevato. Ma già nel 1803, un rapporto dell’ingegnere La Vega lamentava il ristagno delle acque e l’infezione malarica; nel 182 il Bonucci osserva che il mare agitato impediva lo scolo delle acque minerali; si iniziava cioè di bel nuovo la fase discendente del fenomeno bradisismico che risulta tuttora nel suo pieno sviluppo; nel 1913 il pavimento del Serapèo era alla profondità di m. 1,531 e si calcola che tale profondità aumenti di anno in anno di poco più di due centimetri (m. 2,05 nel 1933). Mentre l’edificio sprofondava lentamente, un rescritto reale dava in concessione al Comune di Pozzuoli le sorgenti termominerali che scaturivano alla periferia dell’edificio, e sorgeva così, negli stessi ambienti antichi del Serapeo, l’impianto di una pubblica terma (a. 1816).
Gli scavi vi ebbero inizio nel 1750 con la scoperta di varie opere d’arte e fra esse di una statua di Serapis, da cui prese il nome il monumento; dal 1809 al 1816 si scavò il lato settentrionale dell’edificio, la cella centrale e gli ambienti laterali, e si misero meglio in luce la rotonda al centro del portico e molti elementi architettonici e decorativi. A questi scavi si deve soprattutto la preziosa raccolta di disegni e di rilievi che l’architetto francese Caristie consacrò, insieme con una sua memoria, al Tempio di Serapide (ms. della Biblioteca di Parigi), e la prima memoria di un archeologo napoletano, del Di Jorio. L’ultima scoperta fu nel 1820 quando venne fatto al Bonucci di mettere in luce, mediante alcuni saggi sul lato di oriente, il muro perimetrale esterno (in mattoni e reticolato) che racchiudeva tutt’intero l’edificio. Ma già dal 1816, con la prima invasione delle acque e la costruzione di bagni popolari, il "Tempio di Serapide" mutandosi sempre più di anno in anno in uno stagno limaccioso e miasmatico, senza possibilità di deflusso al mare, divenne il problema fondamentale igienico e sanitario del quartiere marittimo di Pozzuoli; i mezzi escogitati da commissioni di ingegneri e di tecnici per adeguare i canali di spurgo e di bonifica al movimento bradisismico discendente, risultavano insufficiente.
Scartato il progetto di una ricolmatura e di un interramento dell’area del "Tempio", progetto che avrebbe tolto ogni interesse archeologico e geologico dell’edificio e che l’avrebbe sepolto fino alla sua eventuale riemersione dopo due o tre secoli, si è proceduto in questi ultimi anni, in occasione del necessario lavoro di bonifica della bassa Pozzuoli, che ha rialzato il livello delle banchine e dei caseggiati prospicienti il mare di circa due metri, all’impianto di una pompa che permettesse il periodico svuotamento e prosciugamento delle acque, e consentisse così di poter osservare il monumento all’asciutto o sotto un velo d’acqua non limacciosa e miasmatica. Si è abbattuta inoltre la linea delle case che chiudeva la vista del golfo dal lato del mezzogiorno, e sono state infine demolite le soprastrutture moderne che avevano trasformato la maggior parte degli ambienti antichi in stanze di bagni popolari.
L’edificio denominato impropriamente TEMPIO DI SERAPIDE e ritenuto erroneamente " Tempio o antica " Terma" di acque minerali, così come se ne hanno nella vicina Agnano e più grandiose ed imponenti a Baia, non è che il Macellum o " Mercato" della città. L’assieme, a pianta quadrata, con una serie di piccoli ambienti che si svolgono ai lati di un’area porticata, con più vasti ambienti che si aprono sul lato di prospetto e di fondo, e con una costruzione sopraelevata, circolare, a colonne al centro dell’area, ricorda la pianta e la caratteristica distribuzione di altri antichi mercati di città, di Roma, di Timgad, di Djemila in Africa di Perge, e di Cremna in Asia Minore. Ma distrutti i macella di Roma ( la chiesa di S. Stefano era la rotonda centrale del Macellum Magnum), il Macellum di Pozzuoli resta uno dei più grandiosi e più integri che siano sopravvissuti grazie anche alla singolarità del fenomeno geologico che lo ha preservato. La sua ubicazione presso il mare è pienamente giustificata dal carattere commerciale e marittimo delle città: la presenza inoltre di un simulacro di Serapis nel grande emiciclo al fondo, proveniente forse da una delle tre nicchie, attesta che, come Macellum di Pompei era posto sotto la protezione del culto della famiglia imperiale, così il Macellum di Pozzuoli, della città cioè che era particolarmente legata da vincoli di commercio all’Egitto romano, era consacrato al culto delle divinità egizie.
(Per la descrizione dell’edificio dobbiamo rifarci soprattutto ai disegni del Caristie: la pianta è stata aggiornata e rettificata durante i recenti lavori di bonifica e di prosciugamento).
