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venerdì 30 luglio 2010
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Accademia Aeronautica

 

 

                  

 

La "Cava Regia", diventata ormai improduttiva, fu abbandonata nella metà degli anni Cinquanta e, tra il 1958 e il 1962, fu costruito il complesso dell'Accademia Aeronautica, su progetto dell'ingegnere Pasquale Amodio, che domina 1'intero arco del golfo di Pozzuoli.

La prestigiosa struttura militare si sviluppa su un'area di circa 245.000 metri quadrati, resa quasi pianeggiante col taglio della cima della collina di San Gennaro o della Solfatara (Monte Olibano).

                     

Belvedere di S. Gennaro

 

                  

          

Vicino alla Solfatara, ove nel 305, Gennaro, Vescovo di Benevento, subì il martirio, sorse, tra la fine del VI e l'inizio del VII secolo, una basilica in suo onore. Molto verosimilmente, di essa è rimasto soltanto l'Altare, noto alla pietà popolare come la pietra sulla quale sarebbe stato decapitato il Santo. L'eruzione della Solfatara, avvenuta nel 1198, provocò la sua rovina e fu più volte restaurata in seguito ai ricorrenti sismi, specialmente quelli che precedettero la tremenda eruzione con la formazione del Monte Nuovo ( 1538 ).Fu ricostruita in forme più ampie nel 1584, a spese del Comune di Napoli, su progetto dell'architetto Benvenuto tortelli, come ha scritto Raffaele Giamminelli ( Pozzuoli, Luoghi, Storie e Personaggi, 2, Pozzuoli 1998, pp., 111 - 112 ), e su una porzione di suolo di proprietà dei canonici della cattedrale di Pozzuoli. Nello stesso tempo, accanto alla chiesa, fu edificato il convento dei Frati Minori Cappuccini i quali fin d'allora l'occupano ed officiano il sacro edificio con cura e zelo. In un resoconto - Relatio ad Sacra Limina - sulla diocesi di Pozzuoli, inviato al papa nel 1589 dal vescovo Leonardo Vairo

( 1587 - 1603 ), si legge: " ...La grande et universale devotione delli signori napolitani hanno edificato un nobile et bello monastero de' padri Capuccini sotto la invocatione di detto santo Gianuario, dove officiano con tanta devotione et essemblarità di vita, che piamente si crede che per l'orationi di detti padri sia cessati li terremoti ch'erano tanto grandi et assidui che facevano cascare le case, et davano gran spavento a gli habitanti, et da cinque anni in qua che fu edificato detto monastero non se n'è sentito altro gratia al Signore..." ( D.Ambrasi, A. D'Ambrosio, La Diocesi e i Vescovi di Pozzuoli, Napoli 1990, p.90 ). La chiesa di San Gennaro, dopo il 1584 sia pure gradatamente, diventò un famoso luogo di culto del Santo e Vescovo martire e meta di continui e devoti pellegrinaggi, specialmente da Napoli, sì da meritare il titolo di santuario; per tanto, tra il 1701 e il 1708, su progetto dell'architetto Ferdinando Sanfelice fu ampliato e reso più decoroso. Ma un incendio, scoppiato nella notte tra il 21 e 22 febbraio 1860, lo semidistrusse. Restaurato in breve tempo, su disegno dell'architetto Ignazio Rispoli e a spese del comune di Napoli e dei fedeli puteolani, nel 1926 fu arricchito di marmi e pitture di Luigi Tammaro. L'11 febbraio 1945 il vescovo di Pozzuoli Alfonso Castaldo ( 1934 - 1966 ) elevò il santuario a parrocchia, intitolandola a San Gennaro vescovo e martire e Santi Festo e Desiderio martiri, affidandone la cura delle anime agli stessi Frati Minori Cappuccini. Il primo parroco fu padre Carmelo Giugliano ( 1910 - 1975 ). Una lapide marmorea - posta sulla facciata dell'attiguo edificio che è la sede delle opere parrocchiali - ne ricorda le benemerenze con queste parole, affiancate ad un basso rilievo raffigurante il suo volto:

A P. CARMELO GIUGLIANO/CAPPUCCINO/I° PARROCO/APOSTOLO INSTANCABILE/E UOMO DI GRANDI VIRTU'/NON DISSE MAI DI NO ALLE/MOLTISSIME ANIME AFFIDATE/AL SUO MINISTERO PASTORALE/LA COMUNITA' NEL 50° DELLA/PARROCCHIA RICORDA/GRAZIE SIGNORE/11-2-1945 - 11-2-1995. Il santuario, danneggiato negli anni 1983 - 84 dalle scosse telluriche causate dal bradisismo fu aperto al culto il 7 aprile del 1990, dopo radicali opere di restauro, progettate e dirette dall'ingegnere Lucio D'Oriano e dall'architetto Margherita Lonardo.

