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Anfiteatro Flavio
M. N. Pozzuoli, ottobre 1982
Collegamento con Cisterna via Solfatara
- Cisterna
via Carmine - Ninfeo
Paolo Antonio Paoli - Avanzi delle antichità esistenti
a Pozzuoli Cuma e Baja.
Napoli, 1768.
Delle spiegazioni foglio 18.
TAVOLA VENTESIMAPRIMA. Avanzi dell’antichissimo
e magnifico anfiteatro, vicino a Pozzuolo; del quale, come d’un Opera e
per la sua antichità e per la sua vaghezza da non cedere a qualunque
altra di simili genere, è certamente da rammaricarsi, che nessuno abbia
accuratamente trattato. Al che neppur io di presente m’impegno; né se
mi c’impegnassi, spererei riuscirne a dovere, a cagione di quella
brevità, che mi sono prefisso, e che da un’esatta ricerca si oppone.
Che se accederà che si pubblichino alcuni dissertazioni, che sto
preparando su queste antichità, prometto ben volentieri parlare della
presente, che fu opera di un’antichità nazione, molto più
diffusamente. Due cose m’avveggo ora che potranno desiderarsi dagl’Intendenti:
l’età di questa fabbrica, e la sua architettura. L’età, per quanto
posso congetturare, con pace di chi (1) non ammette Anfiteatri stabili
avanti al secolo di Augusto, io la credo assai più antica di quello che
possa convenire con lo stabilimento dell’Imperio Romano. Da Augusto
certamente fu pubblicato l’ordine col quale, dice Svetonio (2) corresse
l’assai confuso e sregolato costume di assistere agli spettacoli, e vi
pose regolamento, mosso a ciò fare dall’affronto ricevuto in Pozzuolo
da un Senatore, che in occasione di solennissimi giuochi da niuno nella
gran folla era stato accolto. Quindi assegnò a ciascun ordine di persone
il luogo e la sede nel Teatro (questo nome era anticamente confuso con
quello di anfiteatro) (3) acciocchè non si stessero a vedere i giuochi de’
Gladiatori e de’ Lottatori con quella confusione (soggiunge l’Istorico)
ch’erasi praticata ne’ tempi antichi. Ecco dunque in Pozzuolo sotto
Augusto i giuochi de’ Gladiatori rinomatissimi, e forse anche quivi
antico il costume di starli a vedere senza distinzione; perché in altro
caso non sarebbesi mancato contro la dignità di un Senatore. Laonde è
credibile, che antico altresì vi fosse l’anfiteatro. Si aggiunge ciò
una maggior semplicità nella divisione delle parti, ed un materiale
principalmente di mattoni (le quali due cose mostrano l’indole d’una
più vecchia nazione); e finalmente quella stessa disposizione di mattoni,
e di piccole pietre in forma reticolata, che vedesi nell’anfiteatro di
Arezzo, di cui non può negarsi essere rimotissima l’antichità (4) .
per quello che riguarda l’architettura, questa tavola mostra quasi la
quarta parte dell’edifizio, cioè da S fino a tav. seq.; la quale
sebbene più rovinata delle altre per l’indiscrezione di coloro, che ne
staccano ogni giorno i mattoni, perché nulladimeno è la meno sepolta, ci
è sembrata la più atta a disegnarsi.
TAVOLA VENTESIMASECONDA. Pianta dell’Anfiteatro
di Pozzuolo: colla quale si fanno palesi le misure di tutta la fabbrica, e
delle sue parti. Quel tanto che attualmente esiste si è impresso con
inchiostro più nero: il rimanente si è da noi aggiunto secondo che l’accennano
i rimasti vestigj. Onde il giro esteriore BB, del quale neppur si hanno le
rovine, ma che abbastanza vien dimostrato dalla direzione delle scale, e
dalle impostature degli archi, si è da noi slargato alla distanza di F,
ov’è il fondamento di un pilastro, e di G, ove si osservano anche sopra
terra gli avanzi d’un altro, che pure abbiamo stimato bene esprimere
nella tavola antecedente. Il campo è riempiuto di terra fino a palmi
dieci piantati a pioppi e viti, e seminato a grano. Delle quattro porte D
le di contro son’uguali (5). Le altre centrate E giungono anch’esse
all’interior portico. I muri H sostengono la volta, che a primo più
alta va calando insensibilmente, ed in più si abbassa, seguendo la
declinazione de’ gradini. Vi sono più stanze L (6). Il più bello però
a vedersi è l’ordine e la distribuzione delle scale: ma di queste e
delle altre parti dell’edifizio nelle tavole seguenti.
Amedeo Mauri - "I Campi Flegrei". Roma,
1963.
Il Grande Anfiteatro di età Flavia.
A sud-ovest dell’Anfiteatro più antico, di età
augustea, su di una spianata alla quale confluiscono le principali arterie
stradali della regione (la Via Domitiana e la Via Campana ad occidente: la
Via Antiniana ad oriente), ed alla quale venivano anche a sboccare i clivi
dei quartieri bassi della città, si eleva ancora, non più sepolta e
infossata nel terreno, la gran mole del secondo e più grande anfiteatro
puteolano che, per la sua epoca di costruzione, potrebbe chiamarsi Flavio.
Orientato con l’asse maggiore e minore secondo i quattro punti
cardinali, affonda il bacino dell'arena nel banco tufaceo della collina ed
apre il gran vaso ellittico della cavea fra le verdi colline della
Solfatara, ammantate di vigneti, e la nuda montagna del Gauro; il Gaurus
inanis come lo chiama Marziale, quasi a contrapporne scherzosamente l’aspetto
minaccioso con il vacuo delle pareti incavate dell’antico cratere.
Misura nell’asse longitudinale m. 149, nell’asse trasversale m. 116:
è pertanto rispetto all’anfiteatro dell’antica Capua (m. 167 per
137), il secondo per ordine di grandezza degli anfiteatri campani e,
rispetto al Colosseo (m.188 per 156) il terzo degli anfiteatri d’Italia;
esso poteva agevolmente contenere da 35 a 40.000 spettatori.
LO SCAVO- Gli scavi dell’anfiteatro puteolano,
sepolto sotto l’immane concerie delle sue rovine ed i materiali
vulcanici eruttati dalla Solfatara ed accumulati dalle acque, si iniziò
nel 1839 sotto la direzione di quello stesso architetto Bonucci che dal
1826 al 1837 era stato preposto agli scavi di Ercolano. Tenne la nuova
direzione dal 1839 al 1845, ma nel secondo periodo dei lavori, avendo egli
ripreso le esplorazioni ad Ercolano, gli scavi puteolani restarono
affidati all’architetto Ruggiero fino al quasi completo scoprimento dei
sotteranei dell’arena. Interrotti nel 1855, vennero i lavori ripresi per
breve tempo nel 1880 e nel 1882 con il lodevole proposito di completare
gli scavi borbonici, ma cessarono prima di aver raggiunto alcun pratico
risultato. Dissotterrata e scoperta gran parte dei sotterranei dell’arena
per merito degli scavi del Bonucci e del Ruggiero, l’anfiteatro restava,
fino a pochi anni fa, mozzo e occluso, al di fuori, degli stessi enormi
cumuli di terra che erano stati tratti dall’interno dell’edificio;
passaggi e voltoni di sostegno apparivano colmati e riempiti da materiale
di scarico e chiusi da muri a secco tanto da contenere il volume delle
terre.
Le opere di bonifica compiute nella città bassa di
Pozzuoli nel 1928, la nuova grande arteria stradale aperta nel 1932-33
dalla Via Solfatara alla Via Anfiteatro e lo svuotamento dei sotterranei
portato a compimento nel 1946-47, han permesso di fare in questi ultimi
anni il completo sterro del monumento e d’isolarne, con una zona di
rispetto, tutto il settore meridionale fra i due ingressi e, parzialmente,
il settore settentrionale. Per quanto gravemente deteriorata, la mole dell’Anfiteatro
puteolano, liberata dalle terre che la soffocavano e ricondotta al piano
delle antiche strade che la circuivano, è venuta a riacquistare, anche
all’esterno, quella grandiosità e quell’imponenza che prima solo
apparivano dalla visita dell’interno e dei sotterranei.
EPOCA DI COSTRUZIONE. - Sotto Vespasiano,
Pozzuoli che, nella lotta di quest’imperatore con Vitellio, aveva preso
parte per il primo e ne era stata ricompensata con l’assegnazione di una
larga parte del territorio capuano, aveva mutato il nome di colonia
Neronensis in quello di Colonia Flavia Augusta. Indice della sua nuova
prosperità di città prediletta dal favore imperiale, fu la costruzione
di un secondo anfiteatro che rispondesse per la conformazione dell’arena
e per la comodità degli accessi, a quelle che erano le nuove necessità
degli spettacoli e le maggiori esigenze del pubblico; e la costruzione
sorse sotto il regno di Vespasiano a spese dell’erario della città. Ce
l’attestano i frammenti di un’iscrizione monumentale che, in varie
repliche (una esposta al di sopra della nicchia del Nettuno all’ingresso
orientale), commemorava l’opera che la città di Pozzuoli avrebbe fatto
a sue spese:
COLONIA FLAVIA AUGUSTA
PUTEOLANA PECUNIA SVA
Erano grandi tabelle che dovevano sormontare non solo i
quattro ingressi principali, ma anche gli ingressi minori a maggior vanto
di una città che, autorizzata a fregiarsi del titolo di colonia flavia,
aveva innalzato con le sole sue forze un così grandioso edificio.
