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Anfiteatro Minore
Collegamento con Tabernae in via Vigna,
Tracce in opera reticolata
Lorenzo Palatino - Storia di Pozzuoli e Contorni. Napoli, 1826.
Sepolcreto di Adriano.
Poco lungi, ed all’est-nord dello anfiteatro esiste
una grandiosissima fabbrica, che da tal sito giunge fino alla già detta
strada di dentro Vigna, che termina da una parte in molti antichi
sepolcri.
L’edificio è di opera laterica, e reticolata, costruito a guisa delle
Mole dell’Imperator Adriano in Roma. Nella parte più bassa verso l’anfiteatro
presenta un frontespizio ad emiciclo, in cui si osservano alcune camere,
credute dal Padre Paoli essere state ad uso di racchiuderci le fiere da
introdursi nello anfiteatro ivi vicino: ma vi mancano le bocche de’
corridoi sotterranei per introdurvele, e tutt’altro da poter presentare
serraglio di fiere. Su questa fabbrica come base si alza un gran maschio,
o sia torre di altezza 38 in 40 palmi, col diametro di novecento palmi
circa; e perché dalla parte dell’anfiteatro nel restar molto in dentro,
questa torre non si ravvisa, perciò può osservarsene una parte da sopra
il piano della sottoposta fabbrica ad emiciclo, salendovi per una piccola
via che le resta di fianco; ed altro resto di sua circonferenza per le
masserie, che la fiancheggiano nella sinistra.
Alla parte opposta poi di dentro Vigna si osserva alla mano sinistra della
strada altra grandiosa diruta fabbrica di costruzione, resto della torre
medesima, le cui mura intermedie sono poste a raggi, siccome si ravvisano
negli anfiteatri. In tal luogo trovandosi il terreno più alto, che il
terreno verso l’anfiteatro; perciò la parte di torre costruita in tale
altura poggiava su’l livello della strada senz’altra fabbrica al di
sotto; ed ivi la muraglia della medesima restando rasente alla via
consolare che l’era davanti, facevale faccia, e prospettiva. Di questa
via pur ora se ne osservano da tratto in tratto andando più avanti per
dentro Vigna, per la Solfatara, e nello scendere al lago di Agnano molti
lunghi spezzoni.
Da questa parte di dentro Vigna si sale comodamente sulla torre, la quale
resta coperta dalla terra scorsavi da un suo lato per tutta la sua altezza
interna; e vi si è formata una masseria, che oltrepassa le quattro moggia
di terreno appartenente al Signor Varriale. Passeggiandovi intorno, si
osserva tutta intera la sua vasta precinzione.
In essa si ravvisa uno spezzone di corridojo non ha guari disgombrato
dalla terra che lo riempiva: questo deve essere circolare, sì per la
curvatura, che appena vi appare per la sua gran circonferenza, come pure,
che per essersene posteriormente scoperto altro spezzone consimile di
fianco con cui andava a riunirsi. Questo corridojo riceve il lume dalla
parte interna della torre da molte strette e alte finestre, l’una dall’altra
egualmente distante.
Discendendo dalla masseria per lo stretto di una piccola valle alquanto
precipitosa si scorge in fondo della medesima, fra sassi, spine, e dirupi
un maestoso portico appartenente alla fabbrica istessa .
In varj scavi fatti dal presidente per fabbricare, e piantarvi alberi si
sono trovati un capitello d’ordine Corintio, alcuni pochi frammenti di
marmi per fregi con rabeschi, e piccole figure in basso rilievo appena
visibili per essere molto degradati. Fra questi si sono rinvenuti puranche
tre frammenti di marmo con grandi caratteri mal formati; e perché le
poche lettere ivi incise sono simili, perciò i frammenti devono essere di
uno stesso marmo.
In uno frammento di questi vi sono restate le seguenti lettere - AE. I.
CAE; che potrebbero significare per le lettere mancanti, Nerv AE.
Imperator. CAEsar. Nell’altro frammento, al verso di sopra vi sono
restate le lettere NTO ANTOnius; ed al verso di sotto Imperator.
Sparziano ci dà memoria, che morto Adriano in Baja fu sepolto nella villa
di Cicerone in Pozzuoli; poco dopo soggiunse, che Antonino figliuol suo
gli dedicò presso Pozzuoli un tempio; e secondo Banier, tom. 3, pag. 107,
tempio e sepolcro valeva lo stesso, perché i sepolcri si guardavano come
tempj, come si è detto nella prima Parte; e che vi costituì i giuochi
Flamini, Sodali, e quinquennali con altre cose, che quasi ad un Nume
appartenevano.