Il Macellum è racchiuso in un’area quadrilatera che comprende un cortile centrale porticato ed una serie di ambienti disposti lungo i quattro lati (larghezza m. 58, lunghezza massima dal fondo dell’abside m. 75); questo nucleo centrale, disimpegnato all’esterno da un corridoio, era a sua volta racchiuso da un altro perimetro quadrato, contenente anch’esso degli ambienti e del quale non si scorge che qualche tratto di muro sepolto sotto gli orti e le costruzioni circostanti. La costruzione dell’edificio principale, occupato dallo stagno d’acqua, non è tutta della stessa epoca; il nucleo più antico sembra ancora dell’età flavia; alcune parti, come la rotonda al centro e l’emiciclo al fondo, dovettero essere rimaneggiati nell’età degli Antonini o dei Severi: ma nulla può dirsi di preciso circa le vicende più antiche dell’edificio, fino a che non sarà possibile fare qualche esplorazione nel sottosuolo.
La pianta ricorda quella dei fòndachi o dei bazàr dei mercati orientali. Una lunga serie di botteghe, aperte alternativamente o verso il portico interno o verso l’ambulacro esterno, sono disposte lungo i lati lunghi del cortile centrale; altre tabernae più spaziose trovansi dal lato meridionale, dove si apre anche l’ingresso principale fiancheggiato da colonne. Di contro all’ingresso si ha la grande cella absidata, con una nicchia rettangolare al fondo e due minori nicchie ai lati, preceduta sulla linea del portico da quattro grandi ed alte colonne di cipollino (altezza del fusto m. 11,78), delle quali tre ancora in piedi ed una rovesciata sul terreno, e da altre due colonne sull’allineamento del vano d’ingresso; il pavimento in marmi colorati, le chiusure a transenne di marmo che sbarcano i due intercolunni laterali, la presenza infine della statua di Serapis, alla quale dovevano essere associate quelle di Iside-Fortuna, del Genius macelli e dei membri della famiglia imperiale, facevano di questa grandiosa abside, coperta di semicupola, un vero grande santuario sacro al culto delle divinità protettrici delle fortune e dei commerci della città.
Gli ambienti minori ai lati dell’emiciclo al fondo, hanno rilevato, negli ultimi lavori, dei banchi di fabbrica che in analogia a quanto si è osservato nel Macellum di Pompei, possono far pensare ad ambienti destinati alla vendita di carne e di pesce (beccheria e pescheria). Più singolare è la disposizione dei due maggiori ambienti (m. 10,50 x 6,50) posti agli angoli dello stesso lato settentrionale e che poterono essere solo accuratamente disegnati e rilevati dal Caristie: queste due sontuose sale precedute da un vestibolo che ne veniva quasi ad occultare la vista all’interno, decorate di nicchie, rivestite di marmi nel pavimento e nelle pareti, arieggiate da tre finestre, e munite di banchi marmorei forati, di canali di scolo e canali di lavaggio, non erano che due pubbliche latrine installate con il più perfetto sistema di nettezza e di decoro che l’antichità ci abbia lasciato; la credenza che seggi marmorei e canali servissero per bagni caldi a vapore, si deve all'errata ipotesi che i primi illustratori espressero sulla natura termale dell’edificio.
Più monumentale e più grandiosa della rotonda del Macellum di Pompei, è la costruzione circolare che si elevava nel mezzo della platea del Macellum puteolano e che conserva ancora, smembrati ed ammucchiati, buona parte dei suoi elementi architettonici, tanto da renderne possibile un parziale restauro. E’ una piattaforma di m. 1,17 di altezza, di m. 18,23 di diametro, con la struttura in laterizio rivestita di lastre marmoree; quattro scalèe, disposte lungo i quattro assi, fiancheggiate da parapetti forgiati a corpo di delfino, servivano di accesso dalla platea del portico al piano dell’edicola: sedici colonne di marmo africano sostenevano la trabeazione di questa specie di tempietto circolare (monòpteron), che doveva esser chiuso in alto o da un tetto conico o da un tetto a cupola, rivestito probabilmente di lamine di bronzo. Il centro della piattaforma superiore era occupato dal bacino di una fontana; all’esterno del podio si alternavano, fra gli intercolunni e gli assi delle colonne, piedistalli di sostegno di statue onorarie e puteali marmorei.
La sontuosità dell’edificio appare anche dal rivestimento marmoreo del cortile centrale e dal portico composto di 36 colonne di granito e di cipollino (altezza m. 6,11) e che sembra, per particolarità stilistiche, di età anteriore alla costruzione della rotonda circolare e del pronao dell’emiciclo con le quattro grandi colonne di cipollino. Infine le scale, che vennero osservate in due ambienti del lato sud, ed alcuni elementi di fusti di colonne non riferibili per il loro modulo alle costruzioni del pianterreno, attestano la presenza di un loggiato che doveva correre tutt’intorno all’area centrale, e di ambienti di un piano superiore corrispondenti alle tabernae del piano inferiore.