La costruzione che appare quasi ovunque di un bell’apparecchio a
reticolato, interrotto da ricorsi e da immorsature di laterizio,
corrisponde assai bene all’età di Vespasiano. Si staccano peraltro da
questa omogeneità di struttura i sotterranei dell’arena, costruiti
prevalentemente in laterizio, e che inducono a supporre (v. appresso) che
questi sotterranei appartengono a una fase più tarda (dell’età
traianea o adrianea); opere aggiuntive sono inoltre i pilastri laterizi
che sono apparsi lungo l’ambulacro esterno nel settore di nord-est e di
sud-ovest, e varie trasformazioni di minore entità che si notano in più
parti del monumento.
L’ingresso è tanto dal lato occidentale (Via Anfiteatro), quanto dal
lato orientale (Via Nuova della Solfatara), in corrispondenza dell’asse
maggiore o delle principali porte d’accesso all’arena.
Si consiglia di visitare prima gli ambulacri e l’arena, di scendere poi
nei sotterranei da una delle rampe dell’asse longitudinale, risalendo da
una delle scalette di servizio o, se illuminate, dalle cosiddette
prigioni.
INGRESSO ORIENTALE. - Due comode rampe conducono
dall’ingresso sulla Via Solfatara al piano dell’antico ingresso; in
basso, entro l’abside della vasca di fontana, una statua di Poseidon
ricuperata in questi ultimi anni dalle acque del porto di Baia con traccie
di corrosione di litofaci marini; al di sopra della nicchia, una
delle iscrizione commemorative della costruzione dell’anfiteatro. Dell’antico
ingresso (scavi 1928) monumentale, non restano che gli avanzi di un
propylon: due fusti di colonne addossate a pilastri di piperno e qualche
traccia della platea del portico stesso.
ARCHITETTURA E PARTI SUPERIORI DEL MONUMENTO. -
Per quanto appaiano ben conservate le parti sotterranee dell’edificio,
protette come furono dallo spesso strato delle eruzioni e delle alluvioni,
altrettanto sono sgretolate e devastate le parti esterne e tutto il vasto
bacino della cavea. Una sistematica opera di devastazione durata per tutto
l’evo medio ed oltre, fino al secolo XVI, spogliò la mole dell’Anfiteatro
di tutta la sua esteriore veste architettonica, riducendole a volte al
nudo scheletro delle masse cementicie; case e fattorie coloniche s’installarono
per lungo tempo fra le arcate e le volte di sostegno della cavea,
sforacchiandole e spezzandone la organicità struttiva. Ma della nobiltà
ed imponenza delle strutture, fanno ancora fede i pilastri delle arcate
del portico esterno rivestiti di grandi blocchi di piperno incuneati
nell'opera cementicia, e i molti fusti di colonne ed i capitelli
appartenenti alla galleria terminale della summa cavea che, non ostante la
vasta rapina, si rinvennero negli scavi borbonici e che giacciono ora
depositati nei sotterranei.
L’edificio doveva innalzarsi all’esterno per tre ordini
architettonici, coronato in alto da un grande attico superiore a
somiglianza del Colosseo, dell’Arena di Verona, di Pola e di altri
grandi anfiteatri; una platea ellittica a lastroni di travertino, rialzata
di un gradino sul piano stradale, formava il piano di posa del portico
esterno, composto da pilastri di laterizio che sembrano appartenere ad un’epoca
più tarda. Tre ambulacri si svolgono al pianterreno per tutt’intera la
periferia del monumento: A) l’ambulacro del portico esterno del quale
non retsano che pochi avanzi dei pilastri in laterizi originari e che
venne successivamente rafforzato da pilastri in laterizi rivestiti di
spesso intonaco dipinto; B) il grande ambulacro interno, ancora ben
conservato in tutta la sua lunghezza e comunicante con il portico esterno
per tre passaggi intermedi, oltre che per le quattro grandi porte a tre
fornici; C) infine il corridoio (larghezza m. 2) che si svolge sotto il
podio dell’arena con varie porte d’uscita sull’arena e che si
interrompe al lato di sud, dove si apre un ambiente ad emiciclo destinato
a santuario delle divinità protettrici dei ludi o forse al culto
imperiale. Dei quattro ingressi principali a tre fornici, due dei quali
servono anche di accesso ai sotterranei, il meglio conservato è quello dl
lato nord ancora con una parte dei tre fornici intatti. Sul piano dell’arena
si aprono, lungo l’asse mediano, l’ampia fossa del corridoio centrale
e, all’ingiro, le botole dei pozzi di manovra dei sotterranei, coperte l’una
e le altre, durante lo spettacolo, con robuste tavole di quercia.
La cavea comprendeva, come di consueto, tre precinzioni o ordini di
gradini: la prima al di sopra del muro dell’arena, era di otto gradini,
la seconda di sedici, la terza di quindici; la gradinata della cavea era
coronata in alto da un portico, al quale debbono riferirsi le numerose
colonne ed i capitelli depositati nei sotterranei.
Complesso, ma accuratamente studiato e ben risolto come in tutti gli
anfiteatri dell’età Flavia, era il dispositivo delle scale per la più
rapida ed ordinata distribuzione possibile della gran calca degli
spettatori. Dal portico esterno si svolgono per ogni settore cinque rampe
di scale ( venti complessivamente), che raggiungevano la terza precinzione
o salendo direttamente ai vomitori, o sboccando alla galleria del primo
piano superiore e da questa ai rispettivi vomitori. Dal grande ambulacro
interno si poteva accedere egualmente da un lato, mediante delle facili
rampe, ai gradini della prima precinzione, dell’altro, mediante otto
ampie scale (due per ciascun settore) ai gradini della seconda precinzione;
inoltre anche dai fornici intermedi delle quattro grandi porte si
accedeva, mediante scale, ai vomitori della seconda precinzione. A
completare i servizi interni dell’anfiteatro, erano state disposte
capaci cisterne vicino alle quattro porte, destinate ad alimentare delle
fontane.
A somiglianza degli altri anfiteatri d’età Flavia, anche l’Anfiteatro
puteolano era arricchito da una selva di statue disposte tra le arcate del
portico o della loggia soprastante. Miserabilmente distrutte nei forni da
calce, se ne è ricuperato un gruppo nei lavori del 1933 già deposto in
una fornace per la calcinazione ed ora esposto sotto un’arcata nel
settore nord-orientale. Sono statue onorarie del II secolo dell’impero e
tra esse è una statua di Traiano ed una di Marciona (?).
Come nel Colosseo, così anche nell’Anfiteatro puteolano, troviamo le
sacre memorie del martirologio cristiano della Campania. Nell’a. 305,
nel mese di aprile, essendo ancora in vigore il IV editto di persecuzione
prolungato sotto il quinto consolato di Costanzo e di Massimiano, venivano
condannati alle belve nell’arena dell’anfiteatro, Sosio, diacono di
Miseno, Gennaro, vescovo di Benevento, con il diacono festus e il lettore
Desiderius Proculus diacono dell’ecclesia di Pozzuoli e i due laici
Eutyches e Acutius. Sospeso il supplizio nell’arena per l’assenza del
governatore dell Campania, la pena fu commutata in quella della
decapitazione che ebbe luogo non lungi dalla Solfatara. Il corpo del
martire Januarius fu traslato nel corso del IV secolo a napoli, e il Santo
deiventò patrono della città. Nel settore settentrionale dell’anfiteatro
lungo la galleria principale, una cappella ricavata in uno degli ambienti
di sostruzione della cavea, è tuttora consacrata dalla fede popolare al
culto del santo.
I SOTTERRANEI: Nessuno degli anfiteatri dell’antichità conserva
così perfettamente e integralmente il dispositivo dell’arena, come l’Anfiteatro
puteolano, e in nessun’altro meglio che in questo, è possibile farsi un’idea
chiara del complicato e grandioso meccanismo degli spettacoli delle cacce
e dei combattenti con fiere. Inoltre, la perfetta conservazione delle
cortine murarie e delle volte, il giuoco di ombre e di luci creato dagli
antichi pozzi aperti al piano dell’arena, e la grandiosità stessa di
questa gigantesca costruzione sotterranea, fanno parte dell’Anfiteatro
puteolano, uno dei monumenti più profondamente suggestivi dell’antichità.
Lo sterro che, durante il periodo borbonico, era stato eseguito per poco
più della metà dei corridoi e delle celle, è stato condotto a termine
nel 1946-47 per tutt’intera l’area dei sotterranei. Le colonne, i
capitelli e i materiali architettonici che vennero qui depositati al tempo
dei primi scavi, appartengono alla decorazioni esterne e al loggiato
superiore della cavea.