Io son di parere, che questo grandioso edificio sia il tempio alzato da
Antonino Imperatore, ad Adriano presso Pozzuoli, siccome scrive Sparziano,
e ciò, perché la fabbrica è simile alla Mole Adriana di Roma; grandiosa
sul gusto di Antonino; alzata in luoghi di sepolcri; costruita a forma di
anfiteatro per potervisi eseguire i suddetti giuochi; e finalmente perché
si legge quasi chiaramente ne’ frammenti di marmo, Imp. Cae. ec.
In due o tre stanze dalla parte di dentro Vigna a piede, ed incavate sotto
la torre, perché posteriormente convertite in sepolcri, fra rottami di
marmi, si è scoperto un Sarcofago rotto ed in pezzi di una pessima
scoltura, e dell’epoca de’ bassi tempi in cui erano interamente
perdute le belle arti.
Amedeo Maiuri - "I Campi Flegrei". Roma,
1963.
L’Anfiteatro minore di età Augustea.
Prima della costruzione del grande anfiteatro di età
Flavia, Puteoli possedeva un Anfiteatro, di proporzioni minori, già
vetusto e non più rispondente al maggiore sviluppo che avevano assunto i
ludi gladiatori verso la metà del I secolo dell’Impero. Se ne ha una
chiara testimonianza in Svetonio che parlando dei celeberrimi ludi che
davansi al tempo di Augusto a Pozzuoli, narra che in uno degli spettacoli,
la calca del pubblico fu tanta che un senatore romano dov’è essere
escluso: ingiuria grave alla quale Augusto volle riparare, fissando norme
e regolamenti per l’ammissione e per l’assegnazione dei posti ai
pubblici spettacoli. Più tardi, sotto il regno di Nerone, nell’anfiteatro
più antico di Pozzuoli, si celebrarono (secondo Dione Cassio) con gran
solennità, a spese del liberto imperiale Petronio, magnifici ludi con
venationes in onore di Tiridate, designato re d’Armenia (a. 66 d.C.). E
l’anfiteatro ebbe in quella circostanza un pubblico d’eccezione,
spettatori etiopici ed esotici convenuti a rendere onore all’ospite
regale; e Tiridate prese tanta viva parte allo spettacolo che per dare un
segno del suo regale gradimento e della sua valentia, saettò dal proprio
seggio le fiere e d’un sol colpo, riferisce lo storico, ferì ed uccise
due tori. Altra testimonianza era data inoltre dal già ricordato vaso di
vetro d’Odemira, in cui, insieme con altri edifici puteolani, sono
raffigurati due anfiteatri, l’uno sovrapposto all’altro: l’uno
inferiore contrassegnato dall’emblema del flagello, come se fosse
destinato alle venationes; l’altro superiore contrassegnato da una
palma, come se fosse più propriamente adatto a combattimenti fra
gladiatori.
Le rovine del minore e più antico Anfiteatro puteolano, non identificato
fino a non molti anni or sono, sono state chiaramente riconosciute in
seguito ai lavori dell’apertura del tronco della direttissima Roma -
Napoli, che ha dovute attrvesarle poco dopo la stazione di Pozzuoli .
Solfatara e il cavalcavia in ferro sulla via Nuova della Solfatara. A 100
metri circa a nord - est del grande anfiteatro d’età Flavia, e in
prossimità del cavalcavia, si scorgono ancora una decina di arcate in
opera incerta che sostenevano da quel lato la curva della cavea; altre
arcate, più o meno deteriorate e sepolte fra i vigneti, si seguono lungo
il lato d’oriente al di sopra dell’antica Via delle Vigne; ed infine,
nell’apertura della trincea ferroviaria, verso monte, si mise in luce un
settore della summa cavea terminante in alto con una galleria (crypta), in
cui si aprono delle porticine arcuate per la discesa alle scalette ed alle
gradinate dei cunei.
Stando ai rilievi eseguiti, gli assi dell’ellisse misurerebbe
rispettivamente m.130 e m. 95 circa. Particolari della costruzione ci
sfuggono; ma il fatto stesso della costruzione di un secondo anfiteatro, a
poca distanza dal primo, induce a supporre che l’anfiteatro più antico,
costruito secondo il tipo e lo schema di quello pompeiano, senza cioè
sotterranei per le fiere e per tutti i servizi necessari alle venationes,
dov’è presto esser giudicato inadatto per tal genere di spettacoli. La
costruzione dei sotterranei e la disposizione più razionale delle scale
nell’interno della cavea, contrassegnano la seconda fase costruttiva
dell’Anfiteatro romano, e Puteoli, ricca e celebrata per i suoi ludi,
non esitò a costruire a spese del proprio erario, un secondo, più grande
e più monumentale anfiteatro.