Raffaele Adinolfi - I Campi Flegrei nell’antichita. Pozzuoli, 1978

Il Macellum o "Tempio di Serapide"

L’edificio che piglia impropriamente il nome di "Tempio di Serapide" è certamente il più suggestivo di Pozzuoli; i suoi ruderi, emergenti dalle acque sorgive di cui è ricca la zona, posti a poca distanza dal mare in un punto da cui si gode il magnifico panorama di Baia e Miseno, offrono al visitatore, soprattutto di sera quando il monumento è illuminato, uno spettacolo impareggiabile, di straordinario fascino. Ma l’edificio è noto soprattutto per il singolare fenomeno che in esso è stato studiato: quello del bradisismo. Questo fenomeno, che è uno dei molteplici aspetti della complessità geofisica dei Campi Flegrei, è caratterizzato dal lento abbassamento ed innalzamento del suolo. Le tre grandi colonne, poste davanti all’abside dell’edificio, sono il prezioso strumento di misurazione del fenomeno: esse, infatti, ad una certa altezza del loro fusto, portano evidentissime le tracce di insediamento di un singolare mollusco; il litodomo, che ha la caratteristica di trovare riparo nelle rocce più dure forandole con una secrezione acida. E’ possibile stabilire qual è stato il periodo di massima immersione e calcolare in due centimetri annui l’incremento medio del fenomeno, sia quando esso è in fase positiva che quando è in fase negativa. Nel 1970, come è noto, ci fu un repentino innalzamento del suolo.
Dal punto di vista storico ed archeologico l’edificio ha una grande importanza perché è un prezioso esempio di macellum o mercato della città; di resti simili e così ben conservati ne troviamo l’eguale in ben poche altre località del mondo romano. Il nome di Tempio di Serapide gli venne dato impropriamente per il rinvenimento nella sua area di una piccola statua del dio seduto in trono, con in testa il calathos o modius (cesto, simbolo della fertilità e dell’abbondanza) e tendente la mano verso il cane Cerbero. Questo reperto fece erroneamente credere che l’edificio fosse un tempio dedicato al dio, mentre in realtà alla divinità egiziana, così come ad altre divinità e forse alla famiglia imperiale, era dedicata soltanto una parte dell’edificio, là dove la linea del fondo si incurva a formare un’abside.
L’edificio, quindi, era il mercato della città e la sua posizione vicina al mare, fu certamente una scelta molto felice che dovette avvenire per tempo; i ruderi che(4) ci restano attualmente, però, non ci permettono di rimontare molto più indietro del II secolo d.C., perché il complesso architettonico, data l’importanza commerciale della città e soprattutto a causa del fenomeno sismico dovette essere spesso rimaneggiato. L’edificio, che è a pianta quadrata e misura m. 58 x m. 75, presenta sui quattro lati una lunga successione di piccoli ambienti che erano le botteghe dell’antico mercato, mentre al centro presenta una rotonda su cui sorse probabilmente un elegante tempietto arricchito da una fontana e decorato con statue onorarie poste negli intercolunni. Esso fu studiato con serietà scientifica fin dai primi dell’800 dall’archeologo napoletano De Jorio e dall’architetto francese Caristie il quale, avendolo potuto osservare all’asciutto ne trasse una serie di disegni, utilissimi per la loro precisione. Lo studio più recente sul Macellum è stato pubblicato da Claire de Ruyt nel 1977 (4). Massimo risalto era dato all’aula absidata al centro del lato orientale, posta di fronte all’ingresso così da costituire il fuoco dell’intero complesso. Dietro la grandiosa facciata tetrastila, ornata sul davanti da statue onorarie, l’accesso all’aula era marcato sulla soglia da pilastri rivestiti di cipollino, e da due colonne in cipollino, con gli intercolumni laterali chiusi da transenne marmoree; all’interno la calotta della semicupola, probabilmente decorata da lacunari, rispecchiava l’ornato del pavimento in opus sectile con una trama di quadrati in cui si iscrivevano alternatamente cerchi e losanghe in marmi di colore rosso, giallo, verde e violetto. Sulle pareti rivestite di marmi tre nicchie - quella di fondo più profonda, sopraelevata di tre gradini e coperta da un frontone sostenuto da due colonne di granito, le due laterali meno accentuate - contenevano le statue dei protettori del mercato: forse Serapide e altri dèi egizi, il Genius macelli, e, anche come a Pompei, personaggi della famiglia imperiale,; qui infatti furono rinvenute due basi di statue con iscrizioni in onore di Alessandro Severo e di sua moglie Barbia Oriana, la statua di Serapide, i gruppi di Oreste ed Elettra, e di Dionisio col Fauno.
Quanto alla cronologia dell’edificio, il nucleo originario della costruzione sembra essere di età flavia, epoca alla quale risale l’iscrizione dedicatoria: ……) mius Maximus Macellu(m cum o)rnamentis et ma(r)itor (is sua pec. F.c. …i) demque dedicatione populo epulem dedit ("…) mio Massimo a sue spese fece costruire il Macellum, completo di decorazione e botteghe d’affitto, ed egli ancora, per la dedica dell’edificio, offrì un banchetto al popolo"). L’aula absida e la tholos centrale portano i segni di un rifacimento più tardo, probabilmente dell’inizio del III secolo, come sembrano provare alcune fistule acquarie con il nome di Settiminio Severo.
Oltre che per il suo interesse archeologico, il Macellum di Pozzuoli si segnala per la sua caratteristica di metro del fenomeno bradisismico che interessa la zona. Le tre grandi colonne di cipollino antistanti l’aula absidata segnano mediante i fori dei litodimi (datteri di mare) in esse scavati l’indice del livello del mare nelle varie epoche: ovviamente fuor di terra quando fu costruito, l’edificio dovette andare soggetto alle alterne vicende del bradisismo durante tutto il medioevo; di certo sappiamo che nel 500 il pavimento giaceva a m. 5,71 sotto il livello dell’acqua; da allora alla fine del 700 l’edificio andò progressivamente riemergendo, si da rendere possibili i primi scavi, iniziati nel 1750; ma già nella campagna di scavo dal 1809 al 1816 il lento sprofondare del suolo riportava di nuovo il monumento sotto il livello del mare rendendolo, per l’impossibilità del deflusso delle acque minerali sgorganti, area malsana e malarica.

Sommella Paolo - "Forma e Urbanistica di Pozzuoli Romana" in "Puteoli, Studi di storia
                                antica" Vol. II
. Pozzuoli, 1978.

Macellum ("Tempio di Serapide").