Due ripide rampe all’estremità dell’asse maggiore, superando un
dislivello di m. 6,70, conducono dal piano del vestibolo d’ingresso all’arena
al piano dei sotterranei. Erano questi gl’ingressi a traverso i quali,
nei giorni che precedevano lo spettacolo, dovevano passare le gabbie delle
fiere, le macchine e tutti i materiali necessari per i giuochi, allestita
ogni cosa, venivano questi passaggi richiusi con grosse tavole di quercia,
cosi com’erano le altre aperture al piano dell’arena.
Oltre a questi due passaggi principali, si hanno due altri passaggi di
servizio in corrispondenza dei due bracci dell’asse minore, e quattro
coppie di scalette che dal corridoio al di sotto del podio, discendono
prima a un sottoposto stretto corridoio ricorrente innanzi ad una fila di
celle dell’ordine superiore, e poi al piano dei sotterranei.
La pianta dei sotterranei dell’Anfiteatro puteolano è costituita
essenzialmente da tre corridoi; due di essi rettilinei, tagliantisi a
croce, e passanti lungo l’asse maggiore e minore, formano come le
arterie principali dell’edificio sotterraneo; il terzo curvilineo, segue
la linea della ellisse al di sotto del muro del podio dell’arena; fra
gli uni e l’altro, lo spazio risultante era diviso in tanti
compartimenti comunicanti fra loro e simmetricamente contrapposti nei
quattro settori. Mentre il corridoio dell’asse maggiore (la media via),
si apriva al centro dell’arena con apertura di 43 metri, che veniva
rinchiusa al momento dello spettacolo e riaperta solo per innalzare al
centro dell’arena costruzioni scenografiche, il corridoio ellittico e i
compartimenti intermedi, corrispondevano con l’arena per mezzo di una
serie di aperture rettangolari, muniti di bordi di pietra basaltica, sui
quali, a mezzo di cerniere, dovevano essere fissati robusti sportelli in
legno.
Il corridoio ellittico, che appare ora suggestivamente rischiarato dai
quadrati di luce che discendono dalle aperture dell’arena, viene a
fiancheggiare come unico lungo ambulacro, una serie di cellae basse ed
oscure disposte in due piani al di sotto del podio della cavea; sono
quaranta celle al piano inferiore (10 per ogni settore), ed altrettante al
piano superiore, disimpegnate queste da uno stretto corridoio di servizio
(di appena un metro di larghezza); lungo le pareti del corridoio
ellittico, ricorrono ad eguale distanza e ad eguale altezza, delle mensole
quadrate di pietra saldamente confitte nel muro, e che, evidentemente, non
servivano ad altro che a sostenere un assito di legno, parte fisso e parte
mobile: infine, in corrispondenza delle cellae, si aprono altrettante
botole a traverso il piano dell’arena. Le cellae del piano superiore
erano indubbiamente destinate a contenere, chiuse in apposite gabbie, le
fiere destinate agli spettacoli dell’arena; fatte scorrere le gabbie per
mezzo di ruote dalla cella all’assito in legno sorretto dalle mensole,
venivano issate e sollevate con un semplice giuoco di carrucole o di
contrappeso, fino al piano dell’arena a traverso la botola; la belva,
aperta con un congegno di leve la porta della gabbia, balzava
improvvisamente dal tenebrone dei sotterranei alla gran luce dell’arena,
ove dune sabbiose e palmizi simulavano a volte il paesaggio africano.
La presenza di un canale dell’acquedotto campano che
viene a sboccare nel braccio nord del corridoio trasversale dei
sotterranei, e la speciale conformazione di questo canale, lasciano
supporre che l’arena dell’Anfiteatro puteolano, quando non erano
ancora costruiti gli attuali sotterranei, fosse destinata, come un immenso
bacino di carenaggio, per spettacoli naumachie; l’acqua, data l’altezza
dell’acquedotto, doveva raggiungere il livello del corridoio delle
cellae dell’ordine superiore, e poteva essere smaltita a spettacolo
compiuto, per mezzo della grande fogna che passa al di sotto dei corridoi
e che serviva anche per smaltire le acque piovane. Ma dare spettacoli di
naumachie entro l’arena di un anfiteatro, in una regione ricca di golfi,
di porti e di laghi, tutti più o meno scenograficamente disposti, era un
non senso; e l’arena ebbe così nel II secolo il suo stabile e
monumentale apprestamento per combattimenti e cacce di fiere.
(Per la rampa del lato occidentale, si risale dai
sotterranei al piano dell’arena e al portico esterno; passando invece
per le cosiddette prigioni, si sbocca presso il vestibolo del grande
ingresso del lato meridionale).
Sommella Paolo - "Forma e Urbanistica di
Pozzuoli " in " Puteoli, Studi di storia antica" vol. II.
Pozzuoli, 1978
37. Anfiteatro maggiore
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A parte le approfondite schede del Dubois e del Maiuri, cui si
rimanda per una base descrittiva, l’anfiteatro puteolano non ha
ancora una pubblicazione integrale e definitiva nonostante si
tratti di uno dei meglio conservati in Italia, terzo per grandezza
dopo il Colosseo e quello di Capua. La data di costruzione in età
flavia è riportata su un’iscrizione che ricorda anche il
finanziamento da parte della città (Colonia Flavia Augusta
Puteolana Pecunia Sua). La scelta del luogo ne fa quasi un punto
focale nella topografia urbana collocandosi l’anfiteatro nella
zona di convergenza della viabilità proveniente dal suburbio con
quella ascendente dal portoed infine con la direttrice di accesso
al Foro. |
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Su tre ordini di alzato coronati da un attico
si svolgeva la cavea organizzata su tre praecinctiones: la
planimetria dell’ellissoide, diviso in cunei numerati, si
articola su tre anelli con il portico esterno che vide l’ambulacro
restringersi per un intervento successivo; vennero allora foderati
con montanti in laterizio gli originali piloni in opera quadrata
di piperno, soggetti a sollecitazioni superiori ai parametri di
resistenza del materiale.
I sotterranei che, perfettamente conservati sotto l’arena,
permettendo la ricostruzione degli originari sistemi di
sollevamento delle fiere dai carceres fino al piano-spettacolo, si
presentano con planimetria a corridoi cruciformi collegati da un
terzo che corre in coerenza con la curva della cavea. A differenza
dell’alzato esterno costruito nella tipica opera mista di
reticolato e laterizio del periodo flavio, i sotterranei
presentano una prevalenza di strutture laterizie: ciò ha fatto
pensare ad una duplicità di fasi con il nuovo intervento databile
verso la metà del II sec. d.C.
Tra le particolarità del monumento vanno notati il complicato
sviluppo dei canali sia di adduzione che di smaltimento delle
acque e la serie di cisterne e fontane: sembra comunque da
scartare una ipotesi del Dubois che ricollegava uno sbocco dell’acquedotto
campano a spettacoli di naumachie.(22)
Scavi recenti hanno documentato il perimetro esterno del complesso
con il sistema di tesamento del velarium e la viabilità di
raccordo alle zone urbane orientali. Rinvenimenti epigrafici
possono inoltre documentare la presenza in ambienti dell’anfiteatro
di sedi e sacelli di corporazioni e di associazioni (scabillari,
naviculariti). |
Bibliografia: DUBOIS, 315 ss.; Maiuri, Anfiteatro
Flavio, 15 ss.
Raffaele Adinolfi - Da "i campi flegrei nell’antichità"
- I due Anfiteatri, Il Teatro, Il Circo.
Pozzuoli, 1978
I due anfiteatri, il teatro, il circo.
Per la sua importanza commerciale ed il suo elevato
numero di abitanti, Pozzuoli fu, a quanto pare, l’unica città dell’Italia
antica, se si eccettui Roma, ad avere due anfiteatri. Ben poche città si
potettero vantare di possedere contemporaneamente due edifici di tal
genere: tra esse possiamo citare Aquincum (l’odierna Budapest).
Divodurum Mediomatricorum (Metz), carnutum, (Petronell), mentre a Vetera (Xanten)
c’erano due anfiteatri in legno.
L’anfiteatro, un edificio di forma ellittica destinato a ludi gladiatori
ed a venationes, cioè lotte tra gladiatori e cacce di belve, ha un’origine
piuttosto oscura; sappiamo, però, con largo margine di certezza, che è
da ritrovare nell’Italia meridionale, forse Capua, il suo luogo di
nascita. Resta comunque di fatto che l’anfiteatro fu una costruzione
tipica del mondo romano che dall’Italia si diffuse ben presto in tutto
il territorio dell’Impero, soprattutto nelle zone di frontiera, dove le
guarnigioni militari richiedevano svaghi e spettacoli per ammazzare la
noia di lunghi giorni in paesi barbari. Nato certamente per spettacoli
improvvisati durante i funerali di personaggi ragguardevoli, l’anfiteatro
primitivo fu costruito in origine da un’armatura lignea intorno ad uno
spazio ellittico; il primo anfiteatro sicuramente datato che troviamo
interamente costruito in pietra è quello di Pompei che risale all’80
a.C.