Da atti dei Convegni Lincei - I Campi Flegrei nell’archeologia
e nella storia. Roma, 4 - 7 Maggio 1976
Ferdinando Castagnoli
( ……) Quasi completamente distrutto (e tagliato in
due dalla linea ferroviaria) è l’Anfiteatro minore (67)
(bene evidente nella foto aerea), interessante anche per la tecnica di
costruzione, molto primitiva, della cavea.(68)
Molto
significativa è l’esistenza simultanea,(69)
nella stessa città, di due anfiteatri, documento della importanza di
Pozzuoli(70) È interessante anche la
disposizione dei due anfiteatri, lungo due assi opposti. Essa dovette
essere coordinata con la struttura urbanistica della zona, che sembra
confermata da altri avanzi, e che da confrontarsi anche col tracciato di
due strade parallele (Via Vigne e Via Vecchia Solfatara) e una ortogonale
nella zona settentrionale: la loro antichità è provata da resti
archeologici. Mi sembra (come già suppose il Dubois)(71)
che il loro tracciato non si spieghi che come un relitto della primitiva
centurazione; la distanza tra le due vie parallele è di m. 350
corrispondente esattamente a 10 actus (cioè la metà del lato di una
centuria). (……)
Raffaele Adinolfi - I Campi Flegrei nell’antichità
(dall’età preistorica alla cristiana). I.
Pozzuoli e Cuma. Napoli, 1978
I due Anfiteatri, il Teatro, il Circo.
Per la sua importanza commerciale ed il suo elevato
numero di abitanti, Pozzuoli fu, a quanto pare, l’unica città dell’Italia
antica, se si eccettui Roma, ad avere due anfiteatri. Ben poche città si
potettero vantare di possedere contemporaneamente due edifici di tal
genere: tra esse possiamo citare Aquincum (l’odierna Budapest),
Divodurum Mediomatricorum (Metz), Carnuntum (Petronell), mentre a Vetera (Xanten)
c’erano due anfiteatri costruiti in legno.
L’anfiteatro, un edificio di forma ellittica destinato a ludi gladiatori
ed a venationes, cioè lotte tra gladiatorie cacce alle belve, ha un’origine
piuttosto oscura; sappiamo, però, con un largo margine di certezza, che
è da ritrovare nell’Italia meridionale, forse a Capua, il suo luogo di
nascita. Resta comunque di fatto che l’anfiteatro fu una costruzione
tipica del mondo romano che dall’Italia si diffuse ben presto in tutto
il territorio dell’Impero, soprattutto nelle zone di frontiera, dove le
guarnigioni militari richiedevano svaghi e spettacoli per ammazzare la
noia di lunghi giorni in paesi barbari. Nato certamente per spettacoli
improvvisati durante i funerali di personaggi ragguardevoli, l’anfiteatro
primitivo fu costruito in origine da un’armatura lignea intorno ad uno
spazio ellittico; il primo anfiteatro sicuramente datato che troviamo
interamente costruito in pietra è quello di Pompei che risale all’80
a.C.
Nella sua forma più evoluta, l’anfiteatro romano è costituito da uno
spazio ellittico detta arena intorno a cui sorge, a forma di imbuto, l’area
destinata agli spettatori, interamente costruita in muratura, in uno o
più piani. Quest’area è divisa in tante sezioni dette moeniana
separate dall’arena da un podio e divisa tra di loro da tanti passaggi
aperti detti praecinctiones. I vari ordini di moeniana, l’uno
sovrastante all’altro, erano divisi da muri detti baltei che
costituivano l’elemento di separazione tra le varie classi sociali che
frequentavano gli spettacoli. Sulla parte alta dell’anfiteatro correva
una galleria che era destinata alle donne; queste, infatti, secondo un
ordine di Augusto, erano ammesse soltanto nella parte alta dell’edificio.
Le ultime file, poi, erano destinate all’infima plebe.
L’afflusso degli spettatori nell’anfiteatro era regolato da un
complesso sistema di vie, di scale, di corridoi, che permettevano alla
folla di raggiungere il posto stabilito. Indispensabili all’anfiteatro
erano spogliatoi, sale di combattimento, gabbie per le fiere, stanze per i
macchinari. Gli spettacoli dell’anfiteatro divennero così popolari
presso la plebe romana, che l’assistere ad essi era preteso come un
diritto ed i ricchi che volessero conquistarsi il favore popolare facevano
a gara nell’offrire a proprie spese spettacoli grandiosi, come lotte e
cacce con belve esotiche e perfino battaglie navali nell’arena all’uopo
allagata.
La forma dell’anfiteatro romano sopravvive ancora nelle Plazas de Toros
della Provenza e della Spagna.
Il più antico dei due anfiteatri puteolani si trova a via Solfatara,
proprio là dove passa il ponte delle Ferrovie dello Stato; esso fu
scoperto durante i lavori di sterro per la costruzione della ferrovia Roma
- Napoli. Per cause tecniche, non fu possibile deviare il corso dei binari
e l’edificio dovette così essere tagliato in due dalla trincea
ferroviaria. Di esso restano alcune arcate in discreto stato di
conservazione, parzialmente occultate da qualche anno da una costruzione,
una larga porzione di un corridoio nella parte nord ed altri pochi resti
riconoscibili dalla trincea ferroviaria e negli orti circostanti. Fu
merito dello Spinazzola (2)
averlo
riconosciuto, mentre il Dubois, pur sapendo che Pozzuoli ebbe due
anfiteatri, fu ingannato dalla forma delle rovine e le credette quelle di
un teatro. La datazione di questo edificio è piuttosto alta; ad ogni
modo, esso è certamente di età repubblicana, tra l’età di Silla e
quella di Cesare.