Il grande mercato di Pozzuoli è senza dubbio, insieme all’anfiteatro, il più noto complesso monumentale della città: l’eccezionale stato di conservazione oltre la complessità della planimetria e delle parti architettoniche ne suggeriscono uno studio monografico che supera i limiti di questa pubblicazione. Ciò è tanto più valido se si pensa alla vasta bibliografia e ai numerosi documenti iconografici che il monumento vanta grazie anche al fenomeno che lo ha posto al centro degli studi sul bradisismo flegreo.(27) La situazione attuale va integrata con la descrizione del Dubois e soprattutto con i disegni del Caristie.Il mercato gravita verso il mare, originariamente più distante, con una facciata colonnata su cui si volge una fila di ambienti doppi aperti all’interno e all’esterno del complesso e che lascia un ampio passaggio centrale di accesso al cortile porticato sui quattro lati. Nel centro del peristilio ad una ampia tholos su podio si sale attraverso quattro scale contrapposte. La parete di fondo del mercato è articolata in un’ampia esedra 

sottolineata dalla maggiore dimensione delle quattro colonne prospicienti. Ambienti di servizio e due latrine sistemate ad angoli in posizione speculare completano il secondo lato breve del rettangolo: sui lati lunghi due file di tabernae, che si aprono alternativamente all’interno del peristilio o sulla viabilità esterna, si interrompono per due ingressi mediani che unitamente ai passaggi all’altezza delle latrine completano il sistema di entrate al mercato. Restano scarse testimonianze di un secondo ordine anch’esso colonnato cui si accedeva da due scale situate sul retro del lato frontale. La tecnica costruttiva è quasi omogenea in laterizio con scarsa presenza di opera reticolata in alcuni muri del lato di fondo. Sembra che il complesso abbia avuto una fase precedente, sulla base di testimonianze di pavimenti a mosaico documentati a livelli inferiori al piano attuale di calpestio. Altra ipotesi suggerisce un’interpretazione di costruzioni più antiche, con diverso orientamento, in parte demolite e in parte riassettate per la costruzione del mercato.

Datazione: documenti epigrafici vincolano all’età flavia (28) la costruzione che ha avuto rifacimenti sotto i Severi.

Bibliografia: DUBOIS, 286 SS. (con precedenti); MAIURI, Campi Flegrei, 24 ss.; C:F. GIULIANI, Note sull’architettura dei Campi Flegrei, in Atti Conv. Lincei (1977) 128 ss. ; per i disegni del CARISTIE v. D’ESPOUY, tavv. 34-36.

Anna Maria Bisi Ingrassia - Napoli e dintorni. Roma 1981.

……. E’ questo il più famoso monumento puteolano, non solo e non tanto per le caratteristiche architettoniche quanto e soprattutto per il fenomeno del bradisismo che evidenziano le sue colonne immerse nell’acqua.
Si tratta di tre fusti di cipollino grigio sforacchiati dai litodomi (molluschi foraminiferi che vivono a pelo d’acqua), ancora in piedi davanti alla parete di fondo absidata del grande recinto rettangolare che non è un tempio, ma un Macellum, cioè il mercato pubblico: le colonne servono come strumento di misurazione delle alterne fasi di sollevamento e di abbassamento (bradisismo ascendente o discendente) del litorale di Pozzuoli. l’altezza massima raggiunta dai litodomi - e quindi la fase massima di sprofondamento- è di quasi sei metri, raggiunta fra il XIII e il XVI secolo. Successivamente, fino al principio del XIX secolo, si ebbe un periodo di lenta riemersione, tanto che il complesso poté essere studiato e rilevato dall’architetto francese A. Caristie. Un altro periodo di bradisismo ascendente si è avuto fra il 1968 e il 1970, mentre attualmente si è in una fase di inversione di tendenza e il monumento si presenta invaso dall’acqua marina all’interno.
Il nome Serapeo fu dato al complesso in seguito al rinvenimento nei primi scavi del 1750 di una statua del dio dell’Egitto tolemaico che ornava probabilmente una delle tre nicchie dell’emiciclo di fondo. Il mercato, costruito sotto Vespasiano ma con restauri e rifacimenti specialmente nell’emiciclo di fondo e nella rotonda centrale dell’età degli Antonini o dei Severi, consta di un’area quadrilatera di m. 58x75 che comprende un cortile centrale porticato e una serie di ambienti rettangolari disposti sui quattro lati, oggi sommersi, che erano occupati da botteghe aperte alternativamente o verso il portico interno o verso un ambulacro esterno delimitato da un secondo portico quadrato oggi scomparso ( fig. 26). L’ingresso principale si apriva al centro del lato meridionale prospiciente il mare ed ora ornato al centro da due colonne. Sul lato opposto all’ingresso è la grande cella absidata con una nicchia rettangolare sul fondo e due nicchie minori ai lati, nella quale, oltre al simulacro di Serapide già ricordato, dovevano trovar posto le statue di Iside - Fortuna, del Genius macelli e dei membri della famiglia imperiale.
Gli ambienti minori della parte di fondo erano forse destinati alla vendita di carni e di pesce, stante la presenza di banchi in muratura, analoghi a quelli del Macellum di Pompei, mentre i due grandi vani agli angoli, oggi privi dei lussuosi rivestimenti marmorei rilevati dal Caristie, non erano altro che pubbliche latrine. La costruzione circolare che sul piano più alto sorgeva al centro del cortile, pure rivestita di lastre marmoree, con quattro scalette di accesso all’intersezione degli assi e con sedici colonne di marmo africano sorreggenti all’origine un tetto a cupola, ospitava una fontana mentre all’esterno del podio si elevavano statue onorarie e puteali marmorei.

Stefano De Caro - A. Greco - Campania - Guide archeologiche Laterza. Bari, 1981.