Nella sua forma più evoluta, l’anfiteatro romano è costituito da uno
spazio ellittico detta arena intorno a cui sorge, a forma di imbuto, l’area
destinata agli spettacoli, interamente costruita in muratura, in uno o
più piani. Quest’arena è divisa in tante sezioni dette moeniana
separate dall’arena da un podio e divise tra di loro da tanti passaggi
aperti detti praecinctiones. I vari ordini di moeniana, l’uno
sovrastante all’altro, erano divisi da muri detti baltei che
costituivano l’elemento di separazione tra le varie classi sociali che
frequentavano gli spettacoli. Sulla parte alta dell’anfiteatro correva
una galleria che era destinata alle donne; queste, infatti, secondo un
ordine di Augusto, erano ammesse soltanto nella parte alta dell’edificio.
Le ultime file, poi, erano destinate all’infima plebe.
L’afflusso degli spettatori nell’anfiteatro era regolato da un
complesso sistema di vie, di corridoi, che permettevano alla folla di
raggiungere il posto stabilito. Indispensabili all’anfiteatro erano
spogliatoi, sale di combattimento, gabbie per le fiere, stanze per i
macchinari. Gli spettacoli dell’anfiteatro divennero così popolari
presso la plebe romana, che l’assistere ad essi era preteso come un
diritto ed i ricchi che volessero conquistarsi il favore popolare facevano
a gara nell’offrire a proprie spese spettacoli grandiosi, come lotte e
cacce con belve esotiche e perfino battaglie navali nell’arena all’uopo
allegata.
La forma dell’anfiteatro romano sopravvive ancora nelle plazas de toros
della Provenza e della Spagna.
Il più antico dei due anfiteatri puteolani si trova a via Solfatara,
proprio là dove passa il ponte delle Ferrovie dello Stato; esso fu
scoperto durante i lavori di sterro per la costruzione della ferrovia
Roma-Napoli. Per cause tecniche, non fu possibile deviare il corso dei
binari e l’edificio dovette così essere tagliato in due dalla trincea
ferroviaria. Di esso restano alcune arcate in discreto stato di
conservazione, parzialmente occultate da qualche annoda una costruzione,
una larga porzione di un corridoio nella parte nord ed altri pochi resti
riconoscibili dalla trincea ferroviaria e negli orti circostanti. Fu
merito dello Spinazzola (2)
averlo riconosciuto, mentre il Dubois, pur sapendo che Pozzuoli ebbe due
anfiteatri, fu ingannato dalla forma delle rovine e le credette quelle di
un teatro. La datazione di questo edificio è piuttosto alta; ad ogni
modo, esso è certamente di età repubblicana, tra l’età di Silla e
quella di Cesare.
Di età Flavia, invece, è la costruzione del nucleo principale dell’altro
ben noto anfiteatro che è uno dei monumenti più famosi di Pozzuoli ed
uno dei più importanti e meglio conservati del mondo romano. Se è vero
che la decadenza economica di Pozzuoli inizia proprio in questo periodo,
è altrettanto vero che occorsero dei decenni per manifestarsi, e Puteoli,
sotto il regno di Vespasiano, poteva ben vantarsi di costruire a proprie
spese questo grandioso edificio in cui numerose furono le innovazioni
tecniche e stilistiche.
D’altro canto, è significativo il fatto che proprio sotto Vespasiano
sia stata iniziata la costruzione di un secondo anfiteatro a Pozzuoli:
sappiamo infatti che fu proprio per concessione di questo imperatore che
il territorio di Pozzuoli si ingrandì di una larga parte del territorio
meridionale di Capua e che cosi la sua popolazione aumentò sensibilmente.
Che il primo anfiteatro fosse già troppo piccolo per la popolazione
puteolana, la sappiamo da un passo dello storico Svetonio che nella Vita
di Augusto (S44) dice che quest’imperatore dovette disciplinare con
legge le precedenze nei pubblici spettacoli. Infatti, erano tanto
frequentati e famosi (celeberrimi - dice Svetonio) i giochi che si
svolgevano nell’anfiteatro di Pozzuoli, che un senatore romano non
riuscì ad entrare per assistere ad uno spettacolo. L’ingiuria toccò l’imperatore,
che da quel tempo riservò ai magistrati i posti migliori in tutti gli
spettacoli teatrali.
La descrizione di questi due edifici dal punto di vista tecnico e
strutturale ci pare superflua in questa sede: basti sapere che le
dimensioni dell’edificio minore sono di m. 130 x m. 95 circa, mentre
quelle dell’anfiteatro di età flavia sono m. 149 x m. 116. Quest’ultimo,
per le sue dimensioni, è da considerarsi il terzo del mondo romano, dopo
il Colosseo e l’anfiteatro di Capua; indubbiamente è il meglio
conservato nella parte sotterranea, che è stata completamente riportata
alla luce e svuotata dei detriti degli scavi precedenti soltanto in età
recente. Da alcuni anni è stato iniziato un ampio lavoro di restauro,
soprattutto nella cavea, che al presente non è stato ancora completato.
La coesistenza di due anfiteatri a Pozzuoli portò, a quanto pare, ad una
differenziazione nel genere di spettacoli. Da un importante reperto del IV
sec. d.C., il Vaso di Odemira, apprendiamo che il primo anfiteatro era
dedicato agli spettacoli gladiatori, mentre quello flavio era più
specificamente adatto alle grandiose venationes con belve esotiche: tigri,
leoni, orsi, di cui Pozzuoli era la più importante importatrice del mondo
romano.
Che l’anfiteatro flavio fosse particolarmente attrezzato per le cacce
alle belve lo dimostrano le numerose celle destinate a contenerle ed i
complessi meccanismi (riconosciuti e ricostruiti dal Dubois) per sollevare
gli animali fino al piano dell’arena. Nell’anfiteatro furono
condannati ad essere divorati dalle belve i cristiani Sosio, Gennaro,
Festo, Desiderio, Procolo, Acuzio, Eutichete durante il IV editto di
persecuzione del quinto anno di consolato di Costanzo e Massimiano (305
d.C.). Per l’assenza del governatore della Campania, il supplizio fu
tramutato in quello della decapitazione che avvenne nei pressi della
Solfatara, là dove sorge la chiesa di S. Gennaro.
Stefano De Caro, A. Greco - Campania. Bari, 1981
L’Anfiteatro Flavio.
Esplorato dal 1839 al 1845, e poi ancora tra il 1880 e
il 1882, l’edificio è stato completamente liberato dalla terra solo nel
1947. Esso si leva tra l’altura della solfatara e il monte Gauro, là
dove confluivano le principali vie della regione, la Domitiana, la Campana
e l’Antiniana, nonché i prolungamenti delle strade della bassa.
Divenuto ormai insufficiente il vecchio anfiteatro repubblicano(vedi
altre) per la crescita della popolazione, la città, che da poco si
fregiava del nuovo status di Colonia Flavia Augusta, ricevuto a
testimonianza della benevolenza di Vespasiano (assieme alle terre di Capua)
per essersi schierata con lui contro il rivale Vitellio, decise di
costruirne uno nuovo, adatto allo sviluppo che aveva avuto e che contava
ulteriormente di proseguire. L’iscrizione, apposta ad ogni ingresso
della nuova costruzione, Colonia Flavia Augusta/ Puteolana pecunia sua
("La Colonia Flavia Augusta Puteolana costruì a sue spese") e
nella sua brevità orgogliosamente espressiva. E in realtà il nuovo
anfiteatro, costruito in opera reticolata e laterizio, era veramente
grandioso; lungo 149 metri e largo 116, capace di almeno 20.000
spettatori. Era inferiore, in Italia, solo al Colosseo e a quello di Capua.
L’edificio si articolava all’esterno su tre ordini architettonici,
coronati in alto da un attico, così come altri grandi anfiteatri, quali
ad esempio il Colosseo o l’Arena di Verona. Tutt’intorno una platea di
lastroni di travertino, rialzata di un gradino dal livello stradale,
formava il piano di un portico ellittico, che circondava tutto l’edificio.
Da questo portico, originariamente costituito da pilastri di pietra ornati
da semicolonne e in un secondo momento irrobustito da pilastri di
laterizio, si accendeva ai veri e propri ingressi dell’edificio: quattro
maggiori, disposti all’estremità degli assi, e dodici altri secondari,
distribuiti tutt’intorno a facilitare l’accesso e il deflusso della
grande massa di spettatori. Dal portico esterno partivano invece venti
rampe di scale, che permettevano di raggiungere la terza precinzione,
cioè il settore più alto di gradinata, sia salendo direttamente ai
vomitori sia sboccando alla galleria del piano superiore, e da questa
passando ai rispettivi vomitori.