Di età Flavia, invece, è la costruzione del nucleo principale dell’altro
ben noto anfiteatro che è uno dei monumenti più famosi di Pozzuoli ed
uno dei più importanti e meglio conservati del mondo romano. Se è vero
che la decadenza economica di Pozzuoli inizia proprio in questo periodo,
è altrettanto vero che occorsero dei decenni per manifestarsi, e Puteoli,
sotto il regno di Vespasiano, poteva ben vantarsi di costruire a proprie
spese questo grandioso edificio in cui numerose furono le innovazioni
tecniche e stilistiche.
D’altro canto, è significativo il fatto che proprio sotto Vespasiano
sia stata iniziata la costruzione di un secondo anfiteatro a Pozzuoli:
sappiamo infatti che fu proprio per concessione di questo imperatore che
il territorio di Pozzuoli si ingrandì di una larga parte del territorio
meridionale di Capua e che così la sua popolazione aumentò
sensibilmente. Che il primo anfiteatro fosse già troppo piccolo per la
popolazione puteolana, lo sappiamo da un passo dello storico Svetonio che
nella Vita di Augusto (S 44) dice che quest’imperatore dovette
disciplinare con una legge le precedenze dei pubblici spettacoli. Infatti,
erano tanti frequentati e famosi (celeberrimi - dice Svetonio) i giochi
che si svolgevano nell’anfiteatro di Pozzuoli, che un senatore romano
non riuscì ad entrare per assistere ad uno spettacolo. L’ingiuria
toccò l’imperatore, che da qualche tempo riservò ai magistrati i posti
migliori in tutti gli spettacoli teatrali.
La descrizione di questi due edifici dal punto di vista tecnico e
strutturale ci pare superflua in questa sede: basti sapere che le
dimensioni dell’edificio minore sono di m. 130 X m. 95 circa, mentre
quelle dell’anfiteatro di età Flavia sono di m. 149 X m. 116. Quest’ultimo,
per le sue dimensioni, è da considerarsi il terzo del mondo romano, dopo
il Colosseo e l’anfiteatro di Capua; indubbiamente è il meglio
conservato nella parte sotterranea, che è stata completamente riportata
alla luce e svuotata dei detriti degli scavi precedenti soltanto in età
recente. Da alcuni anni è stato iniziato un ampio lavoro di restauro,
soprattutto nella cavea, che al presente non è stato ancora completato.
La coesistenza di due anfiteatri a Pozzuoli portò, a quanto pare, ad una
differenziazione nel genere di spettacoli. Da un importante reperto del IV
sec. d.C., il vaso di Odemira, apprendiamo che il primo anfiteatro era
dedicato agli spettacoli gladiatori, mentre quello Flavio era più
specificamente adatto alle grandiose venationes con belve esotiche: tigri,
leoni, orsi, di cui Pozzuoli era la più importante del mondo romano.
Che l’anfiteatro Flavio fosse particolarmente attrezzato per le cacce
alle belve lo dimostrano le numerose celle destinate a contenere ed i
complessi meccanismi (riconosciuti dal Dubois) per sollevare gli animali
fino al piano dell’arena. Nell’anfiteatro Flavio furono condannati ad
essere divorati dalle belve i cristiani Sosio, Gennaro, Festo, Desiderio,
Procolo, Acuzio, Eutichete durante il IV editto di persecuzione nel quinto
anno di consolato di Costanzo e Massimiano (305 d.C.). per l’assenza del
governatore della Campania fu tramutato in quello della decapitazione che
avvenne nei presi della Solfatara , là dove sorge la chiesa di S.
Gennaro.
Sommella Paolo - "Forma e Urbanistica di Pozzuoli Romana" in
"Puteoli, Studi di storia
antica" Vol. II. Pozzuoli, 1978.