La facciata, preceduta da un viale alberato, si presenta semplice e suggestiva con un profondo pronao, arricchito da due colonne tuscaniche, le cui pareti ospitano numerose epigrafi che ricordano gli eventi più importanti della storia del monumento. Sul portale interno si ammira un delicato bassorilievo marmoreo raffigurante il volto di Gesù, con la corona di spine, databile al XVII secolo. l'interno, di recente vivacizzato con le vetrate istoriate di Maria Russo, è ad unica navata, coperta da volta a botte unghiata, separata dal presbiterio con un grande arco trionfale. Sopra l'ingresso trova posto il coro dei Frati Minori Cappuccini.

Nella cappella a destra dedicata a san Gennaro, sono custoditi l'altare paleocristiano con la fenestella confessionis, proveniente dall'antica basilica, e il busto marmoreo del Santo, risalente ai primi anni del secolo XIV. Sovrasta l'altare una tela di ignoto napoletano del Seicento raffigurante San Gennaro in estasi. All'esterno della cappella, sul lato sinistro, è notevole l'altorilievo marmoreo di Lorenzo Vaccaro che raffigura il martirio di san Gennaro, donato al santuario nel 1697 dal cardinale arcivescovo di Napoli Giacomo Cantelmo ( 1691 - 1702 ). Attraverso una porticina, si passa in un ampio locale che ospita il fonte battesimale (1994 ), sovrastato da un ovale ligneo policromo dal quale emerge, a bassorilievo, il volto del Cristo risorto, di Vincenzo Aulitto ( 1997 ). 

L'area presbiterale, coperta da una pseudo cupola decorata, insieme ai pennacchi, da Luigi Tammaro, è arricchita dal policromo altare marmoreo, sistemato secondo le norme liturgiche del Concilio Vaticano II ( 1962-1965 ) e sovrastato dalla grande tela, dipinta nel 1678 da Pietro Gaudioso, rappresentante la decapitazione di San Gennaro. Nella cappella dedicata a San Francesco d'Assisi, ubicata di fronte a quella di San Gennaro, è stata di recente collocata, sotto l'altare, una scultura di legno policromo del Cristo morto, attribuita ad un ignoto del secolo XV. Nella lunetta di sinistra è raffigurato San Francesco, dipinto da Salvatore Volpe, in quella di destra, il beato Geremia ( frate minore cappuccino che soggiornò nell' attiguo convento ), di Antonio Isabettini (1992 ).Di questo Beato si ammira anche una tela di Vincenzo Aulitto ( 1974 ), posta presso l'ingresso del santuario. Nella navatella dopo la cappella di San Francesco c'è un dipinto della Madonna del Sorriso di Flora Bartolini ( 1994 ). Un autentico gioiellino, che si ammira sul portone dell'attiguo convento, è il campaniletto con l'orologio rivestito di riggiole maiolicate, riccamente decorate, del Settecento. 

 

 

 

Belvedere sul lago d'Averno e sul golfo

 

Il lago d'Averno è uno dei luoghi maggiormente legati alle figure di Omero, Virgilio e al culto dell'Oltretomba.

Caratterizzato dalla forma ellittica tipica dei crateri-lago, è circondato da una fitta vegetazione che circonda i 2860 metri di perimetro del lago, per gran parte percorribili grazie a due strade.

Un luogo senza dubbio suggestivo in cui la natura incontaminata si fonde con le tracce del mito che voleva il lago come ingresso dell'Ade (il Regno dei morti).

Il nome del lago Averno è frutto del suo aspetto: l'etimologia riconduce a Aornis, ovvero "senza uccelli", in quanto sembra che nell'antichità le esalazioni (ancora oggi presenti) fossero così intense da allontanare gli uccelli.

La storia del lago è inoltre legata alla figura della Sibilla Cumana e alla mitica popolazione dei Cimmeri, popolazione che secondo la tradizione viveva rinchiusa in  antri per paura del sole e ne usciva solo dopo il tramonto: il ritrovamento di numerose caverne scavate nel tufo ha alimentato questa credenza.

La frequente associazione della zona con gli inferi ha fatto sì che restasse disabitata almeno fino all'Età Augustea, quando Lucio Cocceio Aucto fece realizzare una galleria che portava fino a Cuma. La realizzazione del progetto diede il via al sorgere di numerose ville che giustificarono anche un complesso termale (II se. d.C.), di cui ci resta una grande sala ottagonale che fungeva da sala di intrattenimento.