Il Macellum

L’edificio, noto con il nome di "Tempio di Serapide" in seguito al rinvenimento nel 1750 di una statua del Dio, è in realtà un grande Macellum, un mercato pubblico del consueto modello a corte porticata, con edificio poligonale o rotondo al centro dello spiazzo e tabernae sui lati. Il tipo (il più antico esempio conosciuto è quello siciliano di Morgantina, datato al II sec.a.C.) si ritrova in molte altre città romane, tra le altre a Pompei, a Sepino, a Timgad, a Diemila, a Perge, Cremma, Efeso, ecc. Il Macellum puteolano ha dimensioni notevoli (m. 58 di larghezza e 75 di lunghezza massima), come si addiceva al mercato di un grande centro commerciale quale fu la città. L’edificio si articola su una grande corte centrale a pianta quasi quadrata (m 38 x 36), circondata da un portico di 36 colonne di granito grigio alte m. 6,11 e con il diametro di cm. 80, sulle quali si impostano capitelli corinzi decorati da conchiglie contenenti piccoli delfini. Di dimensioni maggiori (altezza m. 11,78) le quattro grandi colonne - se ne osservano tre ancora in sito - in cipollino che fanno da facciata e pronao davanti all’edicola absidata al centro del lato orientale di fondo. Tanto la corte quanto il portico erano sontuosamente pavimentati con lastre marmoree. Un saggio eseguito sotto la pavimentazione del cortile rivelò, a più di due metri di profondità, il pavimento in mosaico di un edificio precedente.
Al centro della corte è la grande tholos, un edificio circolare impostato su una piattaforma alta m. 1,17 e con un diametro di m. 18,23; la struttura muraria è in opera laterizia rivestita di lastre marmoree; vi si accedeva dalla corte mediante quattro scale di cinque gradini disposte sui quattro assi e fiancheggiate da parapetti a forma di del fino; un fregio sulla base raffigurava, scolpiti a basso - rilievo, animali marini, tritoni e Nereidi. Sedici colonne corinzie di marmo africano, alte, m. 5,30, con il diametro di m. 0,76 sostenevano l’architrave e una cornice con fregio di animali, cani o delfini, inseriti in motivi vegetali; su di questa era impostata la copertura, probabilmente di forma conica. Nell’edificio è una grande fontana ottagonale, al centro della quale una lastra con fori disposti a forma un disegno floreale copre un canale. Tutt’intorno alla tholos, tra gli intercolunni e sugli assi delle colonne vi erano basamenti di statue onorarie e puteali di marmo.
Tutt’intorno al portico si aprivano le vere e proprie tabernae (botteghe) di vendita: sei sul lato occidentale dove era l’ingresso, undici su ognuno dei due lati settentrionali e meridionale, con gli ingressi aperti alternativamente sul portico e sulla via che circondava tutto l’edificio (sulla quale si affacciavano di fronte altre tabernae); quattro infine sul lato orientale, due per parte ai fianchi dell’aula absidata, erano probabilmente riservate alla vendita di carni e pesce. Un piano superiore, cui si accadeva per due scale sul lato meridionale, e che si affacciava su un secondo ordine di colonne (alte m.4,10 con il diametro di m.0,50), raddoppiava lo spazio utilizzabile e la grandiosità dell’edificio.
Agli angoli del lato orientale due grandi ambienti (m.10,50 X6,50) fungevano da sontuose latrine. Decorate da nicchie per statue, rivestite di marmi sulle pareti e sul pavimento, ben illuminate da tre finestre sulla parete orientale, erano opportunamente munite di banchi marmorei forati sotto i quali un canale di scarico con la dovuta pendenza assicurava il continuo scorrere delle acque e l’igiene del sistema.

AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico. A cura del Progetto Eubea. Marsilio
                 Editore, Napoli 1990.

Le fiaschette vitree puteolane

Documenti particolarmente interessanti per la ricostruzione dell’antica topografia di Pozzuoli sono alcune fiaschette vitree, di piccole dimensioni, rinvenute in diverse zone dell’impero romano: datati tra la fine del III sec. e il IV sec. d. C., questi vasetti, di produzione artigianale puteolana e di uso incerto (probabilmente souvenirs per i viaggiatori), sono incisi con rappresentazioni dell'antico sinus Puteolanus (in particolare Puteoli e Baia). Di questa serie di vasetti solo tre sono dedicati esclusivamente a Puteoli: quelli cosiddetti di Odemira, Praga e Pilkington, dal luogo dove furono ritrovati o sono oggi conservati.

Fiaschetta vitrea della serie Puteoli, di provenienza incerta. Praga, Museo Nazionale. Riproduzione grafica della decorazione.

 

Fiaschetta vitrea della serie Puteoli, da Odemira (Portogallo). Riproduzione grafica della decorazione. Il vaso, già custodito presso l’Accademia delle Belle Arti di Lisbona, fu trafugato alla fine del XIX sec.