34. Anfiteatro minore
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L’anello della cavea era parzialmente incassato nella collina
con l’asse maggiore coerente al pendio. Ne deriva che le
strutture esterne settentrionale sono poco emergenti dal livello
del terreno mentre le arcate sostruttive di maggior consistenza si
conservano nel settore meridionale (figg. 110, 112) ove sono anche
da lamentare i danni maggiori (completa distruzione del quadrante
di Sud - Est). L’interno della cavea è oggi completamente
interrato e delle strutture portanti si possono controllare: |
| Figura 110: Sezione ricostruttiva dell’anfiteatro più
antico all’altezza dell’ingresso meridionale; il corridoio
anulare (d) è riportato dal punto 34,1, e messo in relazione
altimetrica con le arcate di sostruzione alle gradinate (c) e le
due fasi del vomitorio (a, b). |
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Figura 112: Zona sud - occidentale con l’ingresso
della seconda fase (a) addossata alle strutture del vomitorio
originario (b) e le arcate di sostruzione della cavea (c). |
1 Parte dell’anello
voltato in summa cavea (figg. 111), ove fu anche individuato un tratto
della
gradinata interna (fig.115) cui si accedeva da aperture poste alla
distanza di trenta piedi una dall’altra
(fig. 114).La tecnica
costruttiva è in opera quasi reticolata con
ammorsature triangolari di tufelli (fig. 116).
| Figura 111: Veduta prospettica della crypta di
coronamento alla cavea (d) con l’aggiunta delle gradinate
riportate dalla documentazione di scavo |
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Figura 114: Interno dell’ambulacro con uno dei passaggi
verso la cavea |
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Figura 115: Situazione all’interno della
cavea al momento dello scavo: si conservano le gradinate e parte
della scala cui dava accesso un passaggio arcuato (da Maiuri). |
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Figura 116: Particolare dell’accesso alle
scalinate: si notino le ammorsature triangolari delle pareti alle
mazzette in blocchetti tufacei (tipo <<ad ali>>). |
2 Tratto dell’anello
perimetrale esterno con arcate basse gettate in cavo di terra e acciecate
da muratura
a sacco con funzione di contenimento del terreno all’interno
delle strutture voltate (fig. 118).
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Figura 118: Zona Nord della curva esterna
della cavea: è evidente la tecnica costruttiva a sacco che
acceica le arcate (1). Le volte sostruttive erano in questo punto
assai più basse rispetto alla zona meridionale essendo l’anfiteatro
parzialmente incassato nella collina. |
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3 Serie di arcate
sostruttive di altezza crescente da Nord verso Sud: anche nella parte
settentrionale di questo
settore le arcate sono acciecate con muratura a sacco e
la tecnica costruttiva di insieme conferisce
all’edificio la caratteristica forma che ha un confronto nell’iscrizione
capuana teatrum terra
exaggerandum.(20) In definitiva le arcate costituiscono l’ossatura
portante del complesso ma risultano
inagibili; si giustifica altresì nei quadranti di Nord - Ovest l’assenza di cortine
nei punti in cui si possono
leggere i muri radiali ( salvo i casi di passaggi per l’accesso all’interno delle
gradinate).
4 Parte delle arcate sostruttive del
settore meridionale e ingresso Sud all’arena (fig. 117). In questo punto
le murature sono tutte fornite di paramento in opera quasi
reticolata simile a quella osservata al punto 1
(fig. 119). In questa zona che per la pendenza del terreno aveva bisogno
delle opere sostruttive di maggior
impegno si notano i successivi interventi di rinforzo alle volte che dovevano
aver subito lesioni. L’ingresso
fu infatti ristretto con un rinforzo che foderò la struttura più antica caratterizzata
dall’opera quasi reticolata.
Il livello delle fondazioni dei muri di
questo intervento successivo, che presenta in facciata
nel soprarco
e sulle pareti interne una buana cortina reticolata, mostra l’innalzamento del suolo rispetto allo spiccato
della prima fase.
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Figura 117: Ingresso meridionale all’arena:
arcata sostruttiva di prima fase con parametro in opera quasi
reticolata(1) e rinforzo successivo con volta di fodera che
restringe la luce dell’ingresso più antico. Si noti in
particolare l’ottima tecnica (2). Dal livello delle fondazioni
della struttura di seconda fase risulta evidenziato l’innalzamento
del terreno rispetto al piano più antico (3). Restano larghi
tratti dell’intonaco in alcuni punti su tre strati con
scalpellatura di preparazione. |
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Figura 119: Arcata sostruttiva della cavea
immediatamente ad Ovest dell’ingresso meridionale. E’ uno dei
punti in cui meglio si possono osservare le volte conoidiche in
conglomerato cementizio in cui si aprono notevoli lesioni (1). |
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5 Tratto di un poderoso
muro in conglomerato cementizio a grossi scapoli tufacei e privo di
cortina, analogo
a quelli osservati per le gettate delle arcate; la
particolare posizione potrebbe suggerire un tipo di struttura
esterna appoggiata alla curva dell’anfiteatro
(scalinata?).
Datazione: la prima fase può agevolmente
collocarsi verso la metà del I secolo a.C. anche per la particolare
tecnica costruttiva d’alzato; l’ottima struttura in reticolato della
seconda fase può far pensare alla piena età augustea (21)
Bibliografia: V. Spinazzola, in NSc.