Dallo stesso portico esterno gli spettatori della seconda e della prima
precinzione raggiungevano il loro posto portandosi fino all’ambulacro
intermedio, e di qui salendo gli uni per otto ampie scale, gli altri per
delle facili rampe. Ancora alla seconda precinzione si poteva accedere
mediante scale dai fornici intermedi dei quattro ingressi maggiori.
Riservato al servizio era il corridoio più interno, che corre tutt’intorno
sotto il podio dell’arena, con varie porte di uscita su di essa, e che
si apre sul lato meridionale in un ambiente a emiciclo destinato forse al
culto imperiale o delle divinità protettrici dei giochi. Altri sacelli e
luoghi di riunioni furono ricavati nelle arcate sotto la cavea lungo l’ambulacro
del portico esterno: nell’arcata I era un podio per statue e una
decorazione pavimentale in marmo dovuta - secondo un’iscrizione sul
pavimento stesso - a Caio Stnicio Trofimiano; nell’arcata si conserva
parte della decorazione in stucco della volta; nell’arcata X un’iscrizione
musiva menziona l’associazione degli scabillarii; un’altra, la cui
collocazione originaria è incerta, ricorda quella dei navicularii.
La grande cavea era, come si è accennato, divisa in tre precinzioni: la
prima, subito al di sopra dell’alto muro di protezione dell’arena,
comprendeva otto linee di gradini, la seconda da sedici, la terza
quindici; al di sopra di quest’ultima, correva tutt’intorno un portico
con colonne marmoree decorate, come la loggia dell’attico soprastante,
da un gran numero di statue, la maggior parte delle quali come la massima
parte degli elementi architettonici marmorei, finì nei forni per calce
medievali. Solo un gruppo, già predisposto per la fornace, fu rinvenuto
integro; di esso fanno parte una statua loricata di Traiano e una ritenuta
di Marciana sua moglie, un’altra statua loricata e una figura di
telamone. Se le strutture in alzato dell’edificio, esposte alle
devastazioni e allo spoglio, sono andate in gran parte irrimediabilmente
rovinate, ben conservate restano invece quelle che, come gli ambulacri e i
sotterranei dell’arena, finirono per essere sotterrate e protette dai
materiali alluvionali e dalle ceneri eruttate dalla vicina solfatara.
Di particolare interesse è la disposizione dei sotterranei dell’arena,
cui si accede da due ripide rampe dell’asse longitudinale; perfettamente
conservati, essi permettono di comprendere chiaramente il funzionamento
degli impianti di sollevamento indispensabili allo svolgimento delle
grandi venationes (spettacoli di caccia con bestie feroci). Qui venivano
stipate, nei giorni precedenti i ludi, le gabbie delle fiere e tutto
quanto (macchine, attrezzi) era necessario allo svolgimento dei giochi. La
pianta del sistema è piuttosto semplice: due corridoi rettilinei posti
lungo gli assi maggiore e minore e incrociantisi al centro, e un ambulacro
ellittico lungo il muro dell’arena. I quattro settori che ne risultavano
erano compartimentali in ambienti comunicanti tra loro. La grande fossa
lungo l’asse maggiore (media via), lunga m. 43, era adibita all’allestimento
delle grandi scenografie che, sollevate di colpo al centro dell’arena,
suscitavano l’entusiasmo del pubblico; il corridoio anulare e le
comunicazioni minori erano invece muniti, al piano dell’arena, di grande
bocche quadrate di pietra, chiuse da botole di legno attraverso le quali
si sollevano le gabbie delle fiere, fino al quel momento ospitale - come s’è
detto - nelle celle disposte lungo l’ambulacro.
Come il Colosseo e altre arene anfiteatrali, anche questa puteolana è
legata alla tradizione del martirologico cristiano. Così, secondo una
tarad tradizione formatasi tra la fine del VI e gli inizi del VII sec.
d.C., nell’aprile del 305, in ottemperanza al quarto editto di
persecuzione promulgato da Costanzo e Massimiano, vi furono condotti per
patire il supplizio delle belve Sosso, diacono di Miseno, Gennaro, Vescovo
di Benevento, il diacono Festo, il lettore desiderio, Procolo, diacono di
Pozzuoli, e i due laici Eutiche e Acuzio. Sospesa l’esecuzione per l’assenza
del governatore della Campania, ebbero la pena commutata nella
decapitazione, eseguita nei pressi della solfatara. Le reliquie di
Gennaro, traslate a Napoli nel corso del secolo, vi divennero oggetto del
principale culto cristiano della città, così come quelle di Procolo a
Pozzuoli.
In età medievale l’anfiteatro divenne, come gli altri edifici simili in
tutt’Italia, una cava di pietra: gran parte del rivestimento del
prospetto esterno, in blocchi squadrati di trachite locale, fu divelta,
quasi tutti i pilastri del portico esterno demoliti, e sullo scheletro
dell’edificio s’impiantarono case rustiche e masserie.
Nei pressi dell’anfiteatro Flavio, quasi di fronte all’ingresso sull’asse
minore meridionale è una fontana, costituita da un ambiente a pianta
rettangolare con un grande abside semicircolare nella parete di fondo; al
centro di essa sono due grossi contrafforti. La vasca è chiusa da un
muretto parzialmente conservato, ed è provvista di canale di scolo. Del
pavimento marmoreo della vasca si conservano solo scarsi resti, insieme a
tracce del rivestimento, pure marmoreo, dello zoccolo. La cronologia, per
la tecnica muraria adoperata, è da porsi negli stessi anni dell’anfiteatro,
o forse in epoca leggermente posteriore. Nei pressi si rinvenne, durante
lo scavo, un mascherone di marmo con protome leonina, probabilmente da
interpretare come bocca di fontana.
AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico.
A cura del Progetto Eubea. Marsilio
Editore, Napoli 1990.
Le fiaschette vitree puteolane
Documenti particolarmente interessanti per la
ricostruzione dell’antica topografia di Pozzuoli sono alcune fiaschette
vitree, di piccole dimensioni, rinvenute in diverse zone dell’impero
romano: datati tra la fine del III sec. e il IV sec. d. C., questi
vasetti, di produzione artigianale puteolana e di uso incerto
(probabilmente souvenirs per i viaggiatori), sono incisi con
rappresentazioni dell'antico sinus Puteolanus (in particolare Puteoli
e Baia). Di questa serie di vasetti solo tre sono dedicati esclusivamente
a Puteoli: quelli cosiddetti di Odemira, Praga e Pilkington, dal
luogo dove furono ritrovati o sono oggi conservati.
| Fiaschetta vitrea della serie Puteoli, di provenienza
incerta. Praga, Museo Nazionale. Riproduzione grafica della
decorazione. |
| Fiaschetta vitrea della serie Puteoli, da Odemira
(Portogallo). Riproduzione grafica della decorazione. Il vaso, già
custodito presso l’Accademia delle Belle Arti di Lisbona, fu
trafugato alla fine del XIX sec. |
Le illustrazioni, che si snodano intorno al corpo del
vaso, risultano composte secondo il punto di vista di chi giungeva in città
dal mare: gli edifici, privi di prospettiva, si articolano su tre livelli,
ad indicare i terrazzamenti digradanti verso il mare su cui sorgeva la
città stessa.
Il campo visivo è dominato, al centro, dalla imponente mole di un tempio
con tetto a spioventi, che, con la colossale statua posta al suo interno,
è stato identificato ora con un tempio destinato al culto imperiale, ora
con il tempio di Serapide. La sua posizione di rilievo induce a credere
che il tempio in questione rimandi a quello cosiddetto <<di
Augusto>>, sull’acropoli dell’antica Pozzuoli (oggi Rione
Terra): in primo piano giungendo a Puteoli dal mare, esso è,
infatti, iconograficamente riportato in posizione centrale a ribadire la
condizione di spicco del monumento più alto della città. All’estrema
destra del tempio, il porto è rappresentato dal caratteristico molo su
arcate con le due colonne onorarie (che racchiudono l'iscrizione PILAE/PILAS)
e gli archi trionfali con quadrighe trainate da tritoni e ippocampi.
Nell’area adiacente, a sinistra il Vaso di Odemira ribadisce la presenza
delle strutture portuali con la scritta RIPA, mentre le fiaschette
di Praga e di Pilkington includono nello stesso campo il centro
commerciale di Puteoli: l’emporium, riconoscibile dalle
iscrizioni INPURIU (Vasetto di Praga) e INPU (Vasetto di
Pilkington), è infatti collocato a livello del mare, nei pressi dello
scalo portuale, in relazione al SACOMA(RIUM) del Vasetto di Praga,
l’antica pesa pubblica.
Il passaggio dalle strutture proprie della città bassa ai monumenti delle
terrazze superiori è costituito dalla raffigurazione del Teatro:
realizzato come un semicerchio sorretto da muri e arcate, l’edificio è
posizionato in quota, alle spalle dell’emporio, non lontano dalla zona
del Foro.
Quest’ultima, infatti, è indicata (ad eccezione del Vaso di Odemira)
dalle iscrizioni STRATA POS(T) FORU(M) - Vasetto di Praga - e FORU(M)
POS(T) FORU(M) - Vasetto di Pilkington - situate sui colonnati del
livello superiore.