Le illustrazioni, che si snodano intorno al corpo del vaso, risultano composte secondo il punto di vista di chi giungeva in città dal mare: gli edifici, privi di prospettiva, si articolano su tre livelli, ad indicare i terrazzamenti digradanti verso il mare su cui sorgeva la città stessa.
Il campo visivo è dominato, al centro, dalla imponente mole di un tempio con tetto a spioventi, che, con la colossale statua posta al suo interno, è stato identificato ora con un tempio destinato al culto imperiale, ora con il tempio di Serapide. La sua posizione di rilievo induce a credere che il tempio in questione rimandi a quello cosiddetto <<di Augusto>>, sull’acropoli dell’antica Pozzuoli (oggi Rione Terra): in primo piano giungendo a Puteoli dal mare, esso è, infatti, iconograficamente riportato in posizione centrale a ribadire la condizione di spicco del monumento più alto della città. All’estrema destra del tempio, il porto è rappresentato dal caratteristico molo su arcate con le due colonne onorarie (che racchiudono l'iscrizione PILAE/PILAS) e gli archi trionfali con quadrighe trainate da tritoni e ippocampi.
Nell’area adiacente, a sinistra il Vaso di Odemira ribadisce la presenza delle strutture portuali con la scritta RIPA, mentre le fiaschette di Praga e di Pilkington includono nello stesso campo il centro commerciale di Puteoli: l’emporium, riconoscibile dalle iscrizioni INPURIU (Vasetto di Praga) e INPU (Vasetto di Pilkington), è infatti collocato a livello del mare, nei pressi dello scalo portuale, in relazione al SACOMA(RIUM) del Vasetto di Praga, l’antica pesa pubblica.
Il passaggio dalle strutture proprie della città bassa ai monumenti delle terrazze superiori è costituito dalla raffigurazione del Teatro: realizzato come un semicerchio sorretto da muri e arcate, l’edificio è posizionato in quota, alle spalle dell’emporio, non lontano dalla zona del Foro.
Quest’ultima, infatti, è indicata (ad eccezione del Vaso di Odemira) dalle iscrizioni STRATA POS(T) FORU(M) - Vasetto di Praga - e FORU(M) POS(T) FORU(M) - Vasetto di Pilkington - situate sui colonnati del livello superiore.
L’estrema sinistra dell'intera veduta, infine, è occupata dagli Anfiteatri e dallo Stadio. Un’immagine circolare con sostegni simmetricamente organizzati e, al di sopra, una costruzione di forma ellittica indicano, nei Vasi di Praga e di Pilkington, la posizione dell’Anfiteatro Maggiore rispetto a quella dello Stadio. Sul Vaso di Odemira, però, la mancanza di didascalie e la conformazione arrotondata dell'edificio superiore hanno spesso determinato l'identificazione della struttura in questione con quella dell'Anfiteatro Minore.
Comune alle tre fiaschette vitree è l’iscrizione SOLARIU(M), inserita nel settore superiore: una meridiana o, meglio, una terrazza con funzione di solarium sembra l’identificazione più appropriata per una struttura architettonica che, nel Vaso di Odemira, è posta in relazione diretta con un complesso termale. Infatti l’indicazione adiacente THERMEAANI, per quanto di lettura problematica e controversa, può fare riferimento a qualcuno di quegli edifici termali che, in larga scala, sono attestati nell’antica Puteoli.

Il Macellum

Fra il 1750 e il 1756, per volontà del re di Napoli Carlo di Borbone, fu iniziato lo scavo del sito puteolano in quel tempo denominato <<vigna delle tre colonne>>, ove tre antiche colonne in marmo cipollino affioravano dal terreno. 
I lavori, ripresi fra il 1806 e il 1818, riportarono alla luce quasi integralmente un edificio che, in seguito al ritrovamento di una statua del dio egizio Serapide, fu identificato come <<Tempio di Serapide>> o <<Serapeo>>. Soltanto nel 1907 lo studioso francese Charles Dubois ne riconobbe correttamente la funzione di macellum (mercato alimentare), ponendo fine alla tradizione di studi che lo aveva identificato come tempio oppure come struttura termale. L'attuale sistemazione del monumento corrisponde, in gran parte, a quella voluta da Amedeo Maiuri dopo gli interventi da lui stesso realizzati tra gli anni 1930 e 1950.
Questo edificio (m. 58x75) è uno dei più grandi mercati conosciuti nel mondo romano e ricorda, per molti aspetti, il macellum magnum costruito a Roma sotto Nerone. La sua datazione è incerta. L'iscrizione dedicatoria di [...]mius Maximus, spesso erroneamente attribuita all'edificazione del mercato di Pozzuoli non è pertinente al macellum.  
La tecnica costruttiva (opera laterizia) e lo stile di alcuni frammenti della decorazione architettonica suggeriscono, comunque, una datazione tra fine I e II sec. d.C. Alcuni lavori di ristrutturazione, avvenuti in età severiana (inizio III sec. d.C.), sono documentati da iscrizioni su fistule acquarie e sui piedistalli del pronao.Il contesto urbanistico circostante condizionò probabilmente la pianta del macellum. Il lato prospiciente il mare e quello NO erano costeggiati da due strade di grossa percorrenza, mentre una strada secondaria, nel lato SE, separava il macellum dagli altri edifici, forse abitazioni, ivi esistenti. Nella zona posteriore era probabilmente un terrazzo, cui si accedeva da rampe appoggiate all'esterno dell'emiciclo.
Lo schema compositivo è del tipo a corte quadrata con tholos centrale. Si realizza, in esso, una architettura che predilige l'esaltazione formale di alcune parti, espressa attraverso la monumentalizzazione del vestibolo principale (1), della tholos (2) e dell'esedra (3) e la loro disposizione lungo l'asse maggiore dell'edificio, secondo un criterio ricorrente nel mondo romano

 

Statua di Serapide. Copia romana di II sec. d.C., restaurata, da originale di Bryaxis. Il dio, rappresentato in trono come giudice dei defunti, è accompagnato dal tricefalo Cerbero. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

La costruzione si sviluppava su due livelli, come testimoniano la presenza di scale e il ritrovamento di colonne appartenenti al piano superiore. L'organizzazione degli spazi prevedeva, oltre alle botteghe destinate alle attività commerciali (a), un luogo di culto nell'esedra, una fontana all'interno della tholos, un portico coperto e latrine pubbliche (c). L'accesso era assicurato da un ingresso monumentale (vestibolo) forse preceduto da un portico, e da ingressi secondari posti lateralmente (b). Non è possibile identificare ambienti destinati ad usi diversi (stanza dei pesi e delle misure, depositi ecc.).
Come si riscontra in altri macella, il lato opposto all'ingresso principale (NE) ospita ambienti con funzioni particolari: al centro è l'esedra, destinata ad attività di culto; agli angoli le latrine e, negli spazi intermedi, altri quattro ambienti, forse semplicemente tabernae. Nei lati lunghi vi sono quattro ingressi secondari, posti specularmente: due sull'asse trasversale e due contigui alle latrine; diciotto tabernae (nove per ciascun lato) si aprono alternativamente all'esterno e all'interno del mercato. Ai fianchi dell'ingresso principale è una doppia fila di tabernae con muro di fondo in comune, sei aperte verso l'interno e otto verso l'esterno.