1915.409; Maiuri, Campi Flegrei 36 ss. (con datazione all’età
augustea); Dubois, 192 s., vi riconosce un teatro.
Stefano De Caro - A. Greco - Campania. Bari, 1981.
L’Anfiteatro Antico
La rappresentazione del Vaso di Odemira, un esemplare
di una serie di fiaschette vitree tardo romane decorate a incisione con
panorami schematici della costa puteolana, reca sulla sinistra,
sovrapposte, le figure di due arene anfiteatrali, e in mezzo la scritta amphitheat
(ra). Nonostante questa precisa testimonianza, solo agli inizi di
questo secolo sono state riconosciute le rovine del secondo anfiteatro
puteolano, l’anfiteatro Flavio essendo sempre rimasto chiaramente
riconoscibile. Purtroppo la riscoperta, avvenuta in occasione dell’apertura
della nuova linea ferroviaria Napoli - Roma (la cosiddetta
"Direttissima"), comportò lo sventramento e la quasi totale
distruzione dell’edificio i cui resti giacciono per la massima parte
tuttora sepolti. Se ne scorgono oggi una decina di arcate di sostegno
della cavea in prossimità del cavalcavia sulla via della Solfatara, altre
sul lato orientale al di sopra della antica via delle Vigne, e un settore
della summa cavea con la galleria superiore nella trincea
ferroviaria.
L’edificio, che per la sua tecnica costruttiva è da datarsi all’incirca
all’ultimo quarto del II sec. a.C. (insieme al primo anfiteatro di Capua
è uno dei più antichi in assoluto), è costruito in opera incerta di
tufo. L’ellisse misura . 130 X 95 circa; il modello è ancora, come a
Pompei, di tipo antico senza sotterranei per le fiere e per le macchine di
sollevamento; un rinnovamento in età sillana portò all’aggiunta della
crypta sulla summa cavea, costruita nella tecnica del quasi - reticolato.
Di questo anfiteatro, costruito per la popolazione della colonia romana
che aveva rapidamente assimilato la passione campana per i ludi
gladiatorii, restano notevoli testimonianze presso gli scrittori antichi.
Così Svetonio, parlando dei frequentatissimi giochi (celeberrimi ludi)
che si tenevano nella città in età augustea narra che un senatore
romano rimase escluso dallo spettacolo per l’eccessiva folla, si che
Augusto stesso si preoccupò di fissare norme e regole atte ad assicurare
l’ordinata affluenza del pubblico, e garantire e disciplinare l’assegnazione
dei posti di privilegio. Ancora è questo anfiteatro quello ricordato da
Dione Cassio a proposito dei grandi giochi e delle cacce (venationes)
che si tennero durante il regno di Nerone a spese del liberto imperiale
Petrobio per onorare Tiridate, il re designato d’Armenia alleato di
Roma. In quell’occasione - correva il 66 d.C. - alla presenza di un
pubblico composito convenuto per onorarlo, Tiridate stesso volle dare
prova della sua abilità, abbattendo a colpi di frecce dal suo seggio due
tori.
Anna Maria Bisi Ingrassia - Napoli e dintorni -
Itinerari archeologici. Roma 1981.
Pozzuoli possedeva già un anfiteatro di proporzioni
minori che restò in uso fin la metà del I secolo dell’impero: i suoi
resti si scorgono circa 100 metri a nord-est della successiva costrizione
di età Flavia, in prossimità del cavalcavia della ferrovia Roma-Napoli.
Deviando brevemente sulla destra dalla via Solfatara, si notano alcune
arcate in opera incerta che sostenevano su quel lato la curva della cavea;
essa è del tipo più antico, attestato anche nell’anfiteatro di Pompei,
senza sotterranei per le fiere e senza le complesse apparecchiature
necessarie alle venationes, cioè alle lotte fra gladiatori e
animali feroci. Fu proprio per sopperire all’esigenza di dare questi
spettacoli che fu costruito il nuovo anfiteatro su un pianoro a sud-ovest
della costruzione augustea nel quale confluiscono le principali arterie
stradali della regione: la via Domitiana per Roma e la via
Campana per Capua ad occidente, la Via Campana o Via
Puteolis Napolim per Napoli ad oriente.
AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico.
A cura del Progetto Eubea. Marsilio
Editore, Napoli 1990.