L’estrema sinistra dell'intera veduta, infine, è occupata dagli
Anfiteatri e dallo Stadio. Un’immagine circolare con sostegni
simmetricamente organizzati e, al di sopra, una costruzione di forma
ellittica indicano, nei Vasi di Praga e di Pilkington, la posizione
dell’Anfiteatro Maggiore rispetto a quella dello Stadio. Sul Vaso di
Odemira, però, la mancanza di didascalie e la conformazione arrotondata
dell'edificio superiore hanno spesso determinato l'identificazione della
struttura in questione con quella dell'Anfiteatro Minore.
Comune alle tre fiaschette vitree è l’iscrizione SOLARIU(M),
inserita nel settore superiore: una meridiana o, meglio, una terrazza con
funzione di solarium sembra l’identificazione più appropriata per una
struttura architettonica che, nel Vaso di Odemira, è posta in relazione
diretta con un complesso termale. Infatti l’indicazione adiacente THERMEAANI,
per quanto di lettura problematica e controversa, può fare riferimento a
qualcuno di quegli edifici termali che, in larga scala, sono attestati
nell’antica Puteoli.
Dalla Solfatara, proseguendo lungo la via provinciale
S. Gennaro, si entra nell'abitato di Pozzuoli. Sulla destra si
erge l'imponente mole dell'anfiteatro maggiore (cosiddetto Anfiteatro
Flavio).
Imboccata via Terracciano, pochi metri prima dell'ingresso all'anfiteatro
si incontrano, sulla sinistra, i resti di una fontana-ninfeo databile al
II sec. d.C. Ben conservati sono parte dell'emiciclo in opera laterizia
(originariamente rivestito in marmo), un tratto del muro di contenimento
della vasca e la canaletta in marmo per lo scolo delle acque. Accanto ad
essa, si riconoscono ancora alcuni basoli della strada antica che
disimpegnava gli ingressi dell'anfiteatro maggiore.
L’anfiteatro maggiore
|
Rimasto sempre in vista durante il medioevo,
l'Anfiteatro Maggiore fu usato a lungo come cava di pietre da
costruzione e sistematicamente spoliato, subendo sorte analoga a
quella del Colosseo. Come il grande anfiteatro romano, anche
quello flegreo fece da sfondo alle persecuzioni anticristiane: in
particolare fu testimone del martirio del vescovo Gennaro e del
puteolano Procolo, poi divenuti rispettivamente patroni delle
città di Napoli e Pozzuoli. Col tempo sull'edificio vennero
erette case e masserie e, nel 1689, anche una piccola chiesa
dedicata a S. Gennaro; la chiesetta fu sconsacrata e distrutta nel
1837, quando sotto Ferdinando II di Borbone fu disposto lo sterro
del monumento, che durò circa un secolo. Fra il 1839 e il 1845
l'architetto Bonucci liberò gran parte dei sotterranei; in
successive campagne, E. Ruggiero (1850-1855) e G. Fiorelli
(1880-1882) riportarono alla luce l'arena e parte dei passaggi
radiali. L'opera fu completata tra il 1926 e il 1947 da A. Maiuri,
cui si deve anche il primo studio scientifico dell'edificio.
Comunemente il monumento viene collocato in età flavia per la
presenza di un'iscrizione apposta in quattro copie su ciascuno
degli ingressi principali: COLONIA FLAVIA AUGUSTA PUTEOLANA
PECUNIA SUA. Nella sua incisività, l'iscrizione appare
chiarissima: la città, onorata dall'imperatore del titolo di Colonia
Flavia Augusta [ha costruito] a proprie spese. L'oggetto
dovrebbe essere, secondo l'interpretazione più ovvia,
l'anfiteatro stesso.Tuttavia, in base a recenti ritrovamenti
epigrafici, si può proporre una datazione neroniana
dell'edificio, che per di più risulta estremamente coerente con
l'impianto urbanistico neroniano della città; inoltre, anche
l'uso dell'opera reticolata in alcuni punti dell'edificio potrebbe
confermare una datazione anteriore all'epoca flavia. Dunque deve
essere questo l'anfiteatro puteolano in cui, nel 66 d.C., si
celebrarono i grandiosi giochi in onore di Tiridate, re
dell'Armenia,ricordati da Dione Cassio. |
 |
All'età flavia potrebbe essere
ascritto, invece, il completamento della costruzione e della
decorazione, cui farebbe riferimento l'iscrizione apposta sugli
ingressi (va ricordato che la menzione del nome di Nerone era
proibita per la sua damnatio memoriae). Altri restauri
vennero eseguiti nel II secolo d.C.: furono modificati i
sotterranei, costruiti interamente in opera laterizia, e il
porticato esterno.
L'edificio, terzo in Italia per dimensioni (m. 149x116) dopo il
Colosseo e l'anfiteatro di Capua, poteva contenere circa 20.000
spettatori.
Pozzuoli, Anfiteatro Maggiore. Pianta (da A.
Maiuri, 1955, rielaborata in J.C. Golvin, 1988). |
La costruzione si elevava su tre ordini: i primi due,
ad arcate, sostenevano la cavea suddivisa in tre settori, summa, media e
ima; l'ultimo si presentava all'esterno 89 come un alto loggiato, con un
muro continuo finestrato e coronato da statue.
L'intero perimetro era percorribile a piano terra mediante tre ambulacri
concentrici, collegati tra loro da ambienti disposti radialmente. Il
percorso più esterno si sviluppava sotto le arcate di un portico su
pilastri, decorati all'esterno da semicolonne addossate. Dei due ambulacri
interni, uno era riservato al pubblico e correva nella zona mediana
dell'edificio, l'altro era destinato al personale di servizio ed era posto
dietro il podio lungo il perimetro dell'arena.
In corrispondenza del secondo ordine di arcate, al primo piano, era una
galleria, anch'essa percorribile lungo tutto il perimetro dell'edificio.
Quattro ingressi principali a tre fornici erano situati alle estremità
degli assi maggiore e minore. Un'articolata rete di corridoi assicurava,
inoltre, numerosi percorsi interni per gli spettatori e consentiva nello
stesso tempo gli spostamenti del personale di servizio, talvolta con
l'espediente di utilizzare con doppia funzione lo stesso passaggio.
I sotterranei (perfettamente conservati) si sviluppano secondo due assi
perpendicolari, individuati dai due corridoi principali e collegati tra
loro da un unico ambulacro anulare. All'esterno dell'anfiteatro era una
platea pavimentata a lastre di pietra e cinta da una cancellata.
Sostando in prossimità dell'ingresso moderno si può osservare l'entrata
principale ovest con ingresso a tre fornici. In quello centrale, così
come all'entrata sul lato opposto, una rampa in discesa immette nel
corridoio longitudinale dei sotterranei. Il percorso carrabile veniva
utilizzato per il trasporto delle attrezzature necessarie allo svolgimento
degli spettacoli. Ma prima dell'inizio delle rappresentazioni l'apertura
di queste rampe veniva chiusa con un tavolato affinché gli ingressi
potessero essere utilizzati dal pubblico. Superato il cancello moderno,
dopo la biglietteria, si percorre un vialetto che costeggia l'anello
esterno dell'anfiteatro, dove è attualmente collocato il lapidario
flegreo.
Sulla sinistra è il porticato con i pilastri e le semicolonne costruiti
in blocchi di piperno; i pilastri sono posti in corrispondenza delle
testate dei muri radiali anch'esse rivestite da blocchi di piperno. Nel II
secolo d.C., per evidenti motivi statici, l'anello esterno venne
rinforzato con l'aggiunta di altri pilastri in opera laterizia,
restringendo così notevolmente lo spazio interno del portico, che in
questa occasione venne interamente ridipinto.
Dall'anello esterno e dall'ambulacro interno nella zona mediana si
diramava la rete di percorsi per l'accesso alla cavea. Le gradinate erano
suddivise in tre settori da tre precinzioni interne e in cunei numerati:
nel lapidario sono ancora conservati numerosi frammenti epigrafici con
l'indicazione CVN (abbreviazione di cuneus) seguita da un numero. Come
avviene attualmente, i posti erano di maggiore o minore pregio in rapporto
alla distanza dall'arena: quelli più vicini erano riservati ai senatori e
ai cavalieri romani, oltre che ai magistrati e sacerdoti cittadini.
La parte più alta, summa cavea, si poteva raggiungere dal piano stradale
esterno mediante rampe di scale. In totale erano previsti ventotto accessi
di questo tipo, collocati in ciascuno dei quattro settori dell'anfiteatro
in modo speculare. I passaggi erano così suddivisi: otto portavano dal
portico esterno direttamente alle uscite sulla cavea nel livello più
alto, i vomitoria (visibile nella quinta arcata dall'ingresso
occidentale); dodici doppie rampe, sempre partendo dal portico esterno,
salivano fino alla galleria del primo piano e di qui ai vomitoria
(visibile nella decima e nell'undicesima arcata dall'ingresso
occidentale); otto rampe partivano, invece, dall'ambulacro interno e
salivano fino alla galleria al primo piano, da dove poi con le altre scale
si poteva salire al livello superiore.