 

Pozzuoli, Macellum. Interno dell'abside. Plastico realizzato dal Progetto Eubea sulla base della ricostruzione del Carestie.

Al monumento si accede dal vestibolo 5, che immette nel portico. Questo costituiva un percorso coperto intorno al cortile, formato da 34 colonne con fusto di granito grigio (alt. m. 5,90), base attica e capitello corinzio in marmo bianco; nel colonnato si distinguevano, al centro del lato di fondo, quattro colonne di proporzioni maggiori. Queste, a fusto in cipollino (alt. m. 11,84) e base in marmo bianco (i capitelli non si sono conservati), formavano, insieme alla trabeazione, la facciata monumentale dell'esedra (3).

Pozzuoli, Macellum. Retro, angolo N-O. Plastico ricostruttivo realizzato dal progetto Eubea. Sulla base della ricostruzione del Carestie.

Percorrendo il lato NE del portico si trova sulla sinistra l'esedra. Nell'ingresso, a destra e a sinistra, erano due paraste marmoree (di cui si conservano le basi) e al centro altre due colonne monumentali in cipollino, di cui sono visibili frammenti e le tracce per la posa in opera (sinopie). Negli intercolumni si notano, sulle lastre pavimentali, i fori per l'alloggiamento di una balaustra di marmo. All'interno dell'esedra si aprono tre nicchie, nelle quali erano i simulacri delle divinità protettrici del mercato. Quella centrale, a forma di tempietto, presenta una gradinata d'accesso fiancheggiata da piedistalli che sostenevano le colonne con la trabeazione. L'ambiente era rivestito di marmi pregiati mentre la volta, oggi perduta, presentava probabilmente una decorazione a lacunari di stucco per richiamare il motivo a scacchiera del pavimento.
La latrina E si raggiunge dall'ingresso laterale 6, attraversando il piccolo vestibolo 7. Lungo le pareti erano i sedili, costituiti da lastre marmoree forate, sostenute da mensole in pietra lavica. In un canale posto sotto i sedili scorreva l'acqua, in parte fornita dai tubi pluviali. Illuminato da tre finestre, l'ambiente era sontuosamente rivestito di marmi: bianco nel pavimento, variegato alle pareti (un frammento di cipollino è visibile nell'angolo est). In ciascuno dei lati brevi sono tre nicchie per l'alloggiamento di statue. Quelle centrali, a edicola, co
Continuando a percorrere il portico in direzione dell'ingresso principale, si passa davanti alle tabernae 8 e 9, che meglio conservano le tracce dei rivestimenti marmorei (uguali per tutte le botteghe); si trattava di lastre di marmo bianco, lisce per il pavimento, con motivo a riquadri sulle pareti.

Pozzuoli, Macellum. Particolare del prospetto del lato frontale. Plastico ricostruttivo realizzato dal Progetto Eubea. Sulla base della ricostruzione del Carestie.

 

Pozzuoli, Macellum. Cortile interno con porticato e tholos centrale. Plastico ricostruttivo realizzato dal Progetto Eubea. Sulla base della ricostruzione del Carestie.

All'altezza dell'intercolumnio centrale, si attraversa il cortile per visitare la tholos. Alla struttura circolare colonnata, eretta su un podio, si può accedere da quattro scalette assiali. Il perimetro era formato da sedici colonne di marmo africano, con basi decorate a motivi marini, poi reimpiegate dai Borboni nel Palazzo Reale di Caserta. Marmo bianco rivestiva la struttura muraria e il pavimento. Al centro era una fontana, di cui restano tracce. I lati delle scale erano ornati da parapetti marmorei (alcuni ancora in sito) raffiguranti mostri marini e delfini. Tutt'intorno, in corrispondenza di ciascuna colonna, un piedistallo in laterizio sosteneva una statua; negli spazi intermedi erano collocati puteali di marmo. Altre statue, nel cortile, fronteggiavano ciascuna colonna del portico, rendendo ancora più sfarzoso l'aspetto del mercato. Attraversando l'area centrale, si entra nel vestibolo maggiore, oggi parzialmente ostruito da un muro moderno. Vi si conservano i basamenti di due colonne e tracce delle paraste marmoree che rivestivano gli stipiti; le pareti presentano una zoccolatura in marmo rosso antico.
Uscendo dal macellum, se ne può ripercorrere il perimetro dall'esterno. Nel lato SE, si vedono i resti della scala D con gradini rivestiti di trachite, che consentiva l'accesso al piano superiore. Continuando sullo stesso lato sono visibili, presso la recinzione moderna, i resti di due edifici (A e B), solo parzialmente scavati, forse parte di un quartiere abitativo. Essi risalgono al I sec. d.C. e furono più volte modificati nella ripartizione interna degli spazi. Gli ambienti visibili appartengono, probabilmente, a un piano superiore.
Nel corso del tempo il macellum ha subito spoliazioni e modifiche edilizie, che ne hanno notevolmente alterato l'aspetto originario. A causa delle fonti minerali ivi presenti, nel XIX secolo il complesso fu parzialmente utilizzato a fini termali; di questa trasformazione restano tracce sui muri delle tabernae esterne. Il macellum è, inoltre, sin dalla fine del XVIII secolo oggetto di studi in relazione al fenomeno del bradisismo: i fori prodotti dai litodomi sulle colonne, dal IV sec. d.C. in poi, testimoniano infatti le variazioni del suolo rispetto al livello marino e rendono questo monumento un documento fondamentale per l'analisi geomorfologica del litorale flegreo.