Le fiaschette vitree puteolane
Documenti particolarmente interessanti per la
ricostruzione dell’antica topografia di Pozzuoli sono alcune fiaschette
vitree, di piccole dimensioni, rinvenute in diverse zone dell’impero
romano: datati tra la fine del III sec. e il IV sec. d. C., questi
vasetti, di produzione artigianale puteolana e di uso incerto
(probabilmente souvenirs per i viaggiatori), sono incisi con
rappresentazioni dell'antico sinus Puteolanus (in particolare Puteoli
e Baia). Di questa serie di vasetti solo tre sono dedicati esclusivamente
a Puteoli: quelli cosiddetti di Odemira, Praga e Pilkington, dal
luogo dove furono ritrovati o sono oggi conservati.
| Fiaschetta vitrea della serie Puteoli, di provenienza
incerta. Praga, Museo Nazionale. Riproduzione grafica della
decorazione. |
| Fiaschetta vitrea della serie Puteoli, da Odemira
(Portogallo). Riproduzione grafica della decorazione. Il vaso, già
custodito presso l’Accademia delle Belle Arti di Lisbona, fu
trafugato alla fine del XIX sec. |
Le illustrazioni, che si snodano intorno al corpo del
vaso, risultano composte secondo il punto di vista di chi giungeva in città
dal mare: gli edifici, privi di prospettiva, si articolano su tre livelli,
ad indicare i terrazzamenti digradanti verso il mare su cui sorgeva la
città stessa.
Il campo visivo è dominato, al centro, dalla imponente mole di un tempio
con tetto a spioventi, che, con la colossale statua posta al suo interno,
è stato identificato ora con un tempio destinato al culto imperiale, ora
con il tempio di Serapide. La sua posizione di rilievo induce a credere
che il tempio in questione rimandi a quello cosiddetto <<di
Augusto>>, sull’acropoli dell’antica Pozzuoli (oggi Rione
Terra): in primo piano giungendo a Puteoli dal mare, esso è,
infatti, iconograficamente riportato in posizione centrale a ribadire la
condizione di spicco del monumento più alto della città. All’estrema
destra del tempio, il porto è rappresentato dal caratteristico molo su
arcate con le due colonne onorarie (che racchiudono l'iscrizione PILAE/PILAS)
e gli archi trionfali con quadrighe trainate da tritoni e ippocampi.
Nell’area adiacente, a sinistra il Vaso di Odemira ribadisce la presenza
delle strutture portuali con la scritta RIPA, mentre le fiaschette
di Praga e di Pilkington includono nello stesso campo il centro
commerciale di Puteoli: l’emporium, riconoscibile dalle
iscrizioni INPURIU (Vasetto di Praga) e INPU (Vasetto di
Pilkington), è infatti collocato a livello del mare, nei pressi dello
scalo portuale, in relazione al SACOMA(RIUM) del Vasetto di Praga,
l’antica pesa pubblica.
Il passaggio dalle strutture proprie della città bassa ai monumenti delle
terrazze superiori è costituito dalla raffigurazione del Teatro:
realizzato come un semicerchio sorretto da muri e arcate, l’edificio è
posizionato in quota, alle spalle dell’emporio, non lontano dalla zona
del Foro.
Quest’ultima, infatti, è indicata (ad eccezione del Vaso di Odemira)
dalle iscrizioni STRATA POS(T) FORU(M) - Vasetto di Praga - e FORU(M)
POS(T) FORU(M) - Vasetto di Pilkington - situate sui colonnati del
livello superiore.
L’estrema sinistra dell'intera veduta, infine, è occupata dagli
Anfiteatri e dallo Stadio. Un’immagine circolare con sostegni
simmetricamente organizzati e, al di sopra, una costruzione di forma
ellittica indicano, nei Vasi di Praga e di Pilkington, la posizione
dell’Anfiteatro Maggiore rispetto a quella dello Stadio. Sul Vaso di
Odemira, però, la mancanza di didascalie e la conformazione arrotondata
dell'edificio superiore hanno spesso determinato l'identificazione della
struttura in questione con quella dell'Anfiteatro Minore.
Comune alle tre fiaschette vitree è l’iscrizione SOLARIU(M),
inserita nel settore superiore: una meridiana o, meglio, una terrazza con
funzione di solarium sembra l’identificazione più appropriata per una
struttura architettonica che, nel Vaso di Odemira, è posta in relazione
diretta con un complesso termale. Infatti l’indicazione adiacente THERMEAANI,
per quanto di lettura problematica e controversa, può fare riferimento a
qualcuno di quegli edifici termali che, in larga scala, sono attestati
nell’antica Puteoli.
L’anfiteatro minore di Pozzuoli.
Dalla Solfatara, percorrendo via Vigna, che ricalca il
tracciato di una strada romana, si giunge all'area occupata dal più
antico anfiteatro di Puteoli. Esso fu riportato in luce, ma anche
sventrato nel senso dell'asse minore, nel 1915, durante i lavori per la
linea ferroviaria <<direttissima>> Roma - Napoli. Le
superstiti strutture dell'impianto sono sparse tra poderi e parchi
residenziali privati (accessibili dalla parallela via Solfatara), e solo
la fotografia aerea ne consente una lettura d'insieme.
L'edificio si adeguava alla pianificazione urbanistica della zona, con un
preciso allineamento del suo asse maggiore alle percorrenze urbane dirette
verso l'area forense, quali l'attuale via Vigna.