La sala termale (situata lungo la sponda orientale) è nota con il nome di "Tempio di Apollo" ed è coperta da una grande cupola (38 metri di diametro) di poco inferiore al Pantheon di Roma.

In precedenza la zona era già stata dotata di un altro percorso militare che conduceva al lago Lucrino (il progetto era stato ideato da Marco Vipsanio Agrippa e risaliva al 37 a.c.).

Il percorso, che attraversa la collina della Ginestra, è conosciuto come "Antro della Sibilla".

 

 

Rione Terra

 

Non è un caso che il geografo arabo Idrisi parli di "cashtili" (castello) e non di "Pozzuoli", nel suo Opus Geographicum (XII sec.): il vero primo centro urbano, rocca, castrum e centro religioso della città di Pozzuoli era infatti proprio questo rione.

Il Rione Terra assume l'aspetto di un borgo medioevale nel periodo compreso tra il VIII eil X sec., quando cioè il resto della città conosce il suo momento di maggiore declino.

Dotato nell'antichità di un ponte levatoio (si trovava presumibilmente dove è situata oggi "Porta Napoli") che collegava il centro abitato con l'unica strada utile per raggiungere l'entroterra, la zona viene lentamente ma progressivamente abbandonata a partire dal XIII sec., quando cioè alla mancanza di spazi utili per costruire si accompagna il fenomeno del bradisismo.

Intorno al XV sec. l'aristocrazia locale impone l'abbandono del Rione Terra ai ceti meno abbienti, costretti a trovare  dimora nella zona portuale.

La situazione si inverte durante il XVIII sec., ancora su iniziativa della nobiltà, che preferì spostarsi verso spazi più ampi, abbandonando quindi l'area.

Il 2 marzo 1970 il Rione Terra viene evacuato a causa del bradisismo. E' oggi al centro di un progetto di riqualificazione della zona avviato nel 1993.

 Nel 1993, contestualmente ai lavori per il recupero di Rione Terra, è avviata una campagna di scavi archeologici nell'area orientale del quartiere, a seguito della quale sono state rinvenute le strutture in tufo del "Capitolium" e quelle in marmo del Tempio di Augusto, già riemerse entro le mura del Duomo a seguito di un incendio nel 1964.

Dal 2002 è inaugurato un suggestivo percorso archeologico sotterraneo che consente di percorrere uno dei decumani principali ed un cardine minore dell'antico tessuto urbano e di scoprire osterie, depositi di merce e botteghe, tra cui un "pistrinum" con intatte le macine in pietra vulcanica adoperate per il grano. Dagli scavi sono emersi numerosi frammenti architettonici ed una serie di sculture in marmo pentelico, copie romane di originali greci di età classica, ora esposte nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei presso il Castello di Baia.

Dal febbraio 2004 il percorso di visita si è arricchito di nuovi itinerari. Nei sotterranei del Palazzo Migliaresi, sede del comune di Pozzuoli, e lungo il decumano, sono visitabili gli "ergastula", una serie di anguste cellette destinate agli schiavi, una di queste conserva tracce di pitture (due gladiatori a carboncino) e due versi attribuibili al carme V di Catullo. In un grande edifico è stato rinvenuto un larario sotterraneo, affrescato con la rappresentazione delle dodici divinità dell'Olimpo, con adiacenti alcuni ambienti destinati a magazzini e taverne.

 

 

Villa Avellino

 

                      

 

La Villa presenta numerose cisterne, la prima delle quali si incontra sulla destra, subito dopo aver oltrepassato il giardino. Si tratta di una grossa cisterna caratterizzata da più vani comunicanti (da cui il nome "Centocamerelle").

Proseguendo, si giunge ad una terrazza appartenente con ogni probabilità ad un complesso residenziale che usufruiva del forte dislivello in funzione panoramica.

Un'altra cisterna, di minori dimensioni, è situata vicino all'ingresso meridionale del giardino e veniva chiamata "Piscina Lusciano". Quest'ultima risale alla seconda metà del I sec. d.C. e svolgeva la funzione di smistamento delle acque raccolte per i vari palazzi limitrofi. Anche in questo secondo caso si possono notare più passaggi ad arco necessari per rendere comunicanti i vari ambienti.

E' possibile apprezzare altri resti della villa percorrendo via Rosini e svoltando in direzione di viale Capomazza, dove, dopo l'abbattimento del vecchio Palazzo Municipale, sono venuti alla luce ruderi risalenti all'età imperiale

 


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