BIBLIOGRAFIA

Paolo Antonio Paoli - "Avanzi delle antichità esistenti a Pozzuoli Cuma e Baja". Napoli, 1768.

Lorenzo Palatino - Storia di Pozzuoli e contorni. Napoli, 1826.

G. De Criscio - Ricerche istoriche della sorgente di acqua termo-minerale del tempio di
                          Serapide di Pozzuoli.
Pozzuoli, 1890.

Enciclopedia dell’Arte Antica Classica e Orientale. Roma, 1965. - Amedeo Maiuri.

Amedeo Mauri - I Campi Flegrei (Dal Sepolcro di Virgilio all’Antro di Cuma). Roma, 1958

Raffaele Adinolfi - I Campi Flegrei nell’antichità. Pozzuoli, 1978

Sommella Paolo - "Forma e Urbanistica di Pozzuoli Romana" in "Puteoli, Studi di storia
                                antica" Vol. II.
Pozzuoli, 1978.

Anna Maria Bisi Ingrassia - Napoli e dintorni. Roma 1981.

Stefano De Caro - A. Greco - Campania - Guide archeologiche Laterza. Bari, 1981.

AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico. A cura del Progetto Eubea. Marsilio 
                 Editore, Napoli 1990.

 

Il porto di Puteoli nel cosiddetto disegno Bellori. L’incisione, realizzata da P. S. Bartoli per
 l’Iconographia di G.P. Bellori (1764), riproduce, molto probabilmente, un dipinto parietale
 andato perduto, rinvenuto nel 1668 sull’Esquilino. L’identificazione della scena raffigurata
 con la veduta di Puteoli è ormai indiscussa. Il campo visivo è circoscritto alla zona che
 gravita intorno al porto: si riconoscono il molo, i fori olitorio e boario, gli horrea e altri
 edifici definiti da iscrizioni. Problematica è invece l’identificazione dell’isola posta sulla sinistra

 

Paolo Antonio Paoli - "Avanzi delle antichità 
esistenti a Pozzuoli Cuma e Baja".
Napoli, 1768.

Tavola decimaquinta.

 

Tavola decima sesta.

 

Designo a china di Antonio Senape.

 

Litografia di Achille Vianelli

 

Incisione da Saint-Non 1781-86.
Disegno di Hubert Robert,
incisione di Charles Guttemberg.

 

Litografia da Cuciniello, Bianchi 1828-33. 
Disegno di Friedrich Hörner, litografia di
Domenico Cuciniello e Lorenzo Bianchi.

 

Fotografie d’epoca1885

 

Cartolina databile 1885

 

Foto Archivio Alinari databile 1890

 

Foto inizio ‘900

 

Foto del 1935

 

Foto intorno agli anni ‘20

 

Di seguito una foto ed una cartolina degli anni ‘60

 

 

 

 

Foto aerea degli anni ’60

 

Foto aerea del 1996.
Eseguita da AEREOMAPDAT.

 

Foto 1: veduta della struttura.

Adinolfi Aldo, aprile 1983

 

Foto 2: veduta dell’insieme della struttura

Adinolfi Aldo, aprile 1983

 

Foto 3: Veduta del macellum da via
Sacchini, sulla colonna di destra è
visibile l’impalcatura di sostegno 
applicata a seguito degli eventi sismici 
in corso.

Adinolfi Aldo, aprile 1984

 

Foto 4: veduta da via Sacchini, particolare del pavimento.

Adinolfi Aldo, novembre 1986

 

Foto 5: particolare della foto 4,
l’angolo della struttura dove affiora la 
sorgente termale del Cantarello.

Adinolfi Aldo, novembre 1986

 

Foto 6: Situazione della struttura alla fine degli eventi del bradisismo.

Adinolfi Aldo, novembre 1986

 

Foto 7: particolare della struttura

Adinolfi Aldo, novembre 1996

 

Foto 8: particolare dell’ambiente della foto 7.

Adinolfi Aldo, novembre 1996

 

Foto 9: particolare dell’ambiente della foto 7, dove si nota la canaletta di scarico.

Adinolfi Aldo, novembre 1996

 

Foto 10: particolare dell’ambiente della foto 9.

Adinolfi Aldo, novembre 1996

 

 

(2) Il Sesterzio era una moneta d'argento romana degli antichi tempi, che valeva due assi e mezzo.

(4) DE RUYT CL. - L'importance de Pouzzoles pour l'etude du Macellum romain, in PUTEOLI - Studi di storia
           antica, Napoli 1977, pp. 128-139.

(27) Cfr. A. PARASCANDOLA, I fenomeni bradisismici del Serapeo di Pozzuoli, Napoli 1947; di recente v. A.
             SCHERILLO, Vulcanismo e bradisismo nei Campi Flegrei, in Atti Lincei (1977) 102 ss. (con bibl. Relativa
             "alla crisi di Pozzuoli" del 1970-72). Per una ricostruzione dell'andamento della linea di costa, v. SCHMIEDT,
              tav. ora CASTAGNOLI, Campi Flegrei, fig. 7.

(28) Cfr N. DEGRASSI, L'identificazione epigrafica del Serapeo di Pozzuoli, in Epigraphica 8 (1946) 40 ss. ; per la
              trasformazione nel periodo dei Severi (CIL. X 1652-53) cfr. FREDERIKSEN, 2058 e D'ARMS, Puteoli, 119; bibl.
              In DE RUYT, cit. 135. Solo formali i riferimenti al Forum Pacis (BOETHIUS-WARD PERKINS, cit. 220) e
              all'Agorà des Italiens (PICARD, 42).