L'anfiteatro stesso, pur essendo ai margini dell'abitato urbano, com'era
norma per edifici pubblici che comportavano afflusso e deflusso massicci
di pubblico, distava pochissimo dal foro. Il rapporto reciproco tra queste
due aree di grande interesse pubblico, e tra loro e il sistema viario,
rivela una visione urbanistica lucida e razionale, risalente al I secolo
a.C., quando l'attenzione del governo centrale di Roma si volge
decisamente verso la vecchia colonia marittima, pronta ormai a diventare
uno dei principali centri dell'Impero Romano.
Superato il ponte della ferrovia, si nota a destra una collinetta: si
tratta dell'enorme massa di terreno che ha completamente riempito l'arena
e la cavea dell'anfiteatro, in questo punto quasi distrutte da moderni
sbancamenti.
Il livello originario dell'arena coincide con quello attuale di via Vigna,
da cui sono visibili solo i resti di un poderoso muro, esterno al circuito
dell'edificio e la cui funzione non è ben chiara (forse strutture di
servizio dell'anfiteatro); alla sommità dello strato di interro, al di
là del ponte della ferrovia, è chiaramente visibile un tratto del
corridoio voltato che disimpegnava l'anello superiore della cavea.
L'anfiteatro era adagiato lungo il pendio della collina nel senso
dell'asse maggiore, parallelo alle attuali vie Solfatara e Vigna. In
questo modo, il pendio serviva da terrapieno naturale per appoggiarvi le
gradinate, poste su arcate cieche gettate in cavo di terra (visibili, in
particolare, da via Solfatara), il che limitava al massimo le strutture
murarie.
Costruito nella prima metà del I sec. a.C., con tre ordini di posti (ima,
media, e summa cavea), fu ampliato in età cesariana o protoaugustea con
la creazione del corridoio anulare in summa cavea ancor oggi visibile.
L'edificio, di medie dimensioni (m. 139 x 104) come quello di Pompei, era
tanto frequentato da creare problemi di ordine pubblico, disciplinati
dall'intervento dello stesso Augusto. Anche a queste esigenze è legata la
costruzione dell'anfiteatro maggiore, di epoca neroniana, dopo la quale
l'impianto più antico continuò a funzionare.
L'esistenza e il funzionamento contemporanei di due anfiteatri è un fatto
fuori dal comune nelle città romane, e testimonia ulteriormente la grande
importanza di Puteoli nel mondo antico.
Da via Vigna, sulla sinistra, si imbocca via Vecchia S. Gennaro dove, nel
giardino di proprietà Sardo, sono inglobati i resti della cosiddetta
Piscina Cardito.
BIBLIOGRAFIA
Lorenzo Palatino - Storia di Pozzuoli e Contorni. Napoli, 1826.
Amedeo Maiuri - "I Campi Flegrei". Roma,
1963.
Da atti dei Convegni Lincei - I Campi Flegrei nell’archeologia
e nella storia. Roma, 4 - 7 Maggio 1976
Raffaele Adinolfi - I Campi Flegrei nell’antichità
(dall’età preistorica alla cristiana). I.
Pozzuoli e Cuma. Napoli, 1978
Sommella Paolo - "Forma e Urbanistica di Pozzuoli Romana" in
"Puteoli, Studi di storia
antica" Vol. II. Pozzuoli, 1978.
Stefano De Caro - A. Greco - Campania. Bari, 1981.
Anna Maria Bisi Ingrassia - Napoli e dintorni -
Itinerari archeologici. Roma 1981.
AA. VV. - I Campi Flegrei, un itinerario archeologico.
A cura del Progetto Eubea. Marsilio
Editore, Napoli 1990.
Da Itinerario Flegreo Amedeo Maiuri, Napoli 1984
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| Pozzuoli, Anfiteatro augusteo: la summa
cavea. |
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Foto aerea planimetrica, si nota l’area dell’anfiteatro
minore, che è diviso esattamente in due dalla
linea ferroviaria della FF. SS., da notare anche la vicinanza all’anfiteatro
di età Flavia. Datazione
della foto è fine anni ’60. |
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Foto 1: Prospetto su via Solfatara, da
notare che tutte le arcate sono prive di intonaco.
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 2: Veduta generale da via Vigna,
scattata dall’interno della cavea che risulterebbe interrata
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 3: Particolare della foto 2, resti
della struttura più alta visibile da via Vigna.
Adinolfi Aldo, febbraio 1984 |
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Foto 4: Particolare dei resti dell’anfiteatro
nel punto dove è tagliato dal passaggio della FF. SS., la foto
mostra l’ambulacro della summa cavea.
Adinolfi Aldo, aprile 1983 |
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Foto 5: Ancora resti di opera reticolata
nei pressi della struttura dell’anfiteatro minore lato via
Vigna.
Adinolfi Aldo, dicembre 1985 |
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