Gli accessi ai settori più bassi della cavea erano distribuiti solo lungo
l'ambulacro interno. La media cavea era servita da quattordici scale,
situate ai lati dei fornici degli ingressi principali e simmetricamente in
ciascuno dei quattro settori. L'ima cavea si poteva raggiungere
percorrendo dodici corridoi in discesa oppure quattro scale situate ai
lati dei fornici sull'asse longitudinale. Dall'ambulacro di servizio più
interno ancora, due scale, poste in corrispondenza dei fornici sull'asse
trasversale, consentivano il passaggio verso quest'ultimo settore della
cavea.
Alcuni ambienti radiali aperti sul portico esterno furono adibiti a
scholae, vale a dire sedi di associazioni e collegia professionali. In
taluni casi venne utilizzato anche lo spazio tra le arcate così da
interrompere la continuità del percorso esterno. Di queste sale oggi
restano poche tracce.
Continuando a percorrere il viale lungo l'anello esterno, si giunge
all'ingresso intermedio sud. Esso presenta tre passaggi paralleli con
arcate su pilastri (si conservano le basi dei pilastri, lo zoccolo in
marmo e l'elevato dei muri perimetrali in opera laterizia).
Procedendo in direzione est (nella prima arcata dopo l'ingresso) sono i
resti del sacello decorato da Gaio Stonicio Trophimiano, identificato per
il ritrovamento in sito dell'iscrizione pavimentale di dedica. Il sacello
era rivestito di marmi, ora perduti, e decorato da numerose piccole statue
(rinvenute durante gli scavi). Ancora oltre (nella decima arcata
dall'ingresso meridionale) era una sede degli Scabillarii, una
corporazione di musicanti connessa alle attività teatrali, il cui
collegio è stato ritrovato nell'attuale via Marconi. All'esterno, tra i
pilastri laterizi, sono i resti del pavimento a mosaico nel quale era
l'iscrizione che, anche in questo caso, ha permesso l'identificazione.
In prossimità dell'ingresso est si può osservare la sistemazione della
platea esterna con la recinzione, separata con un gradino dalla strada
basolata di disimpegno dell'anfiteatro. In questo punto si conservano
alcuni dei pilastrini di sostegno con scanalature laterali dove venivano
fissate le griglie della cancellata.
Raggiunto l'ingresso principale est, si può entrare nell'arena (il
passaggio è nel primo fornice a sud). Ci si trova in questo punto
sull'asse longitudinale dell'anfiteatro e da qui si può avere una visione
d'insieme dell'arena e della cavea.
L'arena è attraversata al centro dalla fossa scenica, un'apertura
verticale che raggiunge il livello dei sotterranei sottostanti, dove in
corrispondenza era la media via, uno dei due passaggi principali. Queste
strutture permettevano di sollevare dal basso gli scenari dipinti che
dovevano animare i giochi nell'arena.
L'apertura superiore poteva anche essere chiusa con un tavolato, quando
fosse necessario ricostituire un piano uniforme. Nello stesso modo
venivano sollevate dal basso le gabbie con le fiere o altre attrezzature
sceniche necessarie all'ambientazione dei combattimenti. I passaggi dai
sotterranei erano predisposti con botole quadrangolari di piperno,
collocate sul piano pavimentale dell'arena. Sui bordi delle botole si
possono vedere gli alloggiamenti delle cerniere per il tavolato di
chiusura e, all'esterno, una serie di piccole aperture quadrate (oggi
chiuse con blocchetti di tufo). In queste aperture erano infissi pali,
lunghi tanto da raggiungere il livello dei sotterranei. Sull'arena i pali
formavano una sorta di recinto di protezione per gli spettatori e
soprattutto per il personale di scena, nei sotterranei fungevano, invece,
da sostegni per le gabbie.
La prima precinzione dal basso racchiudeva otto file di gradini, la
seconda sedici e la terza quindici. La cavea era sovrastata da un portico
colonnato adorno di statue, del quale non si conserva in posto alcun
elemento. Si possono osservare i tre ordini di vomitoria, in relazione con
i percorsi descritti in precedenza, e una fila di finestre che illuminava
l'ambulacro interno, collocate tra la media e la summa cavea. Ai lati di
questo ingresso principale, come anche di quello simmetrico a ovest, si
trovano le rampe di accesso al sotterranei.
L'interesse dell'anfiteatro puteolano è in buona parte dovuto al perfetto
stato di conservazione del livello sotterraneo. La disposizione delle
strutture consente, infatti, di comprendere il funzionamento delle
macchine sceniche che venivano utilizzate per l'allestimento degli
spettacoli: scenari e gabbie, come si è detto, nonché gli argani che
servivano per sollevare tutto ciò fino al livello dell'arena.
La disposizione interna è semplice, ma estremamente funzionale. Lo spazio
utilizzato corrisponde grosso modo a quello dell'arena soprastante e
risulta suddiviso in quattro porzioni dai due corridoi principali. In
corrispondenza del muro perimetrale dell'arena è un corridoio ellittico,
sul quale si affacciano numerosi piccoli ambienti dove erano sistemate le
gabbie per le fiere. Sulla verticale del corridoio sono le botole disposte
lungo il perimetro dell'arena. Al momento dello spettacolo gli animali
feroci venivano fatti uscire dalle loro celle e entrare in gabbie che poi
erano sollevate verso l'alto fino all'arena.
Nei sotterranei è visibile anche parte degli impianti idrici
dell'anfiteatro. L'edificio era, infatti, dotato di un complesso sistema
di canalizzazione che convogliava le acque in una fogna centrale collocata
sotto il piano dell'arena. Fontane alimentate da cisterne erano disposte
negli ambienti radiali lungo il perimetro esterno, per soddisfare alle
necessità del pubblico e garantire la manutenzione.
Dall'Anfiteatro maggiore si percorre il lato sinistro di via Terracciano;
qui, al civico 36, si accede a un viottolo in fondo al quale è un piccolo
parco privato in proprietà Lubrano, in cui si possono osservare i resti
delle Terme cosiddette di Nettuno. Questo nome nacque dalla loro errata
identificazione con il Porticus Neptuni di cui parla Cicerone.
Il lapidario dell’anfiteatro
Nel giardino d'ingresso e nei fornici dell'ambulacro
esterno dell'anfiteatro sono stati raccolti, a partire dagli anni '30,
molti dei materiali lapidei ritrovati in città e nel territorio puteolano:
si tratta di numerosi frammenti architettonici decorativi (cornici,
architravi capitelli, colonne, etc.), di circa 50 iscrizioni, in gran
parte sepolcrali, e di numerose sculture, alcune delle quali recuperate
dai fondali marini antistanti la città.
Presso la biglietteria sono visibili provenienti dall'area del foro, una
raffigurazione di divinità fluviale (che forse decorava una
fontana-ninfeo), adagiata sul fianco sinistro e databile al II sec. d.C.,
e una statua di togato, priva di testa. Quest'ultima era dedicata, con la
vicina base onoraria (nr. 1248), a Tannonius Chrysantius, patronus
di Puteoli negli anni 360-380 d.C., la cui influenza nella vita
cittadina dovette essere notevole, come testimoniano le statue erette nel
foro in onore suo, della moglie e del figlio, sia dal popolo che dal
senato cittadino. Di fronte a questa sono allineati una serie di frammenti
di decorazioni architettoniche e alcune are funerarie di liberti, databili
al II sec. d.C.; fra queste quella di Plautia Tertulla (nr. 10) e
di M. Laecanius Achillianus (nr. 13) provenienti dalla zona di
Croce Campana. A Quarto è stata invece rinvenuta la stele (nr. 9) di età
traianea del piccolo L. Annius Fortunatus che in una edicola mostra
il ritratto del defunto, un fanciullo paffuto, di fattura abbastanza
accurata. Nei pressi si trova un singolare altare di tufo dedicato alla
dea Cerere, recuperato nella Selva di Campiglione. All'inizio del l'antico
passaggio carrabile per i sotterranei dell'anfiteatro, sulla destra, si
trova una grandiosa ed elaborata trabeazione di età severiana,
proveniente da un tempietto rinvenuto in via Terracciano.
Davanti all'ingresso del giardino è posta la grande ara funeraria (del II
sec. d.C.), proveniente dalla località San Martino (nr. 100)), di M.
Claudius Trypho, augustale e commerciante in vasi d'argento. Seguendo
il viale, sulla sinistra si incontrano le are sepolcrali di Q.
Castricius Caulius Zosimus e di M. Annius Callistus e una
colonna miliaria (nr. 328), senza indicazione numerica delle miglia col
nome dell'imperatore Giuliano (361-363 d.C.), ritrovata in via Terracciano.
Lungo la via Campana fu rinvenuto il grande sarcofago posto nelle
vicinanze, con coperchio a doppio spiovente e acroteri angolari, databile
tra fine III-inizio IV sec. d.C. Sul fronte compaiono due amorini alati
con fiaccola abbassata, arco e faretra, disposti specularmente ai lati di
una tabella rettangolare anepigrafe a cornice doppia con motivo a graffa.
Accanto a una grande statua togata priva di testa è visibile la relativa
base onoraria (nr. 332) di Q. Flavius Maesius Egnatius Lollianus
Mavortius dedicatagli dal collegio puteolano dei decatrenses; essa,
insieme all'altra base onoraria (nr. 482, conservata nel fornice 60),
postagli dalla regio arae Lucullianae (un quartiere della aittà),
celebra l'illustre personaggio, patronus di Puteoli, che
aveva ricoperto nell'età di Costantino le maggiori cariche della carriera
senatoria. Nel fornice 59 sono collocati i frammenti delle grandi
iscrizioni che, affisse sugli ingressi principali dell'anfiteatro,
testimoniavano la potenza e la prosperità di cui godeva la Colonia Flavia
Augusta Puteolana alla fine del I sec. d C. Nello stesso fornice sono
anche i frammenti dell'iscrizione che la colonia di Puteoli pose
nell'anfiteatro a Sex(tus) Cornelius Repentinus, prefetto del
pretorio di Antonino Pio e Marco Aurelio. Fra i pilastri 59 e 60
dell'ambulacro esterno si trovano due basi equestri gemelle (nr. 473, 475)
erette fra il 324 e il 326 d.C. nel foro cittadino, dove furono ritrovate.
Esse, come spesso accadeva in quel periodo di decadenza economica, erano
di reimpiego, ossia erano già state usate per una precedente iscrizione
poi erasa. Quella di sinistra è dedicata da P. Aelius Proculus,
governatore (corrector) della Campania, all'imperatore Costantino;
quella di destra a suo figlio Crispo dal consularis Campaniae Iulius
Aurelianus. Dopo l'improvvisa condanna a morte di Crispo e la sua damnatio
memoriae nel corso del 326, il nome del principe fu, come si vede,
accuratamente cancellato. Accanto a questa base sono visibili: una
semicolonna miliaria (nr. 477) dell'imperatore Massenzio, recuperata a
Quarto e pertinente all'antica via Campana; e inoltre una singolare
iscrizione onoraria (nr. 476), di epoca assai tarda (fine IV sec. d.C.),
posta di reimpiego a cura di un tale Acerius dai Pabonenses
(probabili abitanti di un vicus Pavonis di Puteoli) i quali, a nome
del populus, si rallegrano della gloria del senato cittadino.
Nel fornice 60 un grosso frammento d'iscrizione (nr. 1169) ricorda lavori
di restauro e di abbellimento a un imponente edificio, probabilmente
dell'area forense, curati da un governatore della Campania tra la fine del
III e gli inizi del IV sec. d.C. Affianco, un'importante iscrizione
frammentaria (nr. 1170) ricorda un L(ucius) Cassius L(uci) f(ilius) Pal(atina
tribu) Cerealis che, pur essendo figlio di liberti, fu nell'età di
Nerone duoviro quinquennale (la massima carica della aittà) e primo
curatore delle opere pubbliche di Puteoli; in tale veste egli curò
anche la costruzione del nuovo anfiteatro per volontà delI'imperatore, il
cui nome fu però, in seguito, accuratamente eraso dall'iscrizione. Da
Cuma proviene invece la base (nr. 483) con dedica a Giove Flazo posta da
due personaggi di rango libertino, C. Pomponius Xystus e C.
Pomponius Agon. L'ara funeraria (nr. 173) con dedica di un centurione
della legione diciottesima Gemina, degli inizi del sec. d.C., fu
recuperata in località Toiano lungo l'attuale via Domiziana. In quei
pressi fu scoperto anche il coperchio di sarcofago a kline di
produzione microasiatica della metà del III sec. d.C, ora nel fornice 61.
Due coniugi vestiti di tunica e mantello sono rappresentati distesi sul
letto funebre. Alle estremità della kline sono due puttini e sul
fronte del coperchio alcune scene con amorini: a destra, due di essi sono
chini su un tino, uno sorregge un ebbro e altri due giocano con una ruota.
Sotto il fregio l'iscrizione ricorda L. Valerius Valerianus,
prefetto delle provincie unite di Mesopotamia e Osroene.
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Pozzuoli, Lapidario dell'Anfiteatro Maggiore.
Coperchio del sarcofago di L. Valerius
Valerianus |
Nel fornice 62, appoggiata al lato destro è la base (nr.
511) dedicata alla divinità nabatea Dusares, recuperata in mare di
fronte allo stabilimento Sofer, dove fu ritrovata anche la statua ora
appoggiata al pilastro dello stesso fornice, raffigurante il tipo della
Pudicitia. Esempio di scultura non finita essa costituisce, insieme ad
altro materiale scultoreo rifinito o solo sbozzato proveniente dalla
stessa zona, un'importante testimonianza della presenza di ateliers di
scultori attivi in epoca romana lungo la costa puteolana. Nel fornice 63,
recuperata in mare di fronte allo stabilimento Pirelli, è conservata la
base onoraria posta in onore dell'imperatore Adnano nel 121 d.C.
Nonostante la superficie marmorea sia stata fortemente corrosa dall'acqua
marina, si riesce a leggere la dedica, ma non completamente il nome del
vicus puteolano dedicante (probabilmente un vicus [Ann]ianus) che
eresse una statua all'imperatore, proprio in quegli anni in visita nelle
città campane. All'interno del fornice 66 sono conservati un torso
maschile e il corpo, privo della testa e delle zampe, di un cavallo,
provenienti dal foro della città. La statua, pertinente a un monumento
del II sec. d.C., venne riutilizzata in età costantiniana per un gruppo
equestre, da ricollegare probabilmente alle basi equestri site nei fornici
59-60. Addossato al pilastro del fornice 68 è una statua femminile di
grandi dimensioni, raffigurante una Musa, mentre all'interno del fornice
69, appoggiate alla parete di destra, sono alcune statue maschili e
femminili onorarie e di carattere funerario. Poco più avanti, una
Vittoria alata, probabilmente di età costantiniana, ritrovata in mare nei
quartieri sommersi della ripa puteolana.
BIBLIOGRAFIA
Paolo Antonio Paoli - Avanzi delle antichità esistenti
a Pozzuoli Cuma e Baja.
Napoli, 1768.
Amedeo Mauri - "I Campi Flegrei".
Roma, 1963.
Sommella Paolo - "Forma e Urbanistica di Pozzuoli
" in " Puteoli, Studi di storia antica"
vol. II.
Pozzuoli, 1978
Raffaele Adinolfi - Da "i campi flegrei nell’antichità"
- I due Anfiteatri, Il Teatro, Il Circo.
Pozzuoli, 1978
Stefano De Caro, A. Greco - Campania.
Bari, 1981
AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico.
A cura del Progetto Eubea.
Marsilio
Editore, Napoli 1990.
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Mario Cartaro - Ager Puteolanus - Roma 1584 |
Da Paolo Antonio Paoli - Avanzi delle antichità esistenti
a Pozzuoli Cuma e Baja.
Napoli, 1768.
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Incisione di Hendrik van Cleve, Puteoli,
1550 |
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Da Charles Dubois, Pouzzoles antique, Parigi 1907.
Ricostruzione dell’impianto di sollevamento degli animali. |
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Foto aerea planimetrica della zona. Datazione
fine anni ’60. |
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Foto 1: foto completa dell’anfiteatro, da
Nord a Sud.
Adinolfi Aldo, marzo 1983 |
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Foto 2: veduta parziale dell’arena, da
notare le modifiche delle grate.
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 3: Particolare delle opere di sostegno
degli ordini, il troncone di colonna si trova nei pressi dell’asse
maggiore dell’ellisse. La foto mostra anche le lesioni che la
struttura ha subito in seguito agli eventi sismici in corso.
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 4: Veduta della rampa di accesso ai
sotterranei dall’attuale ingresso.
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 5: Rampa di accesso alle grandinate
sul lato Sud - Ovest
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 6: Veduta dell’arena sull’asse
maggiore dell’ellisse:
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 7: Entrata Nord dell’arena.
Adinolfi Aldo, msggio 1983 |
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Foto 8: Anello esterna della struttura,
lato Sud. Da notare l’opera di restauro nell’aggancio tra
reticolato e laterizio.
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 9: Ambulacro esterno, lato Nord.
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 10: Sotterranei. Anello perimetrale
con le botole di immissioni all’arena e i carceres
articolati su due piani (a destra della foto)
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 11: corridoio di servizio delle carceras
superiori.
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 12: Sotterranei dell’anfiteatro, il
vuoto dell’arena lungo l’asse maggiore dell’ellisse
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 13: Passaggio trasversale dei
sotterranei dell’arena nel corridoio centrale.
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 14: corridoio sotterraneo tra l’asse
centrale ed il corridoio esterno.
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 15: Corridoio superiore che asservizia
le varie scale per la platea.
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 15: Veduta aerea della zona.
AEROMAPDATA 1996 